Zoe Trinchero, 17 anni, uccisa da un amico dopo un rifiuto

Il delitto a Nizza Monferrato: il tentativo di depistaggio, il racconto dell’amica Nicole e il silenzio, disperato, di chi resta

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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Zoe Trinchero aveva diciassette anni ed è stata uccisa nella notte tra venerdì 6 e sabato 7 febbraio a Nizza Monferrato, nell’Astigiano. Il suo corpo è stato ritrovato nel rio Nizza, in un tratto del corso d’acqua vicino a un distributore di benzina lungo la strada che conduce verso Incisa.
A trovarla sono stati alcuni amici che, non vedendola rientrare, avevano iniziato a cercarla.
La giovane lavorava da circa un mese nel bar della stazione della città. Dopo aver terminato il turno di lavoro, aveva trascorso la serata con un gruppo di amici, per poi allontanarsi insieme a un ragazzo che conosceva, Alex Manna, 19 anni, che ha confessato di averla colpita con un pugno, ma di non avere avuto l’intenzione di ucciderla, versione sconfessata proprio dalle ferite presenti sulla vittima.

Secondo le prime ricostruzioni investigative, l’aggressione sarebbe avvenuta poco dopo.
Sul corpo della ragazza sono state riscontrate percosse al volto, segni compatibili con un tentativo di difesa e lesioni al collo riconducibili a strangolamento.
Gli investigatori ipotizzano che il movente sia legato al rifiuto della giovane a un approccio del ragazzo. Dopo l’aggressione, sempre secondo quanto emerso finora, il giovane si sarebbe allontanato per cambiarsi gli abiti sporchi di sangue e sarebbe poi tornato dagli amici raccontando una versione diversa dei fatti, accusando un altro ragazzo, estraneo alla vicenda. L’indicazione avrebbe contribuito a diffondere voci incontrollate in città, portando alcune persone a radunarsi sotto l’abitazione del giovane indicato, poi risultato completamente estraneo ai fatti.

Zoe Trinchero, il luogo in cui è stata uccisa
ANSA
Zoe Trinchero, il luogo in cui è stata uccisa

A raccontare Zoe è anche Nicole, la migliore amica, con cui condivideva un’amicizia di oltre dieci anni. La sera dell’omicidio la diciassettenne aveva provato a chiamarla poco prima delle 23. «Ma io dormivo, non le ho risposto», ha raccontato la giovane a Repubblica, spiegando di sentirsi oggi in colpa. Nicole è anche l’ex fidanzata di Alex Manna e descrive un rapporto chiuso tempo prima perché giudicato problematico: «Con me era ossessivo e possessivo, non voleva che uscissi o parlassi con altri. Una volta ha sferrato un pugno contro una finestra per un motivo banalissimo». Secondo il suo racconto, Zoe non aveva mai manifestato interesse per il ragazzo e tra loro c’era solo una conoscenza superficiale.

Zoe aiutava la madre in casa e si occupava delle sorelline più piccole. Il suo sogno era diventare psicologa e lavorava per potersi pagare gli studi. «Non è mai rimasta con le mani in mano», ha raccontato l’amica.

Ogni volta ci chiediamo come sia possibile. E ogni volta la risposta è più semplice e più difficile da accettare insieme. Perché non si tratta di uno sconosciuto incontrato per strada. Ancora una volta, il pericolo sembra arrivare da qualcuno conosciuto, da una persona con cui si è condiviso del tempo, una serata, una fiducia minima che dovrebbe essere naturale tra ragazzi della stessa età.
Zoe aveva diciassette anni. Lavorava, studiava, aveva progetti. Voleva diventare psicologa. Aveva una vita normale, fatta di amicizie, di sogni e di piccoli sacrifici quotidiani. È stata uccisa perché qualcuno non ha accettato un limite. Perché per qualcuno un rifiuto è diventato insopportabile.

Zoe Trinchero, fiori e ricordi sul luogo dell'omicidio
ANSA
Zoe Trinchero, fiori e ricordi sul luogo dell’omicidio

Eppure continuiamo a raccontare queste storie come se fossero esplosioni improvvise di follia. Non è così. Strangolare qualcuno significa scegliere di continuare, secondo dopo secondo, mentre l’altra persona tenta di difendersi. Non è un raptus. È violenza esercitata fino all’ultimo momento.
C’è poi un elemento che rende questa vicenda ancora più dolorosa: il tentativo di spostare la responsabilità altrove, di indicare un altro colpevole, di alimentare voci che hanno rischiato di trasformarsi in rabbia collettiva. Quando la realtà è troppo difficile da accettare, si cerca qualcuno su cui scaricarla, ma il risultato è solo altro dolore.

E resta il silenzio di chi rimane. Una madre che continuerà a guardare una stanza vuota. Un’amica che si sveglia con una chiamata persa e il peso di una domanda che non troverà risposta. Una comunità che prova a spiegarsi l’inspiegabile.

Quando le donne dicono di avere paura, non stanno esagerando. Stanno leggendo una realtà che continua a ripetersi. E ogni volta che minimizziamo, che parliamo di tragedie imprevedibili o di momenti di follia, evitiamo di guardare il problema per quello che è.

Zoe non è solo un nome di cronaca. Era una ragazza di diciassette anni. E ricordarlo è il primo passo per smettere di considerare queste morti inevitabili.