Grazia Deledda, la scrittrice ostinata e coraggiosa che ha vinto il premio Nobel

Chi era Grazia Deledda, unica italiana ad aver vinto il Nobel per la letteratura

Diceva di essere più bassa persino delle sue piccole compaesane, Grazia Deledda, ma il suo coraggio era grande, immenso, e la sua anima forte, ardita e indomabile. Nata nel 1871 a Nuoro, in Sardegna, da una famiglia benestante, quarta di sette tra figli e figlie, fin da piccola si nutriva di libri e storie, che leggeva e ascoltava avidamente.

Era malinconica, particolarmente sensibile, appassionata di storie di quotidianità, di pietà religiosa, di quelle che raccontavano di banditi ed emarginati.

Suo padre, Giovanni Antonio Deledda, era laureato in legge anche se non esercitava la professione, era un imprenditore e possidente dedito sia al commercio che all’agricoltura, interessato alla poesia e fondatore di una tipografia. La madre era Francesca Cambosu, una donna di costumi rigidi che si dedicava alla casa e alla famiglia. Si racconta che finita la quarta elementare i genitori volessero ritirarla da scuola: del resto era una femmina, quindi non consideravano necessario farla proseguire. Lei si impuntò e alla fine l’ebbe vinta, ma continuò gli studi provatamente da casa.

Fu il professore Pietro Ganga ad educarla privatamente insegnandole l’italiano, il latino e il francese, per il resto la sua formazione continuò da autodidatta. E sicuramente l’amicizia con lo scrittore sassarese Enrico Costa fu determinante nella sua formazione letteraria, anche perché Costa ne intuì da subito il talento.

Nel 1888 Grazia inviò a Roma alcuni dei suoi racconti, che vennero pubblicati dall’editore Edoardo Perino sulla rivista “L’ultima moda“: all’epoca aveva 15 anni. I racconti in questione erano Sangue Sardo e Remigia Helder. La cosa non era ben vista dalla famiglia e dai benpensanti della cittadina, scrivere non era ritenuto un mestiere da donne, figuriamoci per una ragazza. Ma lei proseguì per la sua strada.

Nel 1890 sul quotidiano L’avvenire della Sardegna, Grazia pubblicò a puntate il romanzo Stella d’Oriente mentre l’editore Trevisini le pubblicò un libro di novelle per l’infanzia intitolato Nell’azzurro. Grazia continuò a collaborare con varie riviste sia sarde che continentali, da Nuova Antologia a Illustrazione Italiana, dal Corriere della Sera a La Lettura, attirando le attenzioni di vari letterati.

Mentre cresceva come scrittrice e sentiva sempre più urgente il bisogno di affermarsi, la famiglia subì una serie di disgrazie, ci furono arresti e decessi inaspettati, in primis quello del padre nel 1892, morte che li mise in difficoltà economica. Come se non bastasse, la piccola Nuoro le stava sempre più stretta.

Nel 1899 Grazia decise di trasferirsi in città, in quel di Cagliari, per trovare un ambiente più congeniale alle sue ambizioni letterarie, spesso frustrate dal contesto di origine, come si evince, per esempio, in Cosima, il romanzo autobiografico dove le zie si dimostrano contrarie alle ambizioni della nipote.

I temi dell’ipocrisia e dell’arretratezza della sua realtà d’origine tornano spesso nelle sue novelle, soprattutto le prime, attirandole critiche a volte spietate ma non recidendo mai, nonostante tutto, il suo legame con la terra sarda.

Fonte: Getty
Grazia Deledda col marito Palmiro Madesani e i figli

Fu proprio a Cagliari che conobbe e sposò Palmiro Madesani, funzionario del Ministero delle Finanze che divenne suo agente letterario. Insieme a lui, si trasferì nel 1900 a Roma, città che definì La Gerusalemme dell’arte. Ma anche lì non furono rose e fuori: Lei scriveva e il marito le faceva da agente, questo bastò per farli considerare una coppa anomala. Della serie “una donna con un uomo al suo servizio, ma dove si è mai visto”.

Fu la pubblicazione, nel 1903, di Elias Portolu a confermarne il ruolo di scrittrice e da quel momento in avanti furono numerosi i romanzi e le opere letterarie di successo, da Cenere a L’edera, ammirate in Italia ma anche all’estero. Finché nel 1926, Grazia ottenne il premio Nobel per la letteratura, prima e unica scrittrice italiana a vincerlo. Pirandello (e non solo lui) storse il naso e la denigrò definendola «una brava massaia sarda» (del resto il romanzo Suo marito è proprio ispirato a Grazia e Palmiro). Per inciso, a ritirare il Nobel ci andò ovviamente col marito.

Dei suoi scritti venne detto che erano capaci di ritrarre la vita della Sardegna e in generale che trattavano problemi di interesse umano con calore e profonda comprensione. Grazia, in effetti, era bravissima a indagare e raccontare l’animo umano, esplorandolo in tutte le sue sfaccettature.

Dopo circa 10 anni dal Premio Nobel, nel 1936, un tumore al seno se la portò via. Ma il suo spirito profondo, complesso e indomabile vive ancora tra noi, attraverso le sue opere.