Ferdinando Conca aveva già ucciso: un’altra donna lo denuncia

Condannato per l’omicidio di Silvia Napoli, è tornato in carcere con le accuse di maltrattamenti e stalking contro l’ex compagna.

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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Ferdinando Conca ha 44 anni ed è tornato nel carcere di Rebibbia. La giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Emanuela Attura, ha disposto nei suoi confronti la custodia cautelare per maltrattamenti e atti persecutori ai danni dell’ex compagna. Gli agenti lo hanno rintracciato a Ostia mentre passeggiava con il cane. Il suo nome era già entrato nella cronaca oltre vent’anni fa per l’omicidio di Silvia Napoli, la giovane fidanzata scaraventata dal quattordicesimo piano di un palazzo in via dell’Archeologia, a Tor Bella Monaca. Per quella morte Conca è stato condannato e ha scontato la propria pena. Tornato in libertà, ha iniziato una nuova relazione. Secondo la ricostruzione degli investigatori del VI Distretto Casilino e della Procura di Roma, anche questa donna avrebbe vissuto per anni dentro un crescendo di violenze fisiche e psicologiche.

Nel racconto consegnato agli inquirenti compaiono aggressioni, percosse, insulti, minacce e umiliazioni. Tra gli episodi contestati figurano un’aggressione con un coltello, un colpo al torace e una padella scagliata contro la donna, che avrebbe riportato una ferita alla testa. La relazione si è conclusa nel maggio scorso. La separazione, secondo l’accusa, avrebbe segnato l’inizio di una persecuzione ancora più serrata. Telefonate a qualsiasi ora del giorno e della notte, insulti, messaggi e minacce di morte.
“Se ti vedo ti ammazzo”, “ti sfregio”, “ti do foco”: sono alcune delle frasi riportate dagli investigatori. Parole rivolte alla donna e, in alcuni casi, anche ai suoi familiari.

Conca avrebbe inoltre utilizzato TikTok per pubblicare quasi quotidianamente video dal contenuto intimidatorio. I social sarebbero così diventati un prolungamento della persecuzione, uno spazio attraverso il quale raggiungere l’ex compagna anche a distanza e ricordarle costantemente la propria presenza. La donna viveva in un grave e continuo stato d’ansia. Aveva modificato le proprie abitudini, limitato gli spostamenti e rinunciato a uscire da sola per paura di essere rintracciata. Le sue dichiarazioni hanno trovato riscontro, secondo gli inquirenti, nei video acquisiti durante le indagini e nelle testimonianze rese dai familiari. Nella valutazione del pericolo di reiterazione ha avuto un peso determinante anche la precedente condanna per l’omicidio di Silvia Napoli.

La giudice ha considerato il carcere la misura adeguata per interrompere quella che nel provvedimento viene descritta come un’escalation criminale. La posizione di Conca si trova nella fase delle indagini preliminari e le responsabilità relative alle nuove accuse saranno stabilite nel corso del procedimento.
Al centro resta la donna che ha trovato la forza di denunciare. La sua voce ha attivato le indagini, raccolto riscontri e fermato una sequenza che, secondo l’accusa, stava diventando ogni giorno più pericolosa.

Ferdinando Conca aveva già ucciso una donna.
Io parto da qui, da un fatto che pesa come un macigno e che in questa storia occupa tutto lo spazio necessario. Aveva già attraversato il confine estremo della violenza. Aveva già trasformato minacce, possesso e aggressività nella morte di Silvia Napoli. Anni dopo, un’altra donna racconta percosse, un coltello, una padella scagliata contro la testa, telefonate continue e minacce di essere uccisa, sfregiata, bruciata. Questa donna conosceva il passato dell’uomo che aveva davanti. Ogni parola doveva possedere per lei un significato preciso. “Ti ammazzo” pronunciato da chi ha già ucciso diventa la rappresentazione concreta di ciò che può accadere. “Ti do fuoco” entra nella testa, cambia il modo di dormire, di uscire, di rispondere al telefono, di attraversare una strada.

La paura le aveva ristretto la vita. Aveva modificato le proprie abitudini ed evitava di uscire da sola. È questa la prima vittoria di un persecutore: occupare ogni stanza anche quando si trova altrove. Entrare nella casa attraverso il telefono, comparire sui social, trasformare qualsiasi rumore in un allarme.
Poi lei ha denunciato. Ha raccolto la propria paura e l’ha consegnata agli investigatori. I video e le testimonianze dei familiari hanno dato forza al suo racconto. Questa volta l’escalation è stata interrotta mentre la donna era viva. La pena scontata restituisce la libertà prevista dalla legge. La sicurezza collettiva richiede però una valutazione profonda del rischio, soprattutto quando una persona condannata per avere ucciso la propria compagna torna a manifestare condotte violente dentro un’altra relazione.

La domanda riguarda gli strumenti messi in campo dopo il carcere. Riguarda i percorsi psicologici, il controllo delle dipendenze, la capacità di riconoscere il possesso, la rabbia e il bisogno di dominio. Riguarda il monitoraggio di segnali che, davanti a un precedente tanto grave, acquistano un peso enorme. Il reinserimento rappresenta un principio fondamentale della pena. La protezione delle persone che incontreranno quell’uomo rappresenta una responsabilità altrettanto fondamentale. Entrambi i principi chiedono risorse, specialisti, verifiche e una rete capace di intervenire prima che la violenza raggiunga ancora una volta il suo punto finale.

In questa vicenda sento già arrivare la domanda rivolta alla donna: sapeva chi fosse? Conosceva il suo passato? Sì, forse lo conosceva. E amare una persona con un passato terribile può nascere dalla speranza che abbia pagato, compreso e cambiato. La responsabilità delle violenze appartiene sempre a chi le esercita. Ogni altra lettura sposta ancora una volta il peso sulle spalle della vittima. Silvia Napoli aveva 23 anni quando la sua vita è finita ai piedi di un palazzo di Tor Bella Monaca. Oggi il suo nome torna dentro la storia di un’altra donna che ha avuto il tempo di chiedere aiuto.

Una è stata uccisa. L’altra è stata ascoltata mentre era ancora viva. La distanza tra queste due frasi contiene il valore di una denuncia, ma anche il dovere di uno Stato: riconoscere la pericolosità, agire in tempo e trasformare la paura di una donna in protezione concreta.