La vita finisce quando sei spenta dentro

Non è la morte che mi spaventa per davvero, ma l'incapacità di tornare a essere felice. Di tornare a vivere

La vita è una ricerca continua e quasi ossessiva della felicità. E spesso, in questo viaggio senza fine, fatto di strade e vicoli così stretti che sembra quasi soffocare, ci si perde. Ed è vero che perdersi è necessario per ritrovarsi, ma è anche vero che quando il GPS smette di funzionare, ritrovare le giuste coordinate per ritornare a galla diventa una missione impossibile.

Così succede e basta. Che i giorni si trasformano in settimane, in mesi e poi in anni. Un tempo così lungo che si finisce per dimenticare anche tutte le motivazioni che ci hanno fatto iniziare quel viaggio. Ed è chiaro che, nonostante la mediocrità delle cose che viviamo nella quotidianità, si trasforma nell’unica cosa che conosciamo. E a quella ci aggrappiamo.

Uscire da questo labirinto che sembra avere tutte le porte bloccate, non è più una priorità. Perché si conosce così bene quello che c’è dentro che la voglia di esplorare l’ignoto è sparita in via definitiva per lasciare spazio a quella che consideriamo sopravvivenza.

E la sopravvivenza si sa, è la più grande nemica della vita. Perché tra tutte quelle cose riconoscibili abbiamo perso l’entusiasmo nei confronti di tutto ciò che ci circonda, il coraggio di allontanarci da quella che è diventata ufficialmente la nostra comfort zone. Si perde persino la voglia di mettere in moto i sensi perché anche quelli ormai sono dormienti.

E quello del labirinto diventa un mondo senza emozioni, senza sentimenti, senza dolore. Perché si è così temprati dalla sofferenza che neanche la si percepisce più. E come si fa a dire di vivere, quando lentamente si muore dentro?

La vita diventa, semplicemente, una meccanica conseguenza delle azioni quotidiane che si svolgono per dovere e non per potere. La sveglia suona per avvisare che è iniziato un altro giorno, quel giorno che è esattamente come tutti gli altri. Si fa quel che si può: si attraversa la città per andare a lavoro, si pranza con i colleghi a volte, per dare un po’ di ritmo alla giornata. La sera si guarda un telefilm o si esce con le uniche persone che sembrano essere capaci di strappare un sorriso in superficie. Meglio che non facciano troppe domande, però, perché così è più facile non dover ammettere di aver rinunciato a vivere.

Che poi, da fuori, chi mai potrebbe immaginarlo? Del resto una bella casa, un lavoro a tempo indeterminato, smartphone e altri device di ultima generazione, sono le cose che più si avvicinano a quell’ideale di perfezione che gli altri si affannano a raggiungere. Gli altri, non tutti.

Gli altri che si azzuffano tra di loro per accaparrarsi gli elisir di bellezza che prometto giovinezza eterna, gli altri che frequentano i centri di bellezza o le lezioni di quei guru che promettono benessere e longevità, quella positività tossica che si è trasformata nel veleno della società. Gli altri che sono così affamati di vita che il solo pensiero di morire li terrorizza.

E poi ci siamo noi e quelli come noi. Che li guardano ora con disprezzo, ora con invidia. Che si chiedono come sarebbe avere paura di perdere qualcosa, come sarebbe tenere davvero a qualcosa. Quelli che non hanno paura di morire perché sono già morti in qualche modo. Perché la vita, per noi, è finita quando ci siamo spenti dentro.