Abbiamo più consapevolezza ma meno leggerezza: il nostro paradosso

Avere accesso a tutta la conoscenza non ci dà la leggerezza necessaria per vivere

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Alessia Agosta Del Forte

Lifestyle Editor

Racconta da dentro la Gen Z, cercando di far emergere la voce, i linguaggi e le sensibilità di una generazione che non ha paura di ridefinire le regole.

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Grazie a internet e ai social, sappiamo nominare perfettamente le emozioni, i traumi, le red flag di una persona. Ma sapere non significa vivere: abbiamo la conoscenza ma non la leggerezza.
Spesso non serve analizzare tutto per avere il controllo. Mollare le redini può portarci verso territori inesplorati.

La consapevolezza ci ha tolto spensieratezza

Molti profili social portano come contenuto argomenti di psicologia. Piccole pillole di conoscenza che ci capitano nella home di Instagram o TikTok rischiano di trasformare la salute mentale in una misera performance online.
Imparare i retroscena di qualcosa che fa parte di noi ma che non abbiamo avuto modo di approfondire durante gli studi, è una fortuna enorme. La psicologia genera curiosità, che grazie ai social è stata soddisfatta abbondantemente.
E così abbiamo raggiunto la consapevolezza di noi, diventando emotivamente consapevoli. I termini tecnici della psicologia sono entrati nell’uso quotidiano e ci hanno fatto comprendere come si vive la vita.

Aspettate, in che senso “come si vive la vita”? Il problema di leggere spruzzate di conoscenza qua e là è che i post sembrano suggerirci come dobbiamo vivere, ma senza darci davvero gli strumenti necessari per farlo.
Sui social vediamo costantemente contenuti scollegati tra loro che finiscono per creare più confusione mentale che chiarezza. Saper etichettare ogni aspetto personale non ci ha rese più libere, bensì ha tolto la spensieratezza della vita.
Pensiamo di avere tutto sotto controllo quando riusciamo a dare un nome a ogni situazione che viviamo, ma spesso è solo un modo per non vivere davvero ciò che proviamo.

La salute mentale sui social: la consapevolezza di sapere troppo

I social, pieni di informazioni, possono essere uno spunto per approfondire gli argomenti che ci interessano. Ma quando la quantità di informazioni diventa eccessiva, si finisce per essere iper-informati ma senza un quadro completo del fenomeno.

Sapere così tanto di trigger, di stili relazionali o di meccanismi psicologici ci ha rese solo più controllanti di quanto non fossimo prima. Il fatto che noi siamo molto informate non ci dà libertà, anzi. Interpretare tutto consuma davvero molto tempo ed energie mentali.
La psicologia pop semplificata che si è diffusa sui social ci ha portate spesso a farci autodiagnosi rischiose. So che essere delle mini psicologhe ci fa sentire forti, ma un’analisi condotta da un esperto non può essere paragonata ai contenuti letti online. L’eccessiva lucidità emotiva è arrivata perché abbiamo scambiato per troppo tempo video pensati per intrattenere con dei pareri clinici.
Un contenuto può essere informativo senza essere applicato alla realtà.

Vi è mai capitato di fermarvi e pensare “Io sto solo guardando tutto ciò che mi succede”? Razionalizzare emozioni e situazioni con gli strumenti sbagliati ci trasforma in spettatrici della nostra vita: uno scudo che ci protegge dal dolore, ma anche dalla leggerezza.

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Applichiamo alla nostra vita la psicologia che leggiamo online, dimenticandoci di vivere con leggerezza

La leggerezza delle relazioni spazzata via dalle red flag

Tra i tanti contenuti psicologici, possiamo trovare le analisi delle relazioni e dei principali problemi che le coppie potrebbero vivere.
Fermo restando che ogni relazione è diversa dall’altra, e spesso quando leggiamo i post ce lo dimentichiamo, ciò che viene spiegato sono i comportamenti sbagliati del partner, le cosiddette red flag. Insomma, l’amore è già complicato di suo, forse aggiungergli altre complicazioni non ci semplifica la vita.

Capire quali comportamenti non ci vanno bene ci aiuta a stabilire dei confini chiari nelle relazioni, eppure la conoscenza di tutti i termini specifici ma decontestualizzati rende più complesso il rapporto.
La persona perfetta e risolta non esiste: ognuna di noi ha difetti e comportamenti che per il partner possono risultare sbagliati. Un’eccessiva diffusione sui social, però, sembra quasi demonizzare le imperfezioni e la complessità umana.
Un post sulle red flag è per sempre. Più leggiamo contenuti, più finiamo per applicarli automaticamente anche alla nostra vita. Lo so che è bello andare al bar con le amiche e analizzare la psicologia dell’uomo con cui stiamo uscendo, ma alla fine cosa ci resta, se non un mal di testa?
Dopo che abbiamo stabilito che ha, per esempio, un attaccamento evitante (sempre che sia vero), difficilmente sappiamo che comportamento adottare dopo. Ciò accade perché le pillole di psicologia pop che troviamo sui social non ci forniscono anche gli strumenti per agire, come farebbe chi ha studiato psicologia o la esercita professionalmente.

Anche la guarigione è diventata un contenuto social

La psicologia semplificata non si diffonde solo tramite post o video informativi, ma anche attraverso le morning routine terapeutiche.
Su TikTok non è raro trovare gli healing journey, ossia routine tranquille che le persone adottano per ricaricare le proprie energie dopo un periodo di stress. Sono accompagnati dall’assenza del telefono appena sveglie, dal journaling e dall’esposizione alla luce solare nei primi momenti della giornata. Sono pratiche mirate a ristabilire l’equilibrio delle emozioni, ma vengono spesso spettacolarizzate.

Mostrare che anche dai brutti momenti se ne esce è sicuramente un buon messaggio da lanciare sui social. Ma così facendo si rischia di rendere una performance anche un processo delicato come la guarigione da un momento difficile.
Sui social vediamo ragazze che sembrano emotivamente evolute, centrate, che “sono guarite bene”. Ciò ci fa pensare che si possa guarire solo così, come lo vediamo online. Ci confrontiamo con loro e la guarigione smette di essere un processo umano, per trasformarsi in qualcosa da mostrare e raccontare.
Gli healing journey non sono mai così lineari: sono fatti di confusione, ricadute e sono spesso lenti. E va bene così, perché le emozioni non vanno spiegate ma vanno anche vissute, attraversate.

Ci manca la leggerezza del non avere consapevolezza

Bello poter dare un nome a tutto, ma non possiamo utilizzare i social come terapeuti collettivi.
La psicologia che viene proposta online può risultare decontestualizzata e spesso confusa: quando leggiamo i post, dovremmo mantenere quel distacco tale da non prendere in parola ciò che vediamo. Analizzare costantemente un messaggio che abbiamo ricevuto, chiederci perché il ragazzo con cui stiamo uscendo si irrigidisce se gli parliamo di futuro o pensare che la guarigione da un momento di stress possa avvenire solo facendo pilates e journaling per dieci minuti al giorno, non ci farà sentire meglio. Stiamo solo tentando di tenere le redini di cose che non sono sotto al nostro controllo.

La “beata ignoranza” a volte aiuta. Tiene la testa sgombra, non siamo in overthinking già alle 10 del mattino con un “Buongiorno” scritto diverso.
Ma soprattutto ci permette di vivere davvero. Le emozioni, belle o brutte che siano, non vanno razionalizzate: vanno vissute.
Vanno attraversate, con la leggerezza che contraddistingue l’umano. Perché la maturità vera non è analizzare ogni emozione, ma riuscire a viverle senza trasformarle in un concetto.