Sanremo è un mosaico di pietra, luce e memoria. L’architettura ligure vive di contrasti sottili: borghi arroccati e facciate spalancate sul mare, logge ombrose e terrazze assolate, palazzi nobiliari e architetture balneari nate per celebrare il tempo libero. È un paesaggio costruito per stratificazioni, dove ogni epoca ha lasciato un segno adattandosi alle curve della costa e alla forza della luce.
In questo tratto della Riviera dei Fiori, Sanremo occupa un posto particolare. Non soltanto per il Festival della Canzone Italiana, che ogni inverno la riporta al centro dell’immaginario collettivo, ma per la sua capacità di tenere insieme Medioevo, Liberty e Moderno in un racconto urbano sospeso tra eleganza e spettacolo.
In vista del Festival di Sanremo 2026, mentre gennaio scivola verso febbraio, la città si prepara a cambiare ritmo. Per sei giorni diventa capitale pop, macchina scenica, palcoscenico diffuso. Eppure, sotto le dirette televisive e i tappeti rossi improvvisati tra palme e hotel storici, resta un’architettura silenziosa che racconta molto più di una settimana musicale.
Indice
La Belle Époque e la Riviera elegante
C’è una Sanremo nata alla fine dell’Ottocento, quando l’élite internazionale scoprì il clima mite della Riviera. È la città della Belle Époque, delle ville adagiate sulle colline della Foce, dei giardini esotici che scendono verso il mare.

Gli alberghi monumentali come il Royal Hotel, il Londra e il des Anglais disegnano ancora oggi il profilo costiero con le loro masse affacciate sull’acqua. Le facciate raccontano stagioni di villeggiatura invernale, salotti affollati, orchestre e abiti lunghi. Alcuni edifici sono stati restaurati, altri portano addosso i segni del tempo. Dentro, spesso, sopravvivono soffitti decorati, scale scenografiche, pavimenti che hanno attraversato il Novecento senza cambiare volto.
Il Casinò di Sanremo, con le sue cupole e le maioliche dorate, è l’icona Liberty che domina il centro. Nato come simbolo di mondanità, ha ospitato le prime edizioni del Festival prima che il palco trovasse casa altrove. Ancora oggi appare come una quinta teatrale permanente, un edificio che sembra pronto ad accendersi al calare della sera.

L’Ariston e la macchina dello spettacolo
Poi c’è il Teatro Ariston, cuore riconoscibile del Festival dal 1977. Nato negli anni Cinquanta come cinema-teatro, conserva soffitti lavorati, lampadari a grappolo, dettagli che parlano della ricostruzione e della fiducia nel futuro tipiche di quel periodo.

Con il passare dei decenni l’Ariston è diventato una macchina scenica sempre più complessa. Il palco si amplia, gli impianti audio si rinnovano, la celebre scala si trasforma ogni anno in un rito collettivo. Qui l’architettura si piega alle esigenze della televisione e diventa dispositivo mediatico. L’interno, pur aggiornato, mantiene qualcosa di sospeso: una time capsule dove convivono memoria e iperproduzione contemporanea.
Durante il Festival la città intera cambia pelle. Antenne, regie mobili, palchi temporanei occupano piazze e lungomare. Le navi da crociera ormeggiate al largo diventano estensioni galleggianti dell’evento. Sanremo sembra espandersi oltre i suoi confini fisici, esistendo allo stesso tempo nella geografia reale e in quella televisiva.
La Pigna e la città che resiste
Basta però allontanarsi dalle vie principali e salire verso la Pigna per entrare in un’altra dimensione. Il nucleo medievale è un intreccio di vicoli coperti, passaggi stretti, piazze improvvise. Le case si sovrappongono, gli archi si susseguono, le scalinate si infilano tra muri spessi che trattengono l’ombra.

Qui il rumore del Festival arriva attenuato. La città alta resta impermeabile alle trasformazioni della villeggiatura ottocentesca e agli allestimenti televisivi. È una Sanremo antica, quasi introversa, che osserva la frenesia della costa senza lasciarsi travolgere.
Moderno ligure e memoria costiera
Sotto la superficie effimera dell’evento restano le architetture del Novecento ligure. Le facciate Liberty, certo, ma anche le tracce del Modernismo italiano. Come la piscina progettata da Gio Ponti al Royal negli anni Cinquanta, sospesa tra pini e mare, esempio di come il design balneare abbia saputo dialogare con il paesaggio.

Restano le ville immerse nel verde, le stazioni incastonate nella roccia, i percorsi che scendono verso un mare tornato più vicino dopo la dismissione della ferrovia litoranea. Restano le palme del lungomare e le cupole dorate che al tramonto riflettono una luce quasi teatrale.
A gennaio, quando la città attende febbraio e l’inizio del Festival 2026, Sanremo sembra una scenografia in pausa. L’Ariston riposa, le facciate Belle Époque si stagliano contro il cielo invernale, le vie del centro tornano a un ritmo più lento. Ma si avverte già una vibrazione sottile, una doppia velocità che la attraversa: la calma della Riviera e l’energia pronta a riaccendersi.
Forse è questo il tratto più interessante dell’architettura sanremese: la capacità di restare stabile e, allo stesso tempo, trasformarsi ogni anno in qualcos’altro. Una città che non cambia davvero volto, ma che periodicamente si mette in scena. Tra Liberty, Medioevo e palcoscenici televisivi, Sanremo continua a essere il fondale silenzioso di una metamorfosi che si ripete, inverno dopo inverno.