Lavorare in prima linea nel dolore. La psicologia dell’emergenza

Dallo shock iniziale alla protezione del trauma: cosa fanno gli psicologi dell’emergenza nelle fasi più critiche delle tragedie

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Donatella Ruggeri

Psicologa

Psicologa, fondatrice di “Settimana del Cervello”. È una nomade digitale: lavora da remoto e lo fa viaggiando.

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Tra le squadre partite per Crans-Montana dopo l’incendio del locale affollato di ragazze e ragazzi c’erano anche gli psicologi e le psicologhe dell’emergenza. Nei lanci di agenzia e nei servizi televisivi sono apparsi tra ambulanze, protezione civile e forze dell’ordine.

Per chi attraversa ore interminabili in una sala d’attesa, senza certezze sul destino di un figlio, un’amica, una compagna di classe, la loro presenza può cambiare radicalmente la qualità di quel tempo sospeso e l’effetto a lungo termine di quel trauma.

Questo articolo parla proprio di loro: di chi lavora in prima linea nel dolore, nel momento in cui la cronaca è ancora cronaca, le notizie sono frammentarie e il trauma non ha avuto il tempo di “depositarsi” nella vita delle persone.

Vediamo quindi chi è lo psicologo (o la psicologa) dell’emergenza, cosa fa concretamente in situazioni come quella di Crans-Montana e perché non si limita a “consolare”, come può fare pensare il senso comune, ma costruisce, in mezzo al caos, una cornice di sicurezza emotiva.

Chi è lo psicologo (o la psicologa) dell’emergenza

Immaginate di arrivare sul posto di una tragedia come l’incendio di Crans-Montana: fiamme, fumo, sirene, gente che corre, famiglie che cercano i loro cari tra i dispersi. In quel turbine non ci sono solo medici che curano ferite fisiche, ma anche psicologi formati specificamente per quel contesto.

In Italia lavorano in rete con Protezione Civile, sanità e forze dell’ordine, attivati da protocolli nazionali; sono volontari e volontarie che fanno parte di un sistema organizzato in associazioni.

Gli psicologi dell’emergenza sono infatti professioniste e professionisti con una preparazione specifica per le crisi acute: disastri naturali, incidenti gravi, incendi, attentati o epidemie.

Sul campo si presentano vestiti con pettorali ad alta visibilità, tesserini identificativi, radio per coordinarsi con il centro operativo.

Possono operare in tende improvvisate, sale d’attesa, corridoi di ospedale, parcheggi. Si muovono con posture aperte (mani visibili, voce calma), per non amplificare il caos.

In queste situazioni, il mandato è offrire ascolto empatico, contenere lo shock, aiutare a normalizzare reazioni come paura, rabbia o senso di colpa e restituire un minimo di orientamento in un mondo che sembra improvvisamente capovolto.
In questo senso, gli psicologi dell’emergenza creano uno spazio di presenza stabile che restituisce un senso di controllo e sicurezza.

Dopo l’incendio del primo gennaio 2026 nel bar Le Constellation le équipe psicologiche sono partite subito: hanno operato in Svizzera, negli ospedali di Zurigo e poi al rientro in Italia, nelle scuole milanesi colpite dal lutto.

Hanno sostenuto le famiglie nei momenti di incertezza, affiancato le autorità per comunicare notizie difficili come l’identificazione delle vittime, supportato feriti e testimoni.

Le reazioni psicologiche tipiche nelle prime ore

Nelle prime ore dopo un evento come Crans-Montana, il cervello va in “modalità sopravvivenza”: freeze (paralisi, sguardo perso), flight (corsa agitata alla ricerca di notizie) o fight (urla, spinte contro barriere).

È normale tremare, sudare freddo, avere nausea o sensazione di irrealtà (“sto sognando”), così come oscillare tra negazione (“non può essere lui”) e rabbia diffusa (“perché non fate qualcosa?!”).

Gli psicologi riconoscono questi segnali come adattivi: il corpo si blinda, per proteggersi ed intervengono spiegando e normalizzando, per creare un ponte verso la realtà.

Il primo soccorso psicologico

Gli psicologi dell’emergenza non improvvisano. Seguono protocolli internazionali e approcci validati da istituzioni e organizzazioni sanitarie. Questi protocolli si basano, ad esempio, sull’ascolto non intrusivo, su una presenza attenta e su azioni mirate, come orientare le persone (dove andare, chi contattare) per ristabilire una iniziale stabilità emotiva, connetterle alle loro risorse interne e ai supporti esterni.

A Crans-Montana questo nel concreto ha significato aiutare le famiglie a reggere l’attesa frammentaria di notizie, normalizzare il caos emotivo e preparare il terreno per l’eventuale elaborazione futura del lutto.

Ma lo psicologo dell’emergenza non si occupa solo delle vittime. Un aspetto da non sottovalutare infatti è tutelare anche chi interviene sul campo per prestare soccorso: pompieri, paramedici e forze dell’ordine, persone esposte ripetutamente a scene strazianti che rischiano il cosiddetto “trauma vicario” o burnout secondario.

Secondo le ricerche, il 30% delle persone che lavorano in operazioni di soccorso ha un aumento del rischio di sviluppare depressione e tentativi di suicidio (SAMHSA, First responders: Behavioral health concerns, emergency response, and trauma, 2018). Per questo gli psicologi possono condurre debriefing per scaricare la tensione immediata e monitorare segnali di allarme. Questo è utile non solo preserva la salute dei soccorritori, ma anche per evitare che il trauma si propaghi compromettendo i futuri interventi.

Perché è importante la psicologia in emergenza

Garantire un supporto psicologico nelle prime fasi dopo un disastro non è un intervento accessorio, ma una componente essenziale e riconosciuta della risposta in emergenza.

Le revisioni degli studi sul Psychological First Aid e sugli interventi psicologici precoci mostrano, nel complesso, una tendenza a ridurre i sintomi di ansia, depressione, stress post-traumatico e disagio generale, e a migliorare la percezione di sicurezza, di controllo e di connessione con gli altri.

Anche sul piano economico, le analisi disponibili suggeriscono che interventi di salute mentale tempestivi nelle emergenze possono essere efficaci e avere un buon rapporto costi-benefici, perché riducono nel tempo il peso di disturbi non trattati su sistemi sanitari, lavoro e scuola, anche se le stime precise di costo-efficacia variano a seconda del contesto e del tipo di programma.

Un lavoro che continua dopo l’emergenza

L’intervento delle equipe psicologiche si articola in fasi distinte, per massimizzare l’efficacia.

  • Nella fase acuta (0-72 ore), come nelle prime ore a Crans-Montana, prevale il contenimento: stabilizzare lo shock, dare priorità alle persone più fragili;
  • La fase subacuta (settimane successive) sposta il focus sul lutto individuale e sui gruppi di supporto. Nelle aule milanesi, per esempio, si sono tenute sessioni per elaborare rabbia e senso di colpa;
  • Infine, la ricostruzione comunitaria (mesi dopo): riti collettivi, formazione sulla resilienza, come i workshop per insegnanti e genitori, che rafforzano i legami e prevengono “lutti complicati”.

Questa progressione evita che il trauma si cristallizzi e che possa essere integrato per diventare parte della crescita e della resilienza collettiva.

Lavorare in prima linea nel dolore significa toccare la vulnerabilità umana al suo estremo. Per questo la psicologia dell’emergenza è un presidio essenziale del soccorso.

Le tragedie infatti continuano, nella vita delle persone, oltre lo spegnersi delle sirene; con un aiuto qualificato, persone e comunità possono rinascere più forti e unite.