Perché i giovani fanno meno sesso rispetto alle generazioni precedenti?

La Gen Z sembra libera e disinvolta sessualmente, ma la realtà è un’altra. Si chiama Sex Recession e ha ragioni complesse, ma forse non sono quelle che immagini

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Marta Pettolino Valfrè

Psicologa e docente

Psicologa e coach, si occupa di clinica e sessuologia. Insegna all’Università di Torino e scrive libri coniugando clinica e divulgazione scientifica.

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Si è sempre parlato molto di sesso, sembra quasi ci sia un termometro che ci faccia sentire in norma o fuori norma. Ma allora quanto sesso dobbiamo fare per essere come le altre?
Non c’è una risposta giusta, ma non si può ignorare che la sessualità sia una delle aree che incide maggiormente sul nostro benessere psicofisico. Questo ovviamente solo se si rispettano la nostra volontà e il nostro consenso.

Il sesso, però, si è anche sempre accompagnato a un immaginario collettivo fatto di numeri e di prestazioni, come se fosse un argomento talmente divisivo che o stavamo con quelli bravi che lo facevano e lo facevano bene o stavamo con gli sfigatelli, poco e male.
Oggi sembra che il mood sia un po’ cambiato; sicuramente c’è più consapevolezza e più educazione sessuale, anche se non ancora sufficiente e soprattutto delegata male. Ma come stanno oggi i e le giovani nella sessualità?

La Gen Z è quella che ha avuto più libertà e più accesso alla sessualità, ci sono meno tabù, stereotipi che, almeno in parte, si sono allentati (anche se ce ne sono ancora molti da smontare) e soprattutto infinite possibilità, tra app di dating e canali social. Eppure i dati raccontano una storia diversa: la Gen Z fa meno sesso di chi l’ha preceduta, tanto che si parla di sex recession, una vera e propria recessione sessuale. Forse la possibilità di avere facile accesso o l’illusione di una facile sostituzione del o della partner tiene lontano dall’intimità? Le cause non sembrano solo queste.

I numeri: è vero che si fa sempre meno sesso?

I numeri non lasciano molto spazio ai dubbi. Una ricerca del General Social Survey (GSS), condotta dal NORC dell’Università di Chicago ci mostra che nel 1990, il 55% degli adulti tra i 18 e i 64 anni dichiarava di avere rapporti sessuali almeno una volta a settimana. Nel 2024, quella quota è crollata al 37%. Ma è tra i giovani che il cambiamento è più evidente. Tra il 2010 e il 2024,  tra i 18 e i 29 anni la percentuale che dichiara di non aver avuto rapporti sessuali nell’ultimo anno è raddoppiata: dal 12% al 24%.

Questa tendenza sembra essere prevalente nei Paesi ad alto reddito, Europa compresa, suggerendo una spiegazione con lo stretto legame tra economia, stereotipi sociali e sessualità.

Il declino dell’attività sessuale non colpisce allo stesso modo uomini e donne. L’aumento dell’inattività sessuale è stato molto più marcato tra i giovani uomini eterosessuali tra i 18-24 anni: dal 18,9% al 30,9% in meno di vent’anni. Per le donne della stessa fascia d’età, l’aumento è stato più contenuto.

I due fattori che sembrano pesare di più per gli uomini sono la precarietà economica (il reddito è un predittore significativo di inattività sessuale per i maschi, non per le femmine) e la riduzione delle competenze sociali.

Per le donne, invece, pesa maggiormente l’ansia da prestazione legata all’immagine corporea (e questo lo sappiamo bene!), il timore di esperienze negative o non consensuali, e soprattutto la qualità dell’esperienza sessuale: le giovani donne, infatti, sono sempre più selettive non sulla quantità, ma sulla significatività delle esperienze sessuali che scelgono di vivere.

Sex Recession: le cause

Il sesso non è solo un fatto privato. Ormai la sua associazione con il benessere psicofisico è cosa nota: regola l’umore, rafforza il sistema immunitario, riduce lo stress, favorisce il legame di coppia e contribuisce a una maggiore soddisfazione di vita. Una sessualità sana è parte integrante della salute globale della persona.

Come sottolinea Peter Ueda, il ricercatore del Karolinska Institutet, è fondamentale distinguere tra chi sceglie di non fare sesso e chi ne è escluso per isolamento sociale, difficoltà economiche, ansia o mancanza di opportunità.

La sex recession non ha una causa unica, è piuttosto il risultato di una convergenza di fattori: negli ultimi anni la società è cambiata profondamente, sia sul piano economico sia su quello tecnologico, e queste trasformazioni hanno innescato a loro volta cambiamenti psicologici e culturali.

Si tratta di dinamiche interconnesse, che si alimentano e si rafforzano a vicenda, rendendo il fenomeno più complesso di quanto sembri a prima vista. Entrano in gioco processi che riguardano come funziona il desiderio, la relazione con l’altro, la percezione di sé, il rapporto tra sicurezza e vulnerabilità.

Le cause principali sono la rivoluzione digitale che ha portato un peggioramento delle abilità sociali e l’educazione sessuo-affettiva delegata alla pornografia, sempre più disponibile.

La rivoluzione digitale e il crollo della socialità

Il punto di svolta, secondo molti ricercatori, cade tra il 2010 e il 2015: gli anni in cui lo smartphone è diventato universale tra gli adolescenti. Non è una coincidenza che sia esattamente allora che la maggior parte degli indicatori di socialità in presenza abbia iniziato a declinare.

Secondo i dati GSS, il tempo medio che i giovani adulti trascorrevano con gli amici in una settimana è passato da 12,8 ore nel 2010 a 6,5 ore nel 2019: una riduzione di quasi il 50% in un solo decennio, per scendere ulteriormente a 5,1 ore nel 2024. La maggior parte di questo declino è avvenuta prima della pandemia.

Meno tempo trascorso in contesti sociali fisici, come feste, serate, incontri informali, significa meno opportunità di sviluppare le competenze relazionali e di incontrare potenziali partner.

Quando si parla di competenze relazionali si fa riferimento a un insieme molto concreto di abilità. Significa, per esempio, saper leggere i segnali dell’altro, la sua comunicazione non verbale, capire per esempio se l’altra persona è interessata alla conversazione o se è a disagio. Significa tollerare un possibile rifiuto senza viverlo come una minaccia e gestire quel sottile equilibrio tra esporsi e proteggersi.

Le competenze relazionali riguardano anche la capacità di stare nell’incertezza, non avere tutto sotto controllo, accettare che l’intimità richieda tempo e avere il coraggio di prendersi piccoli rischi. E soprattutto includono un elemento oggi quasi dimenticato: la gestione dell’imbarazzo, della goffaggine, di tutto ciò che non è perfetto.

In un contesto in cui molte interazioni passano attraverso schermi e tempi differiti queste abilità cambiano forma e il rischio è di indebolirle. Il risultato è che, anche con più possibilità di incontro, può diventare più difficile trasformare una connessione potenziale in un’esperienza reale.

Pornografia e aspettative irrealistiche

Un’altra causa è il ruolo della pornografia. Argomento che va trattato al di là delle credenze religiose e del bigottismo, ma con cura socio-psicologica. La scarsa presenza di competenze sociali unita all’educazione sessuo-affettiva affidata alla pornografia può davvero fare danni grandissimi.

A casa spesso non si parla di sessualità perché la maggior parte dei genitori non sono preparati ad affrontare tali argomenti, perché a loro volta sono cresciuti in contesti in cui il sesso era un argomento tabù, qualcosa da evitare, da ridurre a poche informazioni tecniche o da trattare con imbarazzo.

A scuola sappiamo bene come è andata con la proposta di legge, e così lasciamo i nostri e le nostre giovani educarsi in solitudine con quello che trovano in rete. Il problema è che la rete non è neutra: è uno spazio saturo di contenuti spesso distorti, performativi, lontani dalla realtà delle relazioni. In assenza di adulti di riferimento, il rischio non è solo quello di ricevere informazioni sbagliate, ma di costruire aspettative, modelli e copioni relazionali che poi diventano difficili da mettere in discussione.

La pornografia non riflette la realtà e costruisce standard irraggiungibili su corpo, prestazione e comportamento. Il risultato può essere ansia da prestazione, insicurezza corporea e una percezione del sesso reale come inadeguato rispetto a ciò che si è abituati a vedere.

Come tornare a fare più sesso

Come abbiamo visto, la sex recession è un fenomeno tutt’altro che di facile risoluzione, è il sintomo di trasformazioni strutturali che richiedono interventi su più livelli, però, alcune direzioni possiamo darle:

  • Educazione sessuale completa e realistica: le persone hanno bisogno di informazioni accurate su corpo, desiderio, relazioni, consenso, oltre che su contraccezione e malattie. C’è bisogno di un’educazione che includa la comunicazione emotiva, le aspettative realistiche e la diversità dell’esperienza sessuale.
  • Ridurre la solitudine strutturale: creare occasioni di socialità reale dovrebbe essere una priorità di salute pubblica.
  • Spazi clinici non giudicanti: molte persone giovani non parlano delle loro difficoltà sessuali perché non sanno a chi rivolgersi o temono giudizi. Medici di base, ginecologi, sessuologi e psicologi dovrebbero essere formati per accogliere queste domande con naturalezza.
  • Dialogo sul porno e sulle aspettative: aiutare i giovani a decodificare i messaggi della pornografia e dei media sulla sessualità è ormai parte irrinunciabile di qualsiasi percorso educativo o terapeutico.

Il costo emotivo della distanza digitale

La recessione del sesso tra i giovani non è solo una statistica. È il riflesso di un’epoca in cui il contatto reale è diventato più difficile, più rischioso, più spaventoso. In cui lo schermo ha preso lo spazio del corpo e l’intrattenimento infinito ha sostituito l’intimità con le sue imperfezioni.

Non si tratta di moralizzare né di rimpiangere un passato idealizzato. Si tratta di riconoscere che una generazione cresciuta nel digitale ha bisogno di essere aiutata a (ri)trovare il valore del contatto, della vulnerabilità, del desiderio autentico. Non perché “devono” fare più sesso, ma perché imparare a gestire l’intimità resta una parte importante della vita e delle relazioni.

 

Fonti bibliografiche

General Social Survey (GSS)

Ueda, P., Mercer, C.H., Ghaznavi, C., Herbenick, D. (2020).
Trends in Frequency of Sexual Activity and Number of Sexual Partners Among Adults Aged 18 to 44 Years in the US, 2000-2018. JAMA Network Open, Pubmed

Twenge, J.M., Sherman, R.A. & Wells, B.E. (2017).
Sexual Inactivity During Young Adulthood Is More Common Among U.S. Millennials and iGen. Archives of Sexual Behavior

Twenge, J.M., Sherman, R.A. & Wells, B.E. (2017). Declines in Sexual Frequency among American Adults, 1989–2014. Archives of Sexual Behavior