Il messaggio di questa mamma perplessa perchè sia sua figlia che lei stessa trovano conforto parlando con l’IA ci fa riflettere: è giusto sostituire il dialogo umano con quello virtuale? È sano affidare i pensieri e le preoccupazioni a una macchina? Ed è privo di rischi che lo faccia una persona molto giovane, le cui capacità critiche sono ancora in formazione?
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L’IA parla (innanzitutto) con i giovani
Una cosa è certa: sono proprio i giovani i protagonisti di un approccio con l’IA quotidiano, spontaneo e abituale. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale tra i giovani è globale, come attesta l’ultimo report di EU Kids Online, la rete europea di ricerca della London School of Economics and Political Science che studia l’uso delle tecnologie digitali da parte dei minori.
Tra i giovani tra i 9 e i 16 anni dei 20 paesi esaminati, in media il 72% utilizzano regolarmente l’IA; quelli italiani sono al terzo posto con l’89% , dopo l’Austria (94%) e la Repubblica Ceca (quasi il 100%). La maggior parte dei teenager usano l’Intelligenza Artificiale per studiare e semplificarsi le incombenze scolastiche. Da qui a sostituire l’amicizia “umana” con un chatbot – ovvero un programma informatico che simula conversazioni umane – il passo non è poi così lungo.
La “voce” dell’algortimo
Immaginiamo la situazione: sono le 3 di notte, una ragazza che ha appena avuto una delusione d’amore combatte con le lacrime rigirandosi nel letto e scorrendo reel sul cellulare. Poi apre un app di IA e scrive: “Sono disperata!”. La risposta è immediata. “Mi dispiace sentirlo. Ti va di raccontarmi cosa sta succedendo? Sono qui per ascoltarti.” Una reazione del genere “catturerebbe” anche una 40enne matura e smaliziata, figuriamoci una adolescente. E poco importa se non è una persona a rispondere, ma un algoritmo, cioè “una sequenza ordinata e finita di istruzioni chiare e non ambigue che portano alla soluzione di un problema o al compimento di un’azione”, come ci dice Google. Di fatto, non “capisce”, ma conosce il linguaggio per simulare comprensione. E viene addestrato e aggiornato di continuo.
Se da un lato l’IA offre ascolto immediato e consigli personalizzati, dall’altro solleva interrogativi profondi sulla natura delle nostre relazioni e sulla nostra capacità di distinguere tra supporto reale e illusorio. E non riguarda solo i giovani: alla fascinazione dell’IA non resistono nemmeno gli adulti.
L’IA come specchio e conforto
D’altronde, chi non ha mai avuto bisogno di sfogarsi senza essere giudicato? Le chatbot rappresentano una possibilità comoda e anonima. L’IA non interrompe, non minimizza, non giudica, sembra davvero “percepire” le nostre emozioni. E sta sempre dalla nostra parte, spiegandoci le cose con cortesia e qualcosa che somiglia all’empatia – ma che non lo è. Per molte persone, soprattutto in momenti di solitudine o ansia, questo dialogo può essere un primo passo verso il benessere. “Finalmente qualcuno mi ascolta sul serio”, viene da pensare, perché l’AI non ha pregiudizi né aspettative. Non a caso sono in aumento le app di intelligenza artificiale che offrono servizi di psicoterapia.
Utile, ma con limiti e rischi
Tuttavia, affidarsi completamente a un’intelligenza artificiale ha dei limiti evidenti. A maggior ragione se a farlo è una persona giovane, poco critica, ipersensibile, confusa, intimorita dagli altri, come può essere un adolescente per cui vivere, talvolta, fa paura: affrontare una relazione complicata, un fallimento imbarazzante, una scelta cruciale, un confronto scottante è così difficile che sarebbe meglio fuggire. Oppure chiedere aiuto a una macchina. Non agli amici, non ai genitori, non a persone che potrebbero sminuire il tuo dolore o, peggio, deriderti.
Solitudine digitale
Una chatbot non sbuffa, non cambia discorso, non ti dice “Piantala di lamentarti, hai stufato!”. Ti lascia parlare, ti conforta, ti ascolta. E quando trovi uno spazio che ti consola sempre, potresti smettere di cercare altrove. Qui s’innesca il rischio di dipendenza: se l’IA diventa l’unico punto di riferimento, ci si può ulteriormente isolare, evitando relazioni che comportano impegno e vulnerabilità. Non è raro che chi si confida con le chatbot finisca per sentirsi ancora più solo, perché, alla fine, quella connessione digitale rimane pur sempre astratta.
Trovare il giusto equilibrio
Insomma, non c’è una sola risposta alla domanda “È normale confidarsi con l’AI?”. Sia che siamo adolescenti oppure donne adulte, tutto dipende da come la utilizziamo. Se l’AI diventa un posto dove iniziare a parlare, può essere uno strumento utile. Se invece la usiamo per evitare il confronto umano, rischiamo di perderci in un vortice di solitudine digitale senza risposte davvero efficaci.
La chiave sta nell’equilibrio: usare l’AI per ciò che può dare (ascolto, informazioni, distrazione) ma essere consapevoli che le risposte più profonde arrivano dalle persone che ci circondano. Perché un abbraccio, uno sguardo, un silenzio carico di affetto, un sorriso di un’amica non possono essere replicati da una macchina. Da qui può partire il chiarimento tra madre e figlia, per ritrovare quel filo del discorso “umano” che forse si è interrotto tra loro e tra coloro che, fino poco prima dell’IA, potevano chiamare vere amiche.
Ci vorrebbe un’amica, vera
Certo, non è facile o comodo relazionarsi con una vera amica, che non è sempre delicata o discreta, comprensiva o paziente. A differenza dell’AI che ci compiace e ci asseconda, un’amica può sfidarci, farci domande scomode e contraddirci. A volte ci dice cose che non vogliamo sentire, oppure ci legge dentro senza che noi diciamo nulla. Ma è reale. Ha vissuto con noi pezzi di strada, conosce le nostre incoerenze, ci tiene per mano anche quando siamo scontrose e depresse, si rivolge a noi se sta male ed è triste. Con lei non c’è solo comprensione: c’è presenza, vita, condivisione, emozioni, energia, allegria. E questo nessuna chat potrà mai simularlo.