Mario Roggero condannato a 14 anni: la sentenza che divide il Paese 

Tra diritto e coscienza: perché la condanna del gioielliere riapre il dibattito sulla legittima difesa e sul senso di giustizia

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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La domanda che mi faccio è una sola: e se fosse successo a me?
Se qualcuno fosse entrato nel mio luogo di lavoro o in casa mia con una pistola puntata contro di me o contro le persone che amo, io so già quale sarebbe la risposta: non riuscirei a essere lucida.
Non riuscirei a ragionare come sto facendo adesso, seduta davanti a una tastiera.
Reagirebbero la paura, l’istinto, l’adrenalina.
E se, come è accaduto a Mario Roggero, quella non fosse stata la prima volta, ma l’ennesima rapina, l’ennesima aggressione, l’ennesimo momento in cui qualcuno entra nel tuo negozio deciso a portarti via il lavoro di una vita e, forse, anche la vita, sono convinta che quella lucidità sarebbe ancora più difficile da trovare.

È per questo che questa vicenda continua a farmi riflettere.
Ci sono sentenze che chiudono un processo, e poi ci sono sentenze che continuano a dividere un intero Paese.
Quella che ha condannato Mario Roggero a 14 anni e 9 mesi di carcere appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Per discuterne, però, credo sia necessario fare un distinguo: esiste un piano giuridico ed esiste un piano etico, morale e sociale. Sono due cose diverse, partiamo dal diritto.

La legge sulla legittima difesa è chiara. Per essere riconosciuta devono esistere alcuni requisiti: il pericolo deve essere attuale e la reazione proporzionata all’offesa. Nel caso di Roggero nessuno ha contestato che i rapinatori fossero entrati armati nel suo negozio o che lui e la sua famiglia avessero vissuto momenti di autentico terrore. Il punto sul quale si è basata la condanna è un altro: secondo i giudici, quando sono stati esplosi i colpi, il pericolo immediato era cessato perché i rapinatori erano ormai in fuga.
Per questo, sul piano strettamente giuridico, la sentenza ha una sua coerenza, ma il diritto non vive nel vuoto.
Ed è qui che questa vicenda continua a interrogare milioni di italiani.
Per oltre trent’anni Mario Roggero e la sua famiglia hanno convissuto con rapine, minacce, aggressioni e violenze. Hanno visto pistole puntate contro di loro, hanno subito pestaggi, hanno vissuto con la paura costante che la porta del negozio si aprisse ancora una volta per trasformare una normale giornata di lavoro in un incubo.

È davvero possibile pretendere che una persona, dopo anni vissuti così, riesca a mantenere la stessa lucidità che pretendiamo oggi, analizzando quei fatti a distanza di anni?
Io credo di no, perché la paura non segue il codice penale.
L’adrenalina non conosce gli articoli di legge.
E chi non ha mai vissuto una situazione del genere non può sapere con certezza come reagirebbe.
Ed è proprio qui che, secondo me, nasce la frattura tra il diritto scritto e il sentimento comune di giustizia.

Perché tanti cittadini non stanno chiedendo il Far West: stanno chiedendo che la legge tenga maggiormente conto di cosa significhi vivere per anni sotto assedio e reagire in una situazione estrema.
C’è poi un altro aspetto che, personalmente, faccio fatica ad accettare.
Quello del risarcimento riconosciuto ai familiari dei rapinatori.
Comprendo che il nostro ordinamento distingua le responsabilità individuali dai diritti dei familiari e che esistano principi giuridici che hanno portato a questa decisione, ma sul piano umano continuo a considerarlo profondamente ingiusto.

Perché il messaggio che arriva a tanti cittadini è devastante: chi ha subito anni di violenze viene condannato e, oltre alla condanna, deve anche risarcire i familiari di chi aveva scelto di entrare armato nel suo negozio.
È una conclusione che molti non riescono a riconciliare con il proprio senso di giustizia, ed è qui che, secondo me, dovrebbe intervenire la politica.

Se una norma, pur correttamente applicata dai giudici, viene percepita come profondamente ingiusta da una parte così ampia della società, allora è il Parlamento che ha il dovere di interrogarsi se quella legge sia ancora adeguata ai tempi.

Criticare una legge non significa criticare la magistratura, i giudici applicano le norme: sono i politici che hanno il compito di scriverle e, quando necessario, modificarle.
Infine c’è un’ultima riflessione: Mario Roggero oggi ha 72 anni.
Credo che, al di là delle valutazioni giuridiche, lo Stato dovrebbe interrogarsi seriamente sull’opportunità che un uomo della sua età trascorra gli ultimi anni della propria vita in carcere per una vicenda così complessa.
Per questo mi auguro che possa essere valutato un provvedimento di clemenza.

E badate bene: io non sto difendendo la violenza.
Sto difendendo il diritto di discutere una sentenza che ha aperto una ferita profonda nel rapporto tra cittadini, sicurezza e fiducia nelle istituzioni.
E continuo a credere che uno Stato debba proteggere, prima di tutto, chi rispetta le regole.
Su una cosa, però, credo che possiamo essere tutti d’accordo.
Se quel giorno quei tre uomini non avessero deciso di entrare armati in quella gioielleria, oggi nessuno sarebbe morto, nessuno sarebbe stato condannato e nessuna famiglia, né quella di Mario Roggero né quella dei rapinatori, starebbe ancora pagando il prezzo di quella scelta.

Questa, forse, è l’unica certezza che questa storia ci lascia.