Un altro feroce femminicidio: Valentina Sarto uccisa dal marito

Aveva chiesto aiuto ai carabinieri ma non denunciato. L’ennesimo femminicidio nato da controllo, gelosia e rifiuto non accettato

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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Si chiamava Valentina Sarto, aveva 42 anni. È stata uccisa a coltellate dal marito Vincenzo Dongellini, 50 anni, nell’appartamento in cui vivevano a Bergamo, nel quartiere Valtesse. L’ennesimo femminicidio maturato all’interno di una relazione segnata da tensioni, controllo e paura.

L’omicidio è avvenuto ieri intorno a mezzogiorno. Secondo quanto ricostruito, tra i due era in corso da tempo una situazione conflittuale. Dopo una relazione durata circa dieci anni, la coppia si era sposata nel maggio 2025, ma proprio da quel momento i contrasti si erano intensificati, trasformandosi in litigi frequenti, minacce e, in alcuni casi, violenze fisiche.

Nella notte tra lunedì e martedì, intorno alle cinque del mattino, i due avevano avuto un violento diverbio in strada. Alcuni vicini, svegliati dalle urla, avevano pensato di allertare il 112, ma la situazione sembrava essersi placata quando marito e moglie erano rientrati in casa. Nessuno immaginava che quelle tensioni potessero culminare in un omicidio.

Valentina voleva separarsi. Non riusciva più a sostenere il clima che si era creato tra le mura domestiche, segnato anche dal controllo esercitato dal marito, che non voleva che uscisse né che frequentasse la palestra. Da circa tre mesi aveva iniziato una relazione con un altro uomo, conosciuto sul posto di lavoro. Aveva confessato tutto al marito, scatenando ulteriori reazioni violente.

Nonostante questo, la donna non aveva lasciato la casa. Aveva però cercato aiuto: si era rivolta ai carabinieri di Almenno San Salvatore, ai quali aveva raccontato la situazione e chiesto consigli su come tutelarsi. Non aveva però sporto denuncia.

Questa mattina l’epilogo. Durante l’ennesima lite, Dongellini ha impugnato un coltello e ha colpito mortalmente la moglie. Subito dopo si è procurato alcune ferite alle braccia, forse nel tentativo di togliersi la vita, quindi ha telefonato alla figlia per confessare quanto accaduto.

Sul posto sono intervenuti gli agenti della Squadra mobile, la polizia scientifica e il pubblico ministero di turno. L’uomo è stato medicato e portato in questura per essere interrogato.
Nel pomeriggio si è presentato davanti all’abitazione anche il compagno della donna, sconvolto per la notizia. La sindaca di Bergamo, Elena Carnevali, ha parlato di una “ferita profonda per la città”, sottolineando come la violenza non nasca all’improvviso ma passi attraverso controllo, isolamento e minacce quotidiane.

Un’altra donna uccisa. Un altro nome che si aggiunge a una lista che non dovrebbe esistere.
Valentina Sarto aveva fatto qualcosa di fondamentale: aveva capito. Aveva capito che quella relazione non era più amore, ma paura. Aveva capito che quel controllo non era gelosia, ma possesso. Aveva capito che doveva uscire da quella situazione.
Aveva anche chiesto aiuto. Eppure non è bastato.
Perché la verità è che la violenza non esplode all’improvviso. Non nasce con un coltello. Nasce molto prima. Nasce quando qualcuno ti dice cosa puoi fare e cosa no. Quando ti isola. Quando ti fa sentire in colpa per il solo fatto di esistere fuori da lui. Quando trasforma la tua libertà in una colpa.

E poi arriva il momento in cui quella libertà diventa insopportabile.
Valentina voleva separarsi. Voleva ricominciare. Voleva essere felice.
Ed è proprio lì che si inserisce quel meccanismo che vediamo, identico, in troppe storie: se non sei più mia, non sarai di nessun altro.
È il rifiuto che diventa inaccettabile. È l’idea distorta di possesso che si trasforma in violenza. È la manipolazione che si traveste da disperazione.
Se mi lasci mi ammazzo”. Quante volte lo abbiamo sentito.
E invece no. Come ci ha insegnato la criminologa Roberta Bruzzone, chi dice così raramente punta davvero al suicidio. Il pensiero reale è un altro: tu non devi vivere senza di me.

E allora si colpisce. Si distrugge. Si cancella.
E poi arriva quel gesto, dopo: il tentativo di togliersi la vita che non riesce mai davvero. Perché il centro non è mai stato morire. Il centro era uccidere.
Valentina non è morta per una lite.
Valentina è stata uccisa perché aveva scelto se stessa.
E ogni volta che raccontiamo queste storie dobbiamo ricordarlo: non sono tragedie improvvise. Sono finali annunciati.
E finché continueremo a sottovalutare i segnali, a pensare che “tanto si calmerà”, a non intervenire prima, continueremo a contare nomi.
E dietro ogni nome c’è una vita. Una donna. Una possibilità che non esiste più.