Uccisa in casa dal fratello: la morte assurda di Ylenia Musella

Una lite per la musica alta finisce in omicidio. Quando il pericolo non è fuori, ma dentro la famiglia è ancora più difficile da accettare

Foto di Irene Vella

Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Pubblicato:

La morte di Ylenia Musella, 22 anni, è avvenuta nel quartiere di Ponticelli, nella periferia orientale di Napoli. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la giovane è stata colpita mortalmente con una coltellata alla schiena al termine di una lite scoppiata all’interno dell’abitazione che condivideva con il fratello maggiore, Giuseppe, 26 anni.
La discussione, stando alle prime ricostruzioni investigative riportate da diverse testate nazionali e locali, sarebbe nata per un motivo apparentemente banale: la musica tenuta a volume troppo alto. Lui avrebbe voluto dormire, lei stava ascoltando musica, da lì l’escalation, culminata nell’aggressione.
Ylenia è stata trasportata davanti al pronto soccorso con il volto tumefatto e una ferita gravissima. I sanitari hanno tentato di rianimarla e di sottoporla alle cure necessarie, ma le lesioni riportate si sono rivelate fatali. La giovane è morta poco dopo l’arrivo in ospedale.
Il fratello si è consegnato alle forze dell’ordine e, nel corso dell’interrogatorio, ha confessato l’omicidio. È stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario, le indagini sono ora in corso per chiarire con precisione la dinamica dei fatti e verificare eventuali precedenti episodi di violenza all’interno del contesto familiare.

Dalle prime informazioni emerse, i due fratelli vivevano da soli. Alcuni organi di stampa hanno riportato che i genitori sarebbero detenuti, un elemento che ha contribuito ad alimentare il dibattito pubblico attorno al contesto sociale e familiare in cui è maturata la tragedia.

C’è qualcosa che ferisce in modo particolare in questa storia, ed è la sproporzione tra il gesto e la causa che lo avrebbe scatenato. Morire per la musica troppo alta non è solo assurdo: è destabilizzante, perché costringe a fare i conti con una violenza che non nasce da un grande conflitto, ma da un frammento di quotidianità, da un fastidio domestico qualunque. Ylenia Musella è stata uccisa nel luogo che dovrebbe essere il più sicuro: la casa. La sua casa. E da una persona che avrebbe dovuto rappresentare protezione, amore, non minaccia. Questo dato, da solo, dovrebbe bastare a interrompere ogni tentativo di semplificazione.

Nelle ore successive all’omicidio si è parlato molto di “contesto”: della storia familiare, delle condizioni sociali, dell’assenza dei genitori. Ma il contesto non può diventare una spiegazione automatica, né tantomeno una forma indiretta di attenuazione. Una ragazza di 22 anni è morta per mano di un uomo, un uomo che era suo fratello, questo resta il punto fermo.

Eppure, proprio perché non si scrive per giustificare, una domanda più ampia resta sospesa. Se quei due ragazzi sono cresciuti in una condizione di fragilità profonda, chi avrebbe dovuto accorgersene prima? Che tipo di infanzia hanno vissuto? Sono mai stati davvero bambini, con adulti capaci di contenere, ascoltare, intervenire? C’è stato un tempo in cui la parola “famiglia” ha significato cura e non solo sopravvivenza?

Non è un interrogativo che assolve. È una domanda che chiama in causa le responsabilità collettive. Perché se situazioni così esplodono solo quando diventano cronaca nera, significa che qualcosa, molto prima, è rimasto invisibile.

La morte di Ylenia Musella fa male anche per questo. Perché racconta una violenza che non arriva da lontano, che non si manifesta in modo eclatante fin dall’inizio. Una violenza che cresce nel silenzio delle case, nelle relazioni più strette, dove nessuno guarda.

Il male, ancora una volta, non era fuori, era vicino, era dentro casa.
Ed è molto più vicino di quanto si voglia ammettere.