La tragica storia di Saman Abbas, morta per troppo amore

Il matrimonio combinato, la rottura con i genitori, la scomparsa, l'inchiesta per omicidio, la storia di una famiglia che ha pianificato la morte della propria figlia

Irene Vella Giornalista televisiva Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

La storia di Saman Abbas è talmente tragica da essermi entrata sottopelle, nella testa e nel cuore, perché è una vicenda che inizia con un “c’era una volta una famiglia che arrivava da lontano con i sogni proiettati nel futuro”, ma che si conclude senza lieto fine, con una morte pianificata da tutti i membri della famiglia, con a capo uno zio spietato, che sembra essere l’esecutore materiale dell’omicidio della diciottenne, ma consegnata proprio dai suoi genitori. La sua colpa? Quella di aver rifiutato un matrimonio combinato in Pakistan e di essersi innamorata di un suo connazionale conosciuto attraverso i social.

La vicenda comincia il 27 ottobre scorso a Novellara in provincia di Reggio Emilia, quando Saman si rivolge ai servizi sociali comunali e a novembre trova protezione in un centro del Bolognese, tornando però a casa l’11 aprile, forse con l’inganno, forse sentendosi forte della sua maggiore età, e alla fine di quel mese scompare. Subito i sospetti si concentrano sulla famiglia che nel frattempo fa rientro in Pakistan. Il 5 maggio i carabinieri la vanno a cercare. Le indagini si concentrano su cinque persone: i genitori, uno zio e i due cugini. Questi ultimi si aggiungono all’inchiesta quando gli inquirenti li riconoscono in un video. Le immagini risalgono al 29 aprile scorso: alle 19:15 di quella sera tre uomini con due pale, un secchio contenente un sacco azzurro e un piede di porco, si dirigono nei campi sul retro della casa, per poi rientrare alle 21:50.

Passano pochi giorni spunta un nuovo video e un testimone minorenne che conferma i sospetti degli inquirenti. A parlare è il fratello sedicenne della ragazza scomparsa, attualmente protetto in una località segreta. Nel filmato si vede la giovane pachistana uscire di casa con alcuni familiari che ora sono indagati. Dalle telecamere si vedono il padre della ragazza, la madre, lo zio e i due cugini. Saman non rientrerà più, quegli istanti sono gli ultimi a mostrare la diciottenne ancora in vita, prima di essere risucchiata da un’oscurità fatta di bugie e menzogne.

Una pianificazione del delitto che racconta la storia di una famiglia in cui l’onore conta più dell’amore, in cui il rifiuto di un matrimonio combinato diventa il pretesto per una punizione esemplare, quella che la stessa diciottenne sente proferire dalla bocca di sua madre e che racconta in una nota audio al suo fidanzato: «È l’unica soluzione», avrebbe detto la donna in riferimento alla morte come unica soluzione per chi rifiuta le regole della vita pakistana. «L’ho sentito con le mie orecchie, ti giuro che stavano parlando di me – spiega la 18enne al fidanzato prima di sparire – non sono fiduciosa, se non mi faccio sentire per due giorni allerta le Forze dell’ordine».

E così è stato. Perché di lei si sono perse le tracce in quei maledetti campi nebbiosi, quelli che avrebbero dovuto rappresentare l’inizio di una nuova vita per tutti, e che invece adesso puzzano di morte, raccontano di uno zio lucido pianificatore che avrebbe organizzato il piano per sbarazzarsi della nipote e la fuga dell’intera famiglia, occupandosi dell’acquisto dei biglietti aerei poco dopo la scomparsa di Saman, dopo aver anche minacciato di morte l’unico che forse voleva davvero bene a questa ragazza, il fratello sedicenne, che chiede di rivederla un’ultima volta, ma che viene costretto al silenzio.

E sono proprio le parole dello zio, ritrovate in una chat a una persona molto vicina a lui, a far perdere le speranze di ritrovare la diciottenne viva: «Abbiamo fatto un lavoro fatto bene, diremo che è tornata in Pakistan». I genitori di Saman, lo zio Danish e due cugini sono indagati dalla Procura di Reggio Emilia per omicidio. Sono tutti irreperibili tranne un cugino, Ikram Ijaz, fermato nei giorni scorsi a Nimes, in Francia, e del quale si attende l’estradizione. I coniugi Abbas sono volati in Pakistan a inizio maggio. Lo zio e l’altro cugino della ragazza sono in fuga, si presume in Europa.

C’è qualcosa di dannatamente ingiusto in questa storia, di maledettamente crudele e innaturale, ed è la lucidità con cui una famiglia ha deciso a tavolino la morte di una figlia, di una sorella, di una nipote. Una ragazza di diciotto anni con gli occhi pieni di sogni, innamorata della vita e dell’amore, così innocente e pura da non voler credere a quello che le sue orecchie avevano sentito, da voler dare una seconda opportunità ai suoi genitori, perché la verità è che lei ha sempre pensato che si sarebbero fermati, che alla fine avrebbero accettato la sua decisione di rifiutare il matrimonio combinato, avrebbero capito che al cuore non si comanda e che lei era davvero innamorata del suo fidanzato.

Ma è stata proprio la sua fiducia nel bene ad ucciderla, perché quello che stanno cercando gli inquirenti è un corpo senza vita, l’involucro dei sogni di un’adolescente che desiderava solo essere uguale alle sue coetanee italiane, libera e felice. Per capirlo basta guardare le foto di Saman, quelle con il velo e quelle senza, sembrano due persone diverse, anche il sorriso non è lo stesso, eppure quasi non viene detto, come non viene sottolineato che il suo è un femminicidio, alla stregua di quelli che accadono ogni giorno ai danni di tante donne italiane, perché c’è una parte della stampa che ha paura di chiamare le cose con il loro nome per non essere tacciati di razzismo, perché la realtà è Saman è stata uccisa dall’ignoranza ma anche dal silenzio di quelli che non hanno il coraggio di prendere posizione di fronte all’integralismo per paura appunto di essere chiamati razzisti.

Quante Saman o Hina dovranno essere ammazzate dalle proprie famiglie per essersi opposte al matrimonio combinato, quante donne che vivono in Italia contravvenendo alle leggi non scritte di una famiglia patriarcale e integralista dovranno perdere la vita, per poterne liberamente parlare e denunciare senza essere tacciati di islamofobia? Non è chiamando le cose con un nome diverso che queste miracolosamente scompariranno, ma denunciando i fatti per quelli che sono che potranno finalmente cambiare, affinché nessun’altra Saman debba essere uccisa per lavare con il sangue l’onore della sua famiglia.

Saman Abbas, foto Ansa

 

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