Tutti pazzi per Roberta Mastromichele, la fidanzata di Matt Dillon

Quella di Roberta sembra una favola, un'audizione in un pub a Londra, una storia d'amore con un'icona del cinema. La racconta lei stessa in esclusiva per DiLei

Irene Vella Giornalista televisiva

La prima volta che ho incrociato i bellissimi occhi di Roberta Mastromichele me la ricordo bene, mi sorrideva enigmatica da una foto di un red carpet a Cannes, al fianco di uno dei miei attori preferiti, Matt Dillon. Immediata è stata la curiosità di sapere chi fosse. Quando poi ho scoperto la sua nazionalità mi sono sentita davvero orgogliosa del fatto che questa elegante e magnetica ragazza italiana avesse fatto breccia nel cuore di quest’uomo. L’ho cercata su Instagram e ho cominciato a seguirla per capire cosa avesse di così speciale. E ho imparato ad apprezzarla nella sua ritrosia all’apparenza, allo scrivere e non dire, al raccontare senza annoiare, sempre un passo indietro rispetto al mostrarsi troppo. Così mi è entrata nel cuore.

Ho scoperto una figlia in sofferenza per una vita bastarda che le ha strappato troppo presto affetti insostituibili, una zia amorevole e innamorata delle sue nipoti, una sorella presente, e una compagna innamorata dell’uomo, mostrato con il contagocce come si fa con i tesori più nascosti, quasi a difenderlo dalla curiosità invadente del mondo, e ultimo, ma non ultimo, una professionista votata a ogni tipo di arte, e ho deciso di raccontarvela. In esclusiva per le lettrici di DiLei.

Chi è Roberta Mastromichele?
Roberta è una donna, da un po’ di tempo, e una zia innamorata delle sue nipoti. La sensazione del tempo passato mi fa sempre un certo effetto, perché da piccola immaginavo il mio futuro, basandomi su quella che era la mia quotidianità, avevo un’idea precisa su quello che sarebbe stato, una famiglia, un marito, dei figli. Invece il mio futuro è stato completamente ribaltato dagli eventi, anche dolorosi, della vita. Sicuramente come bambina sono stata fortunata, perché ero molto curiosa nei confronti di ogni tipo di arte: teatro, letteratura. La mia famiglia è stata molto importante perché mi è stata accanto, e ha creato molto della Roberta che vedete.

Sono una ragazza umile, provengo da una famiglia che è stata la mia più grande gioia e il mio più grande dolore, perché la vita me l’ha portata via molto presto. Ho scelto di donarmi a ogni forma d’arte, e sono stata molto fortunata nella danza, ho avuto una lunga carriere come ballerina, applicandomi anche nella recitazione, adesso possiamo dire che sono anche un’attrice, ed è una grandissima soddisfazione poter dire che faccio quello che mi piace.

Sei stata per quindici anni l’assistente alle coreografie di Luca Tommassini, e so che il vostro è stato un incontro fortuito, ce lo vuoi raccontare?
Luca Tommassini  è un grandissimo coreografo, direttore artistico e amico, che mi ha insegnato tutto quello che so di questo lavoro. il nostro è stato un incontro particolare, anche noi ci conoscevamo già, perché ci eravamo già visti perché lavoravamo entrambi a Milano. Io ero una delle ballerine di questi primi programmi televisivi, che un po’ mortificavano le mie ambizioni, anche se tutto fa esperienza, ma io sognavo il palco di Madonna, ed ero nella sala accanto a quella dove facevano le prove per Buona Domenica Luca e Kevin, questi due ballerini bravissimi arrivati da Los Angeles e lì ci siamo incontrati per la prima volta molto velocemente.

Dopodiché decido di andare a Londra insieme ad una mia amica, per imparare la lingua e ritrovare me stessa, e faccio di tutto tranne che quello, e anzi forse mi perdo completamente. Una sera mentre lavoravo in questo pub a Soho come floor assistent, che significa che non parli per niente inglese, quindi pulisci i tavoli, va via la corrente, e nel pub accanto dove lavorava il mio amico c’era Luca Tommassini ospite di un altro grande coreografo Jamie King.

Sembra una favola e pure è tutto vero, io vado lì, ci salutiamo e loro mi fanno un’audizione sul momento, con la mia divisa da cameriera ai tavoli, perché stavano cercando una ballerina, mi insegnano questo passo di danza che io faccio all’interno del locale senza luce e incredibilmente qualche giorno dopo ricevo la chiamata per fare il lavoro, che poi per una serie di motivazioni non è andato in porto, ma da quel momento in poi Luca si è assicurato che lavorassi con lui, e così è stato. Sono state tutte esperienze meravigliose perché ho fatto quel lavoro nel migliore dei momenti, sono stata fortunata.

Per dodici anni hai girato il mondo al suo fianco lavorando per i migliori show e cantanti. Ci racconti qualche aneddoto? Qualche ricordo particolare? Chi era il tuo performer preferito?
Non ho aneddoti particolari da raccontare se non le grandi personalità con cui abbiamo avuto a che fare. Mi ricordo le ansie di Geri Halliwell,  la sicurezza ed ironia di Kylie Minogue o l’assoluta genialità e il carisma di Robbie Willians, un animale da palcoscenico, la dolcezza di Richy Martin all’inizio della sua carriera, carinissimo, molto diligente e preciso, ma anche Claudio Baglioni con cui ho lavorato per anni, un professionista senza precedenti.

Mi ricordo che lavoravamo tantissimo, ore e ore di lavoro senza orari, senza interruzioni con grande passione e grande divertimento, ci mettevamo l’anima e la disciplina e il totale darsi mi è rimasta dentro, perché io do sempre il massimo, è importante averlo imparato. Il mio preferito tra gli italiani forse Fiorello. Con Rosario abbiamo realizzato cose pazzesche, come cantante Claudio e come performer Robbie Willians, ma il mio elenco è infinito, perché sono tutti importanti, la Cuccarini, Giorgia e come attore di sicuro Daniel Day Lewis

Tu nasci come ballerina per diventare coreografa, cosa ti piace di più? Cosa provi quando si spengono le luci, si alza il sipario e e parte la musica?
Nasco come ballerina, ma non sono proprio una coreografa. Io creo la parte coreografica ma mi affianco a qualcuno che crea i passi per me, anche se ho dei contratti da coreografa, cerco sempre di creare una squadra, è un approccio internazionale che mi ha insegnato Luca Tommassini. Sono una ballerina commerciale (commercial dancer) quelle che lavorano in concerti, videoclip, il mio sipario è uno stadio che si illumina mentre il palco che si apre ce l’ho come attrice e le sensazioni sono le stesse, anche quando sono in regia.

Quando inizia la musica le sensazione il primo pensiero è sempre “chi me l’ha fatto fare” perché la scarica di adrenalina è forte, poi c’è la paura, ma nell’attimo esatto in cui pronuncio la battuta, o parte il primo passo di danza sono felice e mi sento nel posto giusto al momento giusto. Amo così tanto il mio lavoro, che ogni volta che sono su di un palco riesco a guardarmi da fuori estasiata, ringraziando  il cielo per queste sensazioni che mi fanno sopravvivere.

Nei 2009 sei una delle principali ballerine del cast del film “Nine” diretto da Rob Marshall. Come si diventa “internazionale”?
La storia di Nine è bellissima. La mia agenzia da ballerina inglese mi chiama per questa audizione che vado a fare con una mia amica, Paola, che sarà poi nel film con me. Partiamo prive di qualsiasi aspettativa, ma felici come sempre, perché lavoravamo tantissimo in quel periodo, l’audizione era stile Chorus Line, c’erano migliaia di ragazze bellissime, meravigliose, divise in mille gruppi, la scelta sembra infinita.

Ricordo un aneddoto quando entro con il gruppo. Mi ricordo che Rob (il regista) ha la mia foto cartacea in mano, con il mio resumè, il mio curriculum, e mi guarda con un sorriso come a dire eccola, perché cercavano proprio quella tipologia di ragazza, quel suo sguardo mi ha dato una grande sicurezza a tal punto che è stata l’audizione migliore della mia vita. Non so se ci sia una ricetta per diventare internazionale, io ho iniziato a lavorare a Londra con Luca, poi abbiamo girato il mondo anche con manifestazioni sportive, in tante fiere e quello ti apre la mente.

Nine l’ho vissuta come una delle esperienze più belle della mia vita, feci anche un’audizione per avere una parte come attrice all’interno. Ci sono tante cose che sono venute da quel film, sono stata sul set con artisti importanti che mi hanno dato tanto come recitazione, come tipo di approccio al lavoro, il mondo di adesso è un po’ diverso da quello che ho vissuto. Adesso è tutto più veloce, più fruibile perché c’è una condivisione continua, forse è necessario formarsi con quello che è stato questo lavoro nel passato, guardando ad artisti che tanto hanno creato per la nostra professione, come per esempio Madonna.

Sei fidanzata con uno degli attori più amati al mondo,  Matt Dillon, che per noi ragazze nate negli Anni Settanta rimarrà sempre Dallas Winston dei ragazzi della cinquantesima strada, e so che siete molto riservati, ma puoi raccontarci come vi siete incontrati, conosciuti e innamorati?
È vero sono fidanzata con un’icona,  per me però lui non è Dallas dei ragazzi della 56° strada, forse è più  Bob di Drugstore Cowboy perché non sono cresciuta con quel film, ma mi rendo conto di quanto sia importante per i milioni di pagine su Instagram dedicate a lui e a quel ruolo, delle fans giovanissime che lo seguono e per quel personaggio.

Però Matt non lo è per niente, perché ha fatto una carriera strepitosa, ed è molto altro, un aneddoto carino che riguarda quel film è il titolo in italiano, perché in realtà nella storia non esiste nessuna 56° strada, noi italiani in passato eravamo bravissimi a cambiare titoli a caso, The outsider è quello originale. Noi ci siamo conosciuti molti anni fa, ventuno per la precisione, a Roma tramite Giovanni Veronesi, il regista, ci siamo incontrati in una serata con tante altre persone e ci siamo subito piaciuti. Il locale era in centro, si chiamava Johnathan’s Angels.

Dopo parecchi mesi abbiamo fatto un viaggio insieme, siamo stati per un pochino una coppia, dopodiché ognuno ha continuato per la propria strada, poi ci siamo riavvicinati per un altro periodo finché siamo diventati amici, molto amici, per una decina d’anni. Siamo rimasti sempre in contatto, fino a quando poi, sei anni fa, è nata una storia molto più importante con una complicità diversa e una conoscenza l’uno dell’altro più profonda.

Questo è uno dei miei aforismi preferiti “Sai cosa diceva mia nonna? Mi faceva sempre l’esempio delle mandorle, che a volte hanno due noccioli all’interno: diceva che lei e suo marito erano così, erano legati stretti come due noccioli di mandorla,  uno incastrato nell’altro, uno concavo e uno convesso, devono adattarsi per combaciare…” Pensi che l’amore sia davvero così?
Non so rispondere alla domanda sull’amore perché non sono convinta di andare in una direzione o nell’altra, se sia il nocciolo a combaciare perfettamente tramite due parti, o invece se si è parte di un percorso che poi vada scemando. Ho avuto degli amori importanti che hanno avuto un inizio e una fine, per la mia esperienza ho avuto un esempio di una bellissima famiglia, i miei genitori avevano un rapporto d’amore molto intenso stroncato dalla perdita improvvisa di mio papà, ed io ho vissuto quest’amore successivo di mia mamma che per diciotto anni è vissuta senza di lui comunque innamorata.

Mi ha formato, anche e forse soprattutto la tangibilità amorosa di quel rapporto anche senza che la persona fosse presente materialmente. Non so se io e il mio compagno siamo parti dello stesso nocciolo e se siamo così perfettamente combacianti, non so se tutti lo sono o solo se alcuni lo provano, l’amore è difficile perché nasciamo come individui soli e stare con una persona è comunque complicato e naturale allo tesso tempo. Di una cosa sono sicura: condividere tutto con chi ami è una delle cose migliori che esistano al mondo.

Cosa pensi che ci riserverà il futuro? Come hai vissuto questa pandemia mondiale?
Non sono la persona più adatta a parlare del domani perché in questo momento sto ancora vivendo il lutto di mia mamma che mi ha sconvolto la vita e l’esistenza e, per quanto stia affrontando un percorso terapeutico, per me il futuro è anche andare a camminare stasera, o organizzare una giornata, è già tempo prezioso. Ho vissuto la pandemia in modo diverso dagli altri, perché io mi trovavo già all’interno di un inferno personale e doloroso, è stato alienante e molto difficile sopravvivere da sola, con un trasloco in pieno lockdown, perché Matt era rimasto bloccato a NY.

È stato un momento catartico, ho dovuto imparare da questo lutto traumatico a sopravvivere alla giornata, dovermi imporre una routine, ho utilizzato tutto il caos dei 90 scatoloni del trasloco per riorganizzare la mia vita e  ricrearmi un minimo di equilibrio. Purtroppo non so cosa ci riservi il futuro, mi piacerebbe pensare che quello che sta accadendo ci possa aiutare a cambiare, anche se vedo molto odio e poca inclusione, una violenza crescente dovuta alla paura. Però se penso al futuro immagino le mie tre nipoti e quanto sia bello vedere il mondo attraverso i loro occhi, alla fine forse il senso della vita è proprio questo.

Roberta Mastromichele e Matt Dillon, Venezia 2020. Foto Dave Bedrosian/Geisler-Fotopress (IPA)

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