Nati e sviluppati come farmaci per il trattamento del diabete di tipo 2, oggi si propongono anche come cura per l’obesità (malattie cronica, ricordiamolo sempre), ovviamente sulla base delle indicazioni del medico e quindi senza puntare sul “fai da te”.
Stiamo parlando di medicinali come semaglutide e tirzepatide, con meccanismi d’azione diversi ma con un obiettivo comune: il controllo del metabolismo e la riduzione del peso. In questo senso, numerose sono le evidenze che ne raccontano il valore, ovviamente quando queste terapie vengono impiegate con precise indicazioni. E ci sono diverse prove cliniche che danno ragione di effetti protettivi sul cuore e su altri organi, compreso il fegato.
Mentre gli studi portano ogni giorno nuove evidenze e si stanno analizzando altre soluzioni terapeutiche che ripercorrano la strada tracciata da queste medicinali, proviamo a fare un punto, per capire come funzionano queste cure, cosa possono fare e per chi sono davvero utili.
Indice
Cosa lega diabete, sovrappeso e obesità
La persona con diabete di tipo 2 è spesso (nel 60-70% dei casi) un paziente sovrappeso o, addirittura, con obesità. L’eccesso di peso corporeo rappresenta uno dei maggiori fattori di rischio, soprattutto quando il grasso presente è localizzato in sede addominale. L’accumulo di grasso viscerale ostacola il fisiologico metabolismo del glucosio, in quanto l’insulina prodotta non viene utilizzata nel modo giusto; quindi, non riesce mantenere il livello degli zuccheri nel sangue entro certi valori normali e costanti.
In un paziente con diabete di tipo 2, per ottenere un buon compenso metabolico, ossia valori glicemici nella norma, è necessaria una riduzione del peso corporeo che rappresenta, attraverso l’adozione di una alimentazione equilibrata e attività fisica, il primo step terapeutico.
I dati di letteratura dicono che già solo un 10% di calo del peso corporeo ha effetti benefici da vari punti di vista: riduzione di valori glicemici, pressione arteriosa, livelli lipidici; gli esiti sono ancora migliori se il calo ponderale supera il 10%.
Se la glicemia è elevata ed è mantenuta tale per lungo tempo – eventualità frequente nel paziente con diabete di tipo 2 che viene diagnosticato con molto ritardo, a volte dopo 6-7 anni dall’esordio della malattia – si determina una condizione chiamata di ‘glucotossicità’, ovvero di effetto tossico dello zucchero a livello soprattutto del microcircolo, i piccoli vasi che irrorano tutto l’organismo, e in particolare alcuni organi come occhio, rene, cervello e sistema nervoso periferico; se la glicemia elevata non viene trattata, dalla micro alterazione vascolare il danno si estende con lesioni aterosclerotiche a livello delle pareti dei grossi vasi sanguigni, con conseguenti gravi rischi ischemici al cuore, al cervello, agli arti inferiori.
Tutto questo nel paziente con obesità moltiplica il rischio e peggiora le condizioni di salute. Per valutare quanto accade aiuta l’emoglobina glicata. L’emoglobina è una proteina contenuta nei globuli rossi che veicola l’ossigeno in tutti i tessuti del corpo, e questo valore si ottiene misurando quanto essa è stata glicosilata, insieme ai residui di zucchero. Attraverso questa misurazione si ottiene il valore medio della glicemia nei tre-quattro mesi antecedenti all’esame.
Quando questo valore è mantenuto adeguatamente a target (6,5-7%), significa che nel tempo i livelli glicemici sono sotto controllo e il diabete è ben compensato. Trattare queste condizioni è fondamentale per ridurre il rischio di complicanze del diabete di tipo 2, dovute al prolungato mantenimento negli anni di elevati valori della glicemia e della tossicità legata agli zuccheri nel sangue.
Le complicanze riguardano in particolare alcuni organi: il rene, l’occhio, il sistema nervoso centrale e periferico, micro- e macro-circolo, con danni importanti che nel tempo aumentano il rischio di infarto, ictus, e problemi anche a livello epatico, della sfera genitale e del cavo orale.
È necessario diagnosticare il più precocemente possibile la malattia diabetica per intervenire con adeguati trattamenti, solo così è possibile rallentare o in qualche caso prevenire le complicanze che talvolta insorgono quando ancora il paziente non sa di essere diabetico e non ha disturbi.
Quando le complicanze si manifestano si presentano come pluri-comorbilità, con un impatto molto significativo in termini di disabilità per il paziente e di costi altissimi in termini di spesa diretta del SSN per farmaci, ospedalizzazioni, assistenza e di spesa indiretta per perdita di produttività. Inoltre, gli studi dimostrano che le complicanze possono portare negli anni a gravi disabilità come cecità, impotenza, difficoltà nella deambulazione, e ridurre l’aspettativa di vita in media di 6-7 anni.
Come aiutano i farmaci innovativi
Oggi si sa che l’accesso a terapie innovative, quando indicate, permette un miglior controllo della glicemia, riducendo il rischio di complicanze come malattie cardiovascolari, insufficienza renale e neuropatie. Ciò si traduce in minori ospedalizzazioni e in un miglioramento della qualità di vita per le persone con diabete tipo 2.
In particolare l’innovazione terapeutica, come l’utilizzo dei farmaci più efficaci e sicuri (oltre a quelli sopracitati anche gli SGLT2-inibitori), aiutando a prevenire le complicanze a lungo termine, riduce i costi legati alle cure ospedaliere e alle disabilità correlate al diabete che rappresentano una delle principali voci di spesa per i sistemi sanitari.
Venendo ai nuovi farmaci, agiscono sostanzialmente riducendo l’appetito e migliorando il metabolismo. Tirzepatide agisce su due recettori (GLP-1/GIP) semaglutide solo su GLP-1. Entrambi hanno dimostrato di ridurre i rischi cardiovascolari, oltre ad avere diverse funzioni positive, sulla pressione arteriosa, sul benessere del fegato, sulle apnee ostruttive del sonno, sulla salute dei reni, solo per citare alcuni esempi che derivano dalle osservazioni cliniche.
Come agiscono i nuovi farmaci
Tirzepatide, giunto dopo semaglutide, è il primo agente di una nuova classe di farmaci con una struttura molecolare progettata per attivare sia il recettore del GLP-1 che quello del GIP (polipeptide insulinotropico glucosio-dipendente), le due incretine predominanti nell’intestino.
Gli agonisti del recettore del GLP-1 come semaglutide e liraglutide sono disponibili da più tempo. Il GLP-1 fa parte della famiglia delle incretine. Stimola la secrezione insulinica in modo glucosio-dipendente, inibisce la secrezione di glucagone, rallenta lo svuotamento gastrico e riduce l’appetito. Il GIP, altra incretina su cui agisce appunto tirzepatide, amplifica la secrezione insulinica e può migliorare la sensibilità all’insulina nel tessuto adiposo e muscolare.
Come ha recentemente ricordato Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia, “la combinazione GLP-1 e GIP crea un effetto potenziato, migliorando il controllo glicemico e il metabolismo in modo più efficace rispetto ai farmaci che agiscono solo sul GLP-1. Rispetto ai soli agonisti GLP-1, gli agonisti GLP-1/GIP riducono in modo più efficace l’emoglobina glicata e stabilizzano i livelli glicemici”. Peraltro gli agonisti del GLP-1 sono già noti per favorire la perdita di peso, grazie alla loro azione su sazietà e rallentamento dello svuotamento gastrico.
Quando vanno usati
Il trattamento va sempre prescritto dal medico. E non bisogna dimenticare che occorre “personalizzare” la cura, tenendo presente che si tratta di farmaci attivi finché vengono assunti, proprio per il loro meccanismo d’azione.
Per questo aiutano e molto nell’iniziare un percorso di riduzione di peso, ma è fondamentale che questo sia accompagnato da un medico esperto che cerchi di migliorare, nel frattempo, lo stile di vita, per poi mantenere il peso raggiunto. Migliorare lo stile di vita è la vera sfida all’obesità.
Perché l’alimentazione sana, secondo i criteri della dieta mediterranea, e la regolare attività fisica sono alla base del benessere metabolico e del controllo del peso. se si parla di obesità, però si parla di una patologia complessa, dalle molte sfaccettature, che va indagata e non può essere limitata ad un regime dietetico. Per questo occorre affidarsi ai medici.