L’impennata di casi di epatite A, registrata a Napoli, ha costretto le autorità a correre ai ripari con misure di emergenza straordinarie. La Regione ha infatti disposto un rafforzamento delle attività di controllo lungo l’intera filiera dei molluschi bivalvi, come cozze, vongole e ostriche, dopo l’aumento di contagi. L’Amministrazione ha anche deciso il divieto di consumo di frutti di mare crudi. Per evitare rischi per la salute, occorre prestare la massima attenzione alle modalità di cottura e conservazione di alcuni cibi in particolare e alla loro qualità.
Boom di contagi di epatite
I dati sono allarmanti e hanno costretto a provvedimenti drastici: da inizio anno, infatti, si contano oltre 150 casi di epatite a Napoli e provincia. La Regione ha dunque disposto l’incremento delle attività di controllo su tutta la filiera della raccolta e distribuzione dei molluschi, causa dei malori che hanno portato alla richiesta di intervento di decine di persone presso i pronto soccorso della città. Sono state aumentate anche le “azioni di prevenzione, alla luce dell’andamento dei casi registrati dall’inizio dell’anno”, con un “incremento che richiede la massima attenzione sul fronte della sicurezza alimentare, della sorveglianza epidemiologica e dell’informazione ai cittadini”.
Stop al consumo di frutti di mare crudi
Il sindaco del Comune partenopeo, Gaetano Manfredi, ha firmato un’ordinanza urgente per il contenimento dei contagi di Epatite A avvenuti a Napoli, che prevede il divieto di consumo di frutti di mare crudi e multe fino a 20mila euro. La vendita di questi alimenti resta consentita, ma viene raccomandato a tutti i cittadini di non consumarli, nemmeno a casa, previa cottura. Gli ultimi dati indicano 154 casi di epatite A accertati, secondo i media locali. Tra questi ci sarebbero anche 3 bambini, mentre per altri 22 casi sono in corso gli accertamenti sanitari. Le autorità regionali hanno coinvolto nel rafforzamento delle attività di monitoraggio i Dipartimenti di prevenzione delle ASL, l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno e la rete tecnico-scientifica attivata dalla Direzione generale per la Tutela della salute – settore Prevenzione collettiva e sanità pubblica e veterinaria.
Perché è scattato l’allarme
Come ha spiegato una nota del Dipartimento di Prevenzione dell’ASL Napoli 1 Centro, i provvedimenti si sono resi necessari dopo che si è rilevata una diffusione del virus responsabile dell’epatite A, in misura superiore di 10 volte rispetto alla media degli ultimi dieci anni e di ben 41 volte rispetto all’ultimo triennio. Dagli iniziali 3 casi registrati a gennaio si è saliti a 19 nel mese di febbraio, per poi toccare quota 43 nei primi diciannove giorni di marzo. Ciononostante sono arrivate rassicurazioni per quanto riguarda la gestione e il trattamento dei pazienti in pronto soccorso. “La situazione al pronto soccorso si mantiene infatti complessivamente stabile. Nel corso della giornata si sono registrati circa 14 nuovi casi. Di questi, nel pomeriggio è previsto il ricovero in degenza di circa 9 pazienti, con conseguente alleggerimento dell’area di emergenza. Sono inoltre in fase di trasferimento due ulteriori casi dal presidio Cto, attualmente in attesa di ricovero. Il flusso di nuovi accessi si mantiene al momento moderato, senza evidenze di criticità nella gestione clinica e organizzativa”, come comunicato dalle autorità sanitarie.
L’epatite A e i frutti di mare
L’allarme e i divieti sono scattati a causa del nesso tra il consumo di frutti di mare crudi e il rischio di contrarre l’epatite A. Si tratta di una infezione acuta del fegato, causata dal virus Hav (picornavirus). Come spiega la Regione Campania in una nota la Regione, l’epatite A si trasmette per via oro-fecale, dunque attraverso l’ingestione di acqua o cibi contaminati dal virus, oppure per contatto stretto con una persona infetta. Come chiarisce l’Istituto Superiore di Sanità sul portale Epicentro, “In genere il contagio avviene per contatto diretto da persona a persona o attraverso il consumo di acqua o di alcuni cibi crudi (o non cotti a sufficienza), soprattutto molluschi, allevati in acque contaminate da scarichi fognari contenenti il virus. Solo raramente sono stati osservati casi di contagio per trasfusioni di sangue o prodotti derivati”.
Contagio e periodo di incubazione
Il contagio può avvenire anche prima che compaiano sintomi evidenti: il periodo di incubazione varia in genere da 15 a 50 giorni, ma il virus può essere presente nelle feci della persona infetta in genere anche 7-10 giorni prima che la malattia abbia il suo esordio clinico.
I sintomi e cure dell’epatite A
I sintomi più frequenti dell’infezione sono febbre, malessere, nausea, dolori addominali, urine scure e ittero; nei bambini l’infezione può anche decorrere senza sintomi evidenti. “In Italia sono disponibili due diversi vaccini che forniscono una protezione dall’infezione già dopo 14-21 giorni. La vaccinazione è raccomandata nei soggetti a rischio, fra cui coloro che viaggiano in Paesi dove l’epatite A è endemica, per coloro che lavorano in ambienti a contatto con il virus, i tossicodipendenti, e i contatti familiari di soggetti con epatite acuta A”, spiega l’ISS. La vaccinazione è raccomandata anche per coloro che sono affetti da malattie epatiche croniche, tra i quali è più elevato il rischio di letalità.
Le precauzioni
Oltre all’immunizzazione, sono importanti alcune “norme igieniche generali per la prevenzione delle infezioni oro-fecali (igiene personale, lavaggio e cottura delle verdure, molluschi ecc.) e il controllo della coltivazione e della commercializzazione dei frutti di mare”, ricorda l’ISS. Per quanto riguarda la trasmissione per via alimentare, la cottura dei cibi – in particolare di molluschi bivalvi come cozze, vongole e ostriche, garantisce un profilo di sicurezza perché elimina le particelle virali. Va evitata la sola “scottatura”: “La cottura – conclude l’Istituto Superiore di Sanità – deve proseguire fino a quando il prodotto risulta ben cotto in modo uniforme”. È inoltre consigliabile acquistare questi prodotti esclusivamente da rivenditori autorizzati, verificando etichettatura, provenienza e corrette modalità di conservazione.