Chi era Giovannino Guareschi, l’inventore di Don Camillo e Peppone

Fu uno degli scrittori italiani più conosciuti all'estero: la storia di Giovannino Guareschi, l'inventore di Don Camillo e Peppone

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Claudia D'Alessandro

Giornalista, esperta di Spettacolo e Content Editor

Giornalista e content creator, si nutre da sempre di cultura e spettacolo. Scrive, legge e fugge al mare, quando ha bisogno di riconciliarsi col mondo.

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Don Camillo e Peppone, il parroco e il sindaco comunista, sempre pronti a litigare, sfidarsi e farsi dispetti, ma altrettanto pronti a mettere da parte le differenze quando davanti a loro c’è qualcosa di più importante della politica. Dietro due dei personaggi più popolari del Novecento italiano c’era Giovannino Guareschi, giornalista, scrittore, umorista e disegnatore dalla vita molto tormentata.

Chi era Giovannino Guareschi

Nato il 1° maggio 1908 a Fontanelle di Roccabianca, in provincia di Parma, Guareschi si chiamava in realtà Giovanni. Quel diminutivo, Giovannino, sarebbe però diventato il nome con cui tutti lo avrebbero conosciuto. Figlio di un commerciante e di una maestra elementare, crebbe in una famiglia che attraversò anche pesanti difficoltà economiche. A scuola era intelligente, brillante e soprattutto incapace di trattenere la sua vena umoristica: una caratteristica che gli procurò più di qualche problema, ma che sarebbe diventata il suo mestiere.

Prima di diventare uno degli scrittori italiani più letti anche all’estero, Guareschi fu soprattutto un uomo di giornale. Negli anni Trenta si trasferì a Milano e cominciò a lavorare per il Bertoldo, celebre periodico umoristico della Rizzoli, del quale diventò redattore capo. Scriveva, disegnava vignette e caricature, raccontava il costume e osservava l’Italia con quella miscela di ironia e disincanto che avrebbe caratterizzato tutta la sua produzione. Collaborò anche con quotidiani come La Stampa e il Corriere della Sera, con la radio e con il cinema.

Ma la sua vita cambiò radicalmente con la guerra. Dopo l’8 settembre 1943 Guareschi venne fatto prigioniero dai tedeschi e internato in diversi campi in Germania e Polonia. Rimase prigioniero fino al 1945. Anche lì continuò a scrivere e a usare l’umorismo quasi come uno strumento di sopravvivenza, organizzando spettacoli e iniziative per gli altri internati e dando vita persino a una sorta di giornale parlato che leggeva passando da una baracca all’altra. Da quell’esperienza nacquero anche pagine come quelle del Diario clandestino.

L’amore per Ennia, la sua “Margherita”

Nella vita privata accanto a Guareschi ci fu soprattutto Ennia Pallini, conosciuta a Parma nel 1933 e sposata nel 1940. Nei suoi scritti sarebbe diventata semplicemente “Margherita”, protagonista insieme ai figli di numerose storie familiari. Dal matrimonio nacquero Alberto e Carlotta, quest’ultima soprannominata “la Pasionaria”. Anche la famiglia diventò materiale narrativo: Guareschi riusciva a trasformare le piccole battaglie domestiche, i figli, il matrimonio e la quotidianità in racconti ironici nei quali molti lettori potevano riconoscersi. Poi, dopo la guerra, arrivarono i personaggi destinati a renderlo immortale.

Come nacquero Don Camillo e Peppone

È il 1948 quando esce Don Camillo, la prima celebre raccolta ambientata nel “Mondo piccolo” immaginato da Guareschi. Al centro ci sono due uomini apparentemente inconciliabili: Don Camillo, parroco energico e impulsivo, e Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, sindaco comunista.

Il loro mondo è quello della Bassa emiliana del dopoguerra, dove il campanile e la Casa del Popolo rappresentano due Italie che sembrano destinate a non capirsi. Guareschi conosceva bene quella terra e parte dell’ispirazione per il carattere del sacerdote sarebbe arrivata anche da don Lamberto Torricelli, parroco conosciuto durante la sua giovinezza, uomo dai modi bruschi ma dotato di grande umanità. Don Camillo e Peppone discutono, si provocano, si affrontano. Uno crede nella Chiesa, l’altro nel comunismo. Ma Guareschi costruisce qualcosa di più sottile di una semplice contrapposizione politica, che resisterà al passare del tempo.

Perché Don Camillo e Peppone possono trovarsi su fronti opposti, ma condividono lo stesso paese, la stessa gente e, quando serve, perfino gli stessi valori fondamentali. Nel mezzo c’è spesso la voce del Cristo crocifisso, con cui Don Camillo dialoga e che non di rado è proprio colui che gli ricorda di guardare oltre la rabbia e le divisioni.

A rendere Don Camillo e Peppone immortali nell’immaginario collettivo poi ci pensò il cinema. Sul grande schermo i due personaggi ebbero i volti di Fernandel, nei panni di Don Camillo, e Gino Cervi, in quelli di Peppone. A partire dal primo Don Camillo, uscito nei primi anni Cinquanta, i film conquistarono il pubblico italiano e internazionale.

Il paese delle storie di Guareschi non aveva una precisa collocazione geografica, ma il cinema gli diede una casa, Brescello, in provincia di Reggio Emilia, sulle rive del Po, diventato per generazioni di spettatori il paese di Don Camillo e Peppone. Il rapporto di Guareschi con le trasposizioni cinematografiche, però, non fu sempre semplice. Partecipò alla preparazione dei soggetti e difese con decisione la propria idea dei personaggi, entrando talvolta in contrasto con chi portava le sue storie sullo schermo.

Guareschi e la politica, tra polemiche e carcere

Dietro l’umorista c’era anche un polemista politico combattivo. Nel dopoguerra Guareschi fondò insieme a Giovanni Mosca il settimanale Candido, destinato a diventare uno dei principali strumenti della sua satira. Fu un anticomunista dichiarato e partecipò con grande intensità alle battaglie politiche dell’Italia del dopoguerra, ma nel tempo entrò in conflitto anche con esponenti della Democrazia Cristiana.

La vicenda più dolorosa riguardò Alcide De Gasperi. Nel 1954 Guareschi pubblicò su Candido alcune lettere attribuite allo statista democristiano e che lui riteneva autentiche. De Gasperi lo querelò e Guareschi venne condannato. Decise di non ricorrere in appello e scontò oltre un anno di detenzione. Le lettere sarebbero state considerate false, ma Guareschi rimase convinto della loro autenticità.

Gli ultimi anni e la morte

Con il passare degli anni Guareschi si allontanò progressivamente dalla vita milanese. Già dal 1952 si era trasferito con la famiglia a Roncole Verdi, nella Bassa parmense, tornando così a quel mondo di campagna che aveva alimentato tante delle sue storie. Continuò a scrivere e collaborare con giornali e settimanali, ma la sua attività diminuì. Morì il 22 luglio 1968 a Cervia, colpito da un infarto a 60 anni.