Farmaci anti-obesità, ora è boom di grasso dai cadaveri per “rimpolpare” la pelle

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

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Il successo dei farmaci anti-obesità è un dato di fatto e i numeri lo confermano. Ora, però, inizia a farsi largo un’altra necessità: quella di far fronte a una delle conseguenze più evidenti. Al dimagrimento molto rapido, a volte anche eccessivo, si affianca l’esigenza di “rimpolpare” fisici molto asciutti e spesso poco tonici. Da qui la richiesta di grasso corporeo che, specie negli Stati Uniti dove il fenomeno è ampio, si ottiene dai cadaveri.

Corpi magri, ma senza volume

Il problema, infatti, è che assumendo prodotti a base di GLP-1, come semaglutide e tirzepatide, si perde peso molto rapidamente, grazie all’azione mima-sazietà della molecola. Ma, se non adeguatamente supportati da specialisti in nutrizione ed esperti che possano mettere a punto piani di attività fisica mirata, l’effetto finale in breve tempo è di perdere volume e tonicità, soprattutto in zone delicate per le donne, come seno, glutei, braccia e persino volto, che risultano di frequente “svuotati”.

Il ricorso al grasso dei cadaveri

Da qui l’esigenza di trovare un “filler” adatto che, negli Stati Uniti, viene ora proposto da un’azienda al centro di un accesso dibattito non solo scientifico-medico, ma anche etico. La soluzione proposta a molti pazienti e molte pazienti, infatti, è a base di iniezioni di tessuto adiposo ottenuto da cadaveri. Di fatto, quindi, grasso umano che viene “stabilizzato” e poi reso iniettabile tramite una semplice siringa. Alla procedura la CNN ha dedicato ampio spazio con un report che cita l’azienda produttrice, la Tiger Aesthetics, che ha messo a punto il ritrovato chiamato “alloClae”. Utilizzato per la prima volta un paio di anni fa, ma destinato esclusivamente a chirurghi plastici certificati che già intervenivano in operazioni di trasferimento di grasso, oggi il suo uso sarebbe stato esteso a tutti coloro che hanno esigenza di ritrovare volume, proprio come accade ai sempre più numerosi assuntori di farmaci anti-obesità. Ad iniettarlo, invece, sono oggi anche “operatori sanitari di livello intermedio” come assistenti medici, infermieri specializzati e che lavorano in ambito estetici.

I dubbi medico-sanitari ed etici

L’impiego di “alloClae”, però, sta destando qualche perplessità. Il primo aspetto che viene osservato è il crescente ricorso al prodotto: come comunicato dalla stessa Tiger Aesthetics, da maggio 2025 ad oggi, dunque in poco più di un anno, sono stati tratti oltre 2.000 pazienti. Significa oltre 150 persone al mese. C’è poi l’aspetto etico da non sottovalutare: l’idea di ricorrere a materiale umano, per di più ottenuto da persone decedute, solleva qualche dubbio, al quale però l’azienda produttrice ha risposto che questo “non rappresenta un problema”. La stessa Tiger Aesthetics, anzi, sottolinea i vantaggi della tecnica, che non necessità di ricovero ospedaliero, né di anestesia generale, e richiede meno di un’ora, senza che finora si siano verificati effetti avversi o casi di reazioni.

Costi e impiego del “filler da zombie”

Il “filler da zombie”, come è stato ribattezzato dai più critici, ha comunque un costo non modico. Come spiegato alla CNN dal dottor Luis Macias, chirurgo plastico con doppia specializzazione a Los Angeles, occorre “acquistare molte siringhe alla volta e parlare costantemente con il rappresentante dell’azienda”. Il prezzo per ciascuna iniezione, da 12,5 cc, può arrivare a circa 2.250 dollari, come chiarito dallo stesso esperto. Il tessuto molle da cadavere che viene iniettato, dunque, è presentato come un’alternativa all’innesto di grasso autologo, ossia tessuto adiposo dello stesso paziente, prelevato con un intervento di liposuzione in un’altra area del corpo e trasferito laddove occorre.

L’esigenza di rimodellare il corpo

Alla base della richiesta di quello che viene ritenuto un nuovo “botox” c’è il desiderio, puramente estetico, di “modellare la propria solhouette”, come ricorda ancora Macias alla CNN. “Rivogliono il volume nel seno, nei glutei e nel viso”, ha sottolineato il medico, ricordando che le zone di intervento sono anche quelle che, per gli stessi motivi legati a un drastico e repentino dimagrimento, sono trattate “molto frequentemente dopo aver rimosso la pelle in eccesso”. Un’ulteriore conferma arriva dalla testimonianza di molti pazienti che, come riferisce l’emittente americana, “si accorgono che, pur avendo perso una quantità considerevole di peso, si ritrovano compromessi in alcune aree del proprio corpo in cui hanno perso volume”.

Le norme sull’uso di organi di deceduti

Come emerge dall’inchiesta della CNN, però, non sempre i destinatari del tessuto adiposo da persone decedute sono consapevoli dell’origine del materiale che viene loro iniettato. Il prelievo, negli USA, è normato a livello generale, anche se esistono alcune differenze tra stato e stato, specie se si tratta di banche di tessuti. Queste, inoltre, non sono tenute ad essere accreditate formalmente ad alcun ente specifico né devono essere in possesso di una particolare licenza federale per operare. La Food and Drug Administration, che regolamenta anche il settore farmaceutico e sanitario, non prevede norme apposite per le organizzazioni che si occupano di donazione di corpi né per le banche di tessuti non destinate al trapianto.

Che garanzie?

Come chiarito dalla presidente di Tiger Aesthetics, Caroline Van Hove, l’unico ente di riferimento è l’Association for Advancing Tissue and Biologics (AADB), un’organizzazione alla quale affiliarsi volontariamente, istituita nel 1976 con l’obiettivo di supervisionare il settore aumentandone la credibilità. I donatori “devono compilare un dossier molto dettagliato in cui esprimono il loro consenso“, ha chiarito Van Hove, che ha spiegato che l’iter di donazione ha una durata media di 3-6 mesi. “Ovviamente il modulo non chiede se si vogliano donare i propri tessuti ad ‘alloClae’, ma permette al donatore di indicare chiaramente se desidera che il materiale sia destinato esclusivamente alla ricerca scientifica, alla ricerca medica, o se ne consente anche l’utilizzo a fini di lucro, oppure se non ha alcuna restrizione”. Nonostante le rassicurazioni, per Arthur Caplan, professore di Bioetica presso la Grossman School of Medicine della New York University, si tratta ila pratica pone un “problema etico, di una sorta di tradimento dell’altruismo per fare soldi”.