Schiavitù del bisogno: il lavoro prima della salute

Gela, Taranto, la Terra dei Fuochi. Così l'inquinamento ambientale ha danneggiato gli strati più deboli della società e le future generazioni

Lo stato di necessità, la condizione di vulnerabilità e quella linea sottile tra bisogno e schiavitù ha creato l’inferno terrestre, quello dove vivono bambini senza spensieratezza, senza un futuro, tra il silenzio della politica, risposte e la prospettiva di un futuro migliore. Perché il profitto viene prima di ogni cosa, anche se a pagare sono le vite delle future generazioni.

Ma le cose non tornano, se non in quei spaventosi numeri urlati disperatamente da chi l’inferno lo ha attraversato, da chi ancora oggi ci vive dentro. Una realtà, questa, apparentemente lontana da quello che ci piace raccontare dell’Italia, di quel Paese baciato sole, di quelle coste lambite mare. Dimenticandosi territori trasformati in una prigione per chi ci vive.

A Gela in 15 anni sono nati 450 bambini malformati. A Taranto, dal 2002 al 2015, ne sono nati 600. Nella Terra dei Fuochi oltre mille i bambini con il cancro. Ma non c’è un “effetto a catena” dichiarano, “i dati non hanno valore scientifico” affermano. E il silenzio cala.

bambina protesta

I bambini con le ali spezzati. Fotografia tratta dalla protesta contro la Terra dei Fuochi

Chi ha detto che la salute viene prima del lavoro?

“La prima ricchezza è la salute”,  scrisse il filosofo e poeta americano Ralph Waldo Emerson, ma lui certo non poteva sapere che invece, nella scaletta dei valori costituzionali, questa sta solo al 32esimo posto; il diritto al lavoro, invece, è al quarto. Probabilmente chi ha avuto l’illusione di pensare che la salute viene prima di ogni cosa, non ha riflettuto sul fatto che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Il profitto, poi, è venuto dopo, divenendo un’ossessione e scalando le vette delle priorità.

Probabilmente non ce ne siamo accorti, ma i soldi hanno soppiantato ogni valore e ogni diritto. Così tra scandali dei quali nessuno parla abbastanza e attività condotte alla luce del sole perché avallate da chi ha fatto spallucce, alcune aree dell’Italia si trovano tragicamente in bilico tra avere u lavoro e tutelare la salute. E a chi si illude che si tratti di una scelta personale, invitiamo a guardare ai bambini nati e cresciuti in questi luoghi, colpevoli solo di essere nati nel luogo sbagliato, o forse nella società sbagliata.

Gela, le malformazioni congenite e il silenzio degli altri

Gela, affacciata sul Mediterraneo. Città ricca di storia, affacciata sull’Africa, le sue spiagge. Nessuno parla più, però, dei 450 bambini nati malformati o delle raffinerie che secondo gli scienziati nominati da un giudice civile, colpevoli di aver avvelenato l’aria, la terra e la catena alimentare.

Per l’Eni però quella perizia non ha valore scientifico, di pareri discordanti sono invece le inchieste tra emissioni e malattie, che hanno portato a galla una realtà tutt’altro che confortante. Sul numero del 10 dicembre del 2015 de L’Espresso è stata pubblicata l’inchiesta Gela, il petrolchimico e l’inferno dei bambini, seguita poi da quella della trasmissione televisiva Report. Il 16 marzo 2021, sempre su L’Espresso, Antonio Fraschilla e Alan David Scifo hanno pubblicato il reportage Terra Bruciata, che racconta dei 450 bambini malformati nati negli ultimi 15 anni. “Cifre comunque approssimative – scrivono – perché da queste parti non c’è stato mai un monitoraggio costante delle malformazioni ”

Questo angolo del Sud Italia è una delle aree più inquinate dell’Europa, nonché quello con la più alta percentuale del continente per malattie congenite rubando la scena persino a Taranto, considerata la città più inquinata d’Italia. Un numero enorme, questo, che però è approssimativo perché nessuno si è preoccupato di monitorare gli effetti dell’avvelenamento dell’aria e della terra sulle nascite.

Sebastiano Bianca, genetista dell’ospedale Garibaldi di Catania, nel 2021 è stato incaricato dalla procura per indagare sulle malformazioni neonatali ed è emerso che i casi accertati in città superavano di gran lunga quelli dell’intero Paese e dell’Europa. La perizia redatta dal professor Bianca è stata poi consegnata all’Espresso nell’ambito dell’inchiesta realizzata dal giornale e non lascia dubbi: “Il collegio della commissione tecnica ritiene che la possibilità che la spina bifida di Kimberly Scudera sia stata favorita dalla presenza nell’ambiente di sostanze chimiche prodotte dal polo industriale sia del tutto concreta”. Ma l’Eni si difende, e nel 2018 in tribunale afferma che non c’è nesso tra l’inquinamento di origine industriale e i casi di malformazione neonatale. Nel settembre dello stesso anno il Tribunale di Gela respinge il ricorso di 500 cittadini che chiedono lo stop degli impianti petrolchimici attivi in città e l’avvio delle attività di bonifica, invitando legali e cittadini a rivolgersi al Ministero dell’ambiente a tutela del loro diritto alla tutela dell’ambiente.

La caccia al colpevole termina così e Gela sprofonda nel silenzio con l’unica tragica consapevolezza di quei numeri che si fanno fatica a pronunciare, di quel futuro rubato ai bambini.

Il futuro rubato ai bambini

Taranto, le lacrime dei bambini nella terra avvelenata

A Taranto, tra il 2002 e il 2015 sono nati 600 bambini malformati. Numeri che spaventano, acuiti ancora di più da tutti i tumori diagnosticati in età pediatrica e nel primo anno di vita. I colpevoli, le responsabilità e i nomi e cognomi però sono noti a tutti. Nello studio epidemiologico Sentieri, coordinato dall’Istituto superiore di sanità, sono indicati tutti i danni prodotti dallo stabilimento ArcelorMittal (ex Ilva) di Taranto.

Come riporta l’Ansa, “sono risultate superiori al numero di casi attesi le malformazioni congenite del sistema nervoso e degli arti. L’eccesso del 24% osservato per le malformazioni congenite dell’apparato urinario è invece ai limiti della significatività statistica”. Nella popolazione residente – si legge nello studio – risulta aumentato anche il rischio di decesso per le patologie considerate a priori come associate all’esposizione industriale specifica del sito in particolare per il tumore del polmone, mesotelioma della pleura e per le malattie dell’apparato respiratorio, in particolare per le malattie respiratorie acute tra gli uomini e quelle croniche tra le donne”.

Ma a Taranto funziona così, si vive costantemente in bilico tra il lavoro e la salute come dimostra la crisi dell’ex Ilva che ha tolto il sonno ai lavoratori dell’impianto siderurgico. Perché se da una parte c’è chi vorrebbe spegnere tutto e ripartire, dall’altra c’è chi non può e non vuole perdere il proprio lavoro. Ma le conseguenze più pesanti di una prigione che non sembra avere vie d’uscita vengono pagate dai bambini e dalle loro lacrime, come quelle versate per Vincenzo che a soli 11 anni è stato ucciso da un tumore.

Un evento che ha scosso i suoi compagni di classe, che ha portato alla luce questioni spinose mai dimenticate che riguardano la devastazione ambientale di Taranto, che di lacrime ne ha provocate miliardi. Ma che sono state portate via dal vento, o peggio, dai decreti salva Ilva. E intanto è passato il tempo, le proposte ambientaliste sono scivolate nel dimenticatoio, della condanna dell’allora Italsider non si parla più, mentre gli altri chiudono gli occhi su Gela sulla Terra dei Fuochi, su Taranto.

La Terra dei Fuochi e il futuro portato via

Il triangolo dell’avvelenamento territoriale si chiude qui, nella Terra dei Fuochi, l’ennesimo luogo in cui la schiavitù del bisogno ha mietuto altre vittime. L’ennesimo approccio sbagliato, ai danni dello strato più debole e vulnerabile della società, ha portato alla luce quello che è riconosciuto come il caso della Terra dei Fuochi, il deposito abusivo di rifiuti tossici provenienti dalle regioni del Nord Italia e dall’Europa. Parliamo di un’area geografica situata tra Giugliano e Melito, al confine tra Caserta e Napoli.

La questione inquinamento non ha distrutto solo la vita e le persone coinvolte, ma anche e soprattutto quella dei bambini. Un interessante, quanto più toccante, reportage di Anna Spena, racconta la vita di alcune mamme fra Caserta e Napoli che si fanno portavoce di tutte quelle persone che continuano a morire tra inceneritori, rifiuti tossici e discariche abusive a cielo aperto. Sono le mamme della Terra dei Fuochi che portano nel cuore frantumato il ricordo dei bambini morti di tumori, uccisi dalla malattia e dall’omertà.

Per alcuni non c’è alcun effetto Terra dei Fuochi, per le mamme, invece, e per tante altre persone sì. “Negare il rapporto tra salute e ambiente inquinato e non attuare misure di prevenzione è stato un atto criminale per almeno mille bambini e ragazzi negli ultimi 10 anni ammalati di tumore nella terra dei fuochi! Chiediamo che vengano individuati i responsabili nei settori di sanità e ambiente in Campania” scrivono i medici dell’Associazione per l’ambiente Isde. A questo parole fanno eco le voci delle mamme combattenti che lo fanno non solo per onorare le vite spezzate, ma anche e soprattutto per chi, quelle ali, potrebbe, vorrebbe, ancora spiegarle.

terra dei fuochi

Orta di Atella, Terra dei Fuochi

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