15 febbraio 1996: quando la violenza sessuale divenne crimine contro la persona

La storia dello stupro e delle violenze sessuali: un incubo lungo secoli dal quale tutte vorremo risvegliarci per sempre

C’erano una volta, neanche tanto tempo fa, crimini e violenze mosse nei confronti di donne che restavano impuniti, considerati semplici atti pronti a ledere la moralità pubblica e il buon costume. Si trattavi di stupri e violenze sessuali che però venivano in oltraggiosamente giustificati a causa della considerazione, implicita o meno della donna, come proprietà dell’uomo.

Perché sì, in una società patriarcale, maschilista e stereotipata, esistevano solo due generi sessuali: i primi, quelli che agiscono e si comportano in maniera attiva e le seconde, quelle passive, quelle che possono solo subire. Le seconde siamo noi.

Quindi perché corteggiare una donna quando la si può avere anche con la forza? E con il tacito consenso del resto della società? Perché indignarsi così tanto quando invece possiamo minimizzare la violenza o normalizzarla come se fosse qualcosa di inesorabile? Qualcosa che nasce ineluttabilmente quando gli uomini incontrano le donne, quando le desiderano, anche se loro non vogliono. Perché il loro è quasi un diritto, o peggio, una necessità fisica da assecondare per non rischiare di minare il benessere personale.

Surreale, vero? Eppure questa assurda convinzione ha dominato durante le lunghe e vergognose tappe della storia dello stupro, fino al 15 febbraio del 1996 quando, finalmente, la violenza sessuale è diventata un crimine contro la persona.

La cultura dello stupro

Quella dello stupro è una cultura, a tutti gli effetti. Lo è nella misura in cui la violenza sessuale viene giustificata o minimizzata, quando l’atto stesso viene persino compreso, quando la donna viene accusata di essere provocatoria e provocante, di aver indossato abiti succinti o peggio, di essersela cercata. Vi ricordano qualcosa tutte queste affermazioni? Probabilmente sì, perché sono le stesse anche ancora oggi ascoltiamo e leggiamo sui titoli di giornali, le stesse che cautamente specificano che una donna è stata violentata, e non che un uomo ha violentato.

Eppure le violenze sono tante, troppe. Un’indagine Istat del 2014 ha portato alla luce un numero davvero spaventoso sulla situazione italiana: le donne italiane vittime di tentati stupri sono 746mila, quelle che hanno subito una forma di violenza fisica o sessuale sono 6 milioni e 788mila. E quasi tutte sono state violentate da un uomo che conoscono.

Cos’è uno stupro?

Ma cos’è precisamente uno stupro? Secondo l’art. 609-bis del codice penale, commette uno stupro chi con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali. La pena è quella della reclusione, dai 6 ai 12 anni.

Ma se oggi ci sembra scontato che ci commette questo reato deve essere perseguito dalla legge, neanche troppo tempo fa non lo era affatto. Al di là delle proposte che si sono susseguite per punire legalmente questo reato, occorre ricordare anche la storia di Franca Viola, la giovane rapita e violentata nel dicembre del 1965 da un suo corteggiatore e costretta al matrimonio riparatore.

Perché era previsto anche questo, “grazi”e all’articolo 544 del codice penale, che assolveva qualsiasi reato se il carnefice accettava di sposare la vittima. Ma in quel caso fu Franca Viola a rifiutare. Il suo coraggio passò alla storia e la cambiò. Il matrimonio riparatore venne abrogato, poi, nel 1981. Ma in alcuni Paesi, come Haiti, è ancora in vigore.

Prima del 15 febbraio del 1996

Prima della legge del 15 febbraio del 1996, gli stupri erano considerati semplicemente come dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume. Perché il problema era solo di stampo moralistico. Nessuno, certo, poteva preoccuparsi delle conseguenze fisiche e psicologiche di una donna.

Perché se così fosse stato non sarebbe potuto sussistere neanche il delitto d’onore, quello che forniva l’attenuante all’omicidio di un codice che sospettava o percepiva un qualsiasi danno alla sua reputazione. E attenzione perché non stiamo facendo riferimento a una legge medievale: il delitto d’onore fu abolito solo nel 1981.

Perché le donne sono sempre state colpevoli, in un modo o nell’altro. Pensate che nel 1928, c’erano grandissimi pregiudizi per tutte coloro che osavano denunciare uno stupro. Sì, la società le considera degenerate. Due secoli fa, per esempio, le teorie scientifiche ritenevano incapace un solo uomo di commettere una violenza sessuale ai danni di donne dall’aspetto più robusto. La sentenza, quindi, era una soltanto: le donne stanno mentendo. Perché? Secondo gli esperti dell’epoca lo facevano solo per mettersi al centro dell’attenzione. Non ci è chiaro di chi, evidentemente.

Nel 1947, lo psichiatra Philip Piker diede la risposta a tutte le domande dell’epoca: le donne sono inclini alla menzogna! E di sentenze e giudizi come questi potremmo elencarli all’infinito e tutti porterebbero lì, al Codice Rocco. La legge del periodo fascista che definiva lo stupro un semplice delitto contro la moralità pubblica e il buon costume e che si inserisce perfettamente all’interno della cultura dello stupro.

Dal Codice Rocco alla legge sulla violenza sessuale

Il Codice Rocco prevedeva una pena minima di tre anni che comunque consentiva il patteggiamento, la sospensione condizionale e riabilitazione dopo 5 anni. In pochi anni si annullava il reato, perché in fondo la donna era di proprietà dell’uomo, a lui era destinata.

Non è stato facile arrivare alla legge sulla violenza sessuale nonostante di proposte, nel tempo, ne siano state fatte. La prima risale al 1977, la seconda al 1980, quando diverse associazioni femministe si presentarono con una proposta popolare firmata da 300000 donne.

E ancora nel 1987, e poi nel 1995: le proposte seguivano lo stesso criterio, quello di considerare la violenza sessuale come un crimine nei confronti della persona. Ma per accettarlo, occorreva ammettere che la sessualità è diritto imprescindibile di una persona, in questo caso di una donna, che ne è titolare. E come riuscirci in una società monopolizzata dalla famiglia patriarcale?

La riforma delle norme contro la violenza sessuale

L’aria di cambiamento era nell’aria già nel 1986, ma ci sono voluti altri dieci anni affinché la legge contro la violenza sessuale venisse approvata. La concezione maschilista, infatti, continuava a vincere, avvallata dalla moralità perversa e sbagliata della società del tempo. Ma alla fine ce l’abbiamo fatto, arrivando al fatidico 15 febbraio 1996.

Con la legge n. 66 del 15 febbraio 1996, denominata “Norme contro la violenza sessuale”, si afferma il principio per cui lo stupro è un crimine contro la persona, che viene costretta nella sua libertà sessuale, e non contro la morale pubblica.

La storia però non finisce qui. Uscire dal retaggio culturale, negli anni successivi e ancora oggi, è stato assai difficile. Basta dare uno sguardo ad alcune sentenze della Cassazione, intervenuta laddove il codice penale non era chiaro e necessitava di un’interpretazione a discrezione del giudice.

Aprile 1994: E’ “arduo ipotizzare” una violenza sessuale fra coniugi in caso di coito orale in quanto la donna “avrebbe potuto in ogni caso facilmente reagire e sottrarsi al compimento dell’atto da lei non voluto”.

Agosto 1997: Se il capufficio dimostra un “sentimento profondo e sincero” nei confronti della segretaria, non può essere accusato di molestie sessuali sul lavoro, anche se la invita a cena e tenta di baciarla.

Febbraio 1999: Impossibile commettere violenza carnale su una ragazza che indossa i jeans. Così la Cassazione ha assolto un istruttore di scuola guida condannato per stupro in primo e in secondo grado

Febbraio 2006: Il danno è più lieve se la ragazza ha già avuto rapporti sessuali

Aprile 2006: Il reato di violenza sessuale può essere punito meno gravemente se viene commesso in un contesto ambientale degradato. Le degradatissime condizioni di vita in cui avvengono i fatti non coinvolgono solo le vittime ma anche gli stessi imputati.

Le cose per fortuna adesso sono cambiate, forse.

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