Torcia olimpica Milano-Cortina 2026, chi l’ha disegnata

Protagonista della lunga staffetta partita da Olimpia, la torcia olimpica ha un designer d'eccezione: come funziona e com'è realizzata

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Martina Dessì

Lifestyle Specialist

Content editor di tv, musica e spettacolo. Appassionata di televisione da sempre, designer di gioielli a tempo perso: ama i particolari, le storie e tutto quello che brilla.

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Un oggetto, che più di ogni altro racconta lo spirito dei Giochi Olimpici. Stiamo parlando della torcia, un simbolo rituale, che racchiude un concentrato di valori, visione culturale e, perché no, un pizzico di tecnologia. Per Milano-Cortina 2026, la responsabilità di ridisegnarla è stata affidata allo studio Carlo Ratti Associati, con Cavagna Group come partner produttivo. Una scelta fatta tenendo conto dell’architettura, del design e – non ultimo – della sostenibilità, portando sulla scena olimpica una riflessione più ampia sul nostro modo di intendere le Olimpiadi.

L’idea di Carlo Ratti

Carlo Ratti, architetto e ingegnere torinese, è un professionista che da anni lavora sul confine tra discipline, convinto che il progetto debba essere prima di tutto uno strumento di connessione. Non è un caso che questa visione sia emersa anche nel suo ruolo di curatore della prossima Biennale Architettura di Venezia, dedicata all’intelligenza naturale, artificiale e collettiva. La torcia olimpica si inserisce perfettamente in questo percorso, concepita come un oggetto semplice ma carico di significati.

La tradizione della torcia, così come la conosciamo oggi, è relativamente recente. La prima staffetta moderna risale alle Olimpiadi di Berlino del 1936 e da allora ogni edizione ha affidato il progetto a designer e studi che hanno interpretato lo spirito del tempo. In Italia, resta memorabile la torcia di Torino 2006 firmata da Pininfarina. Per Milano-Cortina, Ratti sceglie invece una strada più radicale, lontana da ogni stereotipo.

Il progetto si chiama Essential, un nome che è già una dichiarazione preliminare. L’idea di fondo è quello di togliere tutto ciò che non serve, per lasciare spazio alla vera protagonista: la fiamma che arde con un approccio metodologico che lega estetica e sostenibilità. La struttura è modellata intorno al bruciatore centrale, al punto che il meccanismo interno viene reso visibile attraverso una fessura verticale. Un dettaglio inedito nella storia delle torce olimpiche, che trasforma il funzionamento tecnico in qualcosa che possiamo anche vedere.

Come funziona la fiamma

Anche il fuoco parla una lingua precisa. Alimentata da GPL bio ottenuto da materie prime rinnovabili, la fiamma ha un colore giallo intenso, volutamente distante dalle tonalità fredde viste in passato. Un richiamo diretto al fuoco originario di Olimpia, acceso per la prima volta nel 776 a.C. Qui il design non “scolpisce” il metallo, ma prova a integrarsi con un elemento vivo, instabile, influenzato da vento, movimento e altitudine.

La sostenibilità attraversa l’intero progetto. Le torce, olimpica e paralimpica, sono realizzate principalmente in alluminio e ottone riciclati, pesano poco più di un chilo (bombola esclusa) e si possono ricaricare fino a dieci volte. Questo consente di limitare la produzione a circa 1500 unità, un numero contenuto rispetto al passato. Un’ulteriore particolarità è il rivestimento in PVD, che riflette l’ambiente circostante, cambiando tonalità tra il bianco della neve e il blu della notte.

Presentata tra Osaka e Milano, la torcia diventa anche un legame tra culture, richiamando la sobrietà delle storiche torce giapponesi di Tokyo 1964 e Sapporo 1972. Dal 26 novembre, quando è partita da Olimpia, ha accompagnato la lunga staffetta fino all’apertura dei Giochi Invernali il 6 febbraio 2026. Un viaggio che, ancora una volta, mette in evidenza come il design possa essere molto più di una forma: un modo di pensare il futuro.