Lo sbadiglio della mamma è contagioso sul bimbo, anche in pancia. La scoperta italiana

Un team di ricercatori dell’Università di Parma ha mostrato come ci sia una relazione diretta tra il comportamento di madre e figlio, fin dalla gravidanza

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

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Che tra mamma e figlio ci sia un legame indissolubile e diretto, fin dalla gestazione, era già noto. Ma adesso arriva una scoperta nuova: il comportamento del feto è fortemente influenzato da quello della madre, fin dalla gravidanza. In particolare, uno studio italiano, condotto dall’Università di Parma, ha mostrato come lo sbadiglio della madre sia “contagioso” anche sul feto. Ecco come e perché.

Quanto è contagioso lo sbadiglio della madre in gravidanza

È capitato sicuramente a tutti: nel vedere qualcuno che sbadiglia, viene spontaneo (e spesso inevitabile) ripetere lo stesso gesto, proprio come se fosse contagioso. Non a caso esistono diversi studi sul fenomeno, che hanno portato a indicare diverse modalità di “contagio”: dal legame di tipo empatico tra i due soggetti coinvolti, a spiegazioni di natura neurologica, come quelle dei “neuroni specchio”, ossia una classe di neuroni che si trovano nel cervello e che si attivano replicando l’azione di una persona osservata. Ma nessuno finora aveva indagato su un altro fenomeno: lo sbadiglio del feto come risposta a quello della madre che lo porta in grembo.

La ricerca italiana: cosa è stato scoperto

Un nuovo studio, realizzato all’Università di Parma e pubblicato sulla rivista scientifica Current Biology, dimostra come l’essere umano è un organismo intrinsecamente relazionale, cioè ha un rapporto di relazione che si potrebbe definire innato, fin dalle prime fasi di vita, quando è ancora allo stato di feto. La ricerca, intitolata Prenatal behavioral contagion through maternal yawning and fetal resonance, ha infatti indagato il rapporto tra la madre in gravidanza e il bimbo in pancia. Il lavoro “dimostra, per la prima volta, che il comportamento fetale non è isolato né puramente autonomo, ma può essere modulato in modo sistematico dallo stato fisiologico materno durante il terzo trimestre di gravidanza”, come spiega l’Università di Parma.

Cosa accade se sbadiglia la madre

Lo studio si è svolto seguendo una dinamica temporale non casuale, ma specificamente organizzata, nel rapporto madre-feto. Tra i dati emersi con più chiarezza c’è proprio quello relativo allo sbadiglio “contagioso” della madre sul bimbo. Come spiega l’Università in una nota, infatti, è stata scoperta una “sorprendente continuità nelle caratteristiche cinematiche dello sbadiglio tra feto e adulto, suggerendo l’esistenza di pattern motori altamente conservati anche nel corso dello sviluppo fetale”. In altre parole, ciò che compie il feto è fortemente legato e influenzato dalle azioni della madre, nello specifico nell’atto dello sbadiglio.

Il feto non si comporta in modo autonomo

Le evidenze dello studio smentirebbero l’idea tradizionale che il comportamento del feto sia il “prodotto di programmi endogeni di maturazione” e che, dunque, sia autonomo e frutto del suo sviluppo nel corso della gravidanza. “I risultati del progetto WombWise, invece, “mettono in discussione questa visione, dimostrando che già in utero il comportamento si inscrive in una relazione dinamica tra la madre e il feto. I risultati indicano che il feto è parte di un sistema relazionale già attivo prima della nascita e che la sua espressione comportamentale appare integrata in una cornice biologica condivisa con la madre, piuttosto che essere esclusivamente autoreferenziale”, spiegano i ricercatori.

Cosa fa sbadigliare il bimbo in pancia

A portare il bimbo in pancia a sbadigliare, quindi, non sarebbe un meccanismo di tipo percettivo, ossia dettato da uno stimolo percepito, bensì una forma di “contagio”, che secondo i ricercatori è “probabilmente mediata da segnali meccanici e neuroendocrini condivisi tra madre e feto”. Ma la ricerca non si limita all’osservazione di un dato scientifico emerso dalle analisi. I risultati indicano che il feto è parte di un sistema relazionale già attivo prima della nascita. Lo studio suggerisce inoltre che questa forma di “contagio” prenatale non dipenda da meccanismi percettivi, ma da una risonanza fisiologica multimodale, probabilmente mediata da segnali meccanici e neuroendocrini condivisi tra madre e feto. Lo studio risulta particolarmente interessante anche a scopi futuri. In particolare, potrebbe servire per “identificare marcatori precoci di sviluppo atipico nelle dinamiche madre-feto; comprendere meglio il ruolo dello stato fisiologico e dello stress materno nello sviluppo fetale; sviluppare approcci preventivi e diagnostici che integrino dimensioni relazionali già in epoca prenatale”.

Lo studio come apripista verso nuove scoperte

Gli autori e le autrici dello studio, dunque, sottolineano come sia importante e necessario sviluppare ulteriori studi longitudinali e multimodali, quindi condotti con modalità multiple, per conoscere in modo più approfondito la continuità tra queste forme precoci di risonanza e il successivo sviluppo del feto dopo la nascita, soprattutto per quanto riguarda le sue future competenze sociali. La ricerca è il risultato di un progetto scientifico interdisciplinare del Dipartimento di Medicina e Chirurgia, tra il Laboratorio di Neuroscienze cognitive sociali e il gruppo di Andrea Dall’Asta, docente di Ginecologia e ostetricia e Presidente del Corso di Laurea in Ostetricia. Il lavoro, finanziato dal progetto PRIN 2022 WombWise è stato condotto da Vittorio Gallese, docente di Neuropsicologia e Neuroscienze cognitive, ed è legato al progetto PRIN 2022 The Social Brain condotto da Martina Ardizzi, docente di Psicobiologia.

Le implicazioni sociali

La prima autrice della ricerca è la Giulia D’Adamo, assegnista di ricerca al Laboratorio di Neuroscienze Cognitive Sociali. Nel loro insieme, dunque, i risultati contribuiscono a ridefinire il modo in cui è concepito l’inizio della vita mentale e sociale: dimostra che l’essere umano è un organismo intrinsecamente relazionale, fin dalle prime fasi della sua vita intrauterina. “Il feto è già parte di una dinamica condivisa, in cui corpo, fisiologia e relazione costituiscono un’unità fin dall’origine”“, concludono i ricercatori.