Pamela Genini, l’orrore oltre la morte: cosa ci sta dicendo

La salma decapitata, le parole dell’ex e l’analisi di Bruzzone sui social: quando la violenza non si ferma nemmeno davanti alla morte

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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La vicenda di Pamela Genini è semplicemente agghiacciante è qualcosa che obbliga a fermarsi, a guardare davvero, il famoso “buio oltre la siepe”.
La ragazza 29 anni, uccisa il 14 ottobre 2025 a Milano dall’uomo con cui aveva avuto una relazione, è stata colpita una seconda volta. Dopo la morte.

Il 23 marzo 2026, durante la traslazione della salma nel cimitero di Strozza, la scoperta: il corpo era stato decapitato, il cranio trafugato. La bara manomessa, richiusa con cura, i fiori sistemati per non destare sospetti. Un gesto che, già nelle modalità, esclude l’improvvisazione.

Pamela era stata uccisa a coltellate dal compagnoGianluca Soncin, 52 anni, oggi in carcere, mentre cercava di chiudere una relazione segnata da violenze e minacce. Una dinamica purtroppo già nota. Ma quello che è accaduto dopo cambia completamente il quadro.
Perché qui la violenza non si è fermata.
A parlare, nelle ultime ore, è stato anche Francesco Dolci, ex fidanzato della giovane, diventato negli anni un punto di riferimento per lei. Ai giornalisti ha raccontato un retroscena inquietante:
“Per me questo è un gesto intimidatorio nei miei confronti. Vogliono mettermi paura affinché non parli”.

La tomba di Pamela Genini
IPA
La tomba di Pamela Genini

Secondo il suo racconto, Pamela negli ultimi mesi di vita gli avrebbe confidato di essere finita – suo malgrado – in ambienti legati al riciclaggio: viaggi frequenti, anche all’estero, regali costosi, un tenore di vita improvvisamente molto alto.

Dolci racconta anche episodi precisi: telefonate in cui si facevano riferimenti espliciti, ma che la ragazza non voleva venissero registrate. “Mi chiedeva di spegnere il telefono. Io cercavo di convincerla ad andare dalla polizia, ma aveva paura per sé e per la sua famiglia”.

Parole pesanti, che ora dovranno essere verificate dagli inquirenti, ma che aprono uno scenario diverso.
Accanto a queste dichiarazioni, emerge anche un altro livello di analisi, ancora più inquietante, che riguarda il contesto in cui un gesto del genere può maturare.

Quanto accaduto alla salma di Pamela ha infatti riportato l’attenzione su un fenomeno sommerso: quello della sottrazione e del traffico illecito di resti umani. Un ambito poco raccontato, ma che secondo alcune ipotesi e analisi esisterebbe e si muoverebbe tra contatti diretti e piattaforme online, mettendo in collegamento esecutori materiali e collezionisti, in Italia e all’estero.

Accanto al macabro collezionismo, si affaccia anche un’ipotesi ancora più disturbante: quella di pratiche riconducibili alla necrofilia, che trasformerebbero la profanazione in una forma ulteriore di violenza sul corpo, anche dopo la morte.

Un fenomeno che trova spazio anche in alcune fragilità strutturali. In molti cimiteri mancano sistemi di videosorveglianza o personale nelle ore notturne, rendendo le tombe obiettivi vulnerabili. Inoltre, una volta sigillata, una bara raramente viene riaperta o controllata, e questo consente che eventuali manomissioni possano restare invisibili per lungo tempo.

Non è un caso che, nel caso di Pamela, la scoperta sia avvenuta solo per una circostanza fortuita: la decisione della famiglia di trasferire la salma.
A fronte di tutto questo, anche il quadro sanzionatorio appare limitato: per reati di questo tipo sono previste pene relativamente contenute, che arrivano fino a pochi anni di reclusione.
Ed è qui che il caso smette definitivamente di essere solo cronaca nera.

Perché se anche solo una parte di queste dinamiche trovasse conferma, non saremmo più davanti a un gesto isolato, ma a qualcosa che trova spazio, possibilità e, in alcuni casi, anche impunità.
E poi c’è l’altra lettura, quella che va oltre i singoli sospetti.
In un intervento pubblicato sui suoi canali social, la criminologa Roberta Bruzzone ha offerto una chiave di lettura molto chiara: quando la violenza prosegue anche dopo la morte, non siamo più davanti a un gesto impulsivo.

Secondo la dottoressa Bruzzone, atti di questo tipo rientrano in dinamiche di controllo e dominio che persistono anche oltre la vita della vittima, dove il corpo diventa un oggetto su cui esercitare ancora potere. Una forma estrema di possesso che non si arresta nemmeno di fronte alla morte.
È una violenza che, sottolinea, non si limita a colpire la vittima, ma si estende a chi resta: familiari, affetti, persone vicine. Un messaggio. Un atto che ha anche una funzione intimidatoria.
E allora il punto non è solo cosa è successo, il punto è cosa significa, perché qui non siamo nel territorio del raptus, siamo nel territorio della volontà.
Qualcuno ha aperto quella bara, qualcuno ha deciso di compiere un gesto che richiede tempo, forza, lucidità.

Qualcuno ha richiuso tutto, cercando di non essere scoperto, questo non è caos, è intenzione.
E quando, accanto a questo, compaiono minacce, racconti di paura, ipotesi di intimidazione, il quadro si fa ancora più chiaro: la violenza non è finita, ha solo cambiato forma.
È la stessa logica che vediamo nei femminicidi più estremi: non basta togliere la vita.
Bisogna annientare, umiliare, continuare a esercitare controllo.
Anche dopo.
È una violenza che non riconosce confini, nemmeno quello della morte.

E proprio per questo è la più difficile da accettare, forse la domanda giusta non è solo chi abbia fatto questo, ma che tipo di mente ha bisogno di spingersi fino a qui.
Perché quando qualcuno torna su un corpo per distruggerlo ancora, non sta cercando qualcosa. Sta mandando un messaggio.E quel messaggio è chiarissimo:Non è finita”.