L’andamento dei contagi da influenza è entrato nella fase centrale. A dirlo sono i dati della sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), secondo cui la curva raggiungerà il picco nelle prossime due settimane. Ma la vera novità è che nuovi casi potranno continuare a verificarsi anche in primavera, proprio mentre uno studio indica come avvengono realmente i contagi, quando ci si trova in una stessa stanza e si rischia di essere raggiunti dal virus.
L’influenza anche in primavera
Le rilevazioni recenti indicano una crescita nella diffusione dell’influenza, prevista in questo periodo di ritorno alla routine dopo il periodo di festività natalizie, con scuole e uffici chiusi. Il picco nella curva dei contagi è previsto dagli esperti nelle prossime due settimane. Ma secondo i medici della Società italiana dei medici di medicina generale e delle cure primarie (Simg) è possibile che si verifichi una “coda” anche in concomitanza con l’inizio della stagione primaverile. Non solo, infatti, i sintomi dell’influenza di questo inverno si stanno rivelando più persistenti (prolungati anche di oltre 20 giorni rispetto alla guarigione dalla malattia), ma nuovi casi potrebbero circolare anche nelle settimane successive a quelle nelle quali abitualmente si verificano contagi.
Le precauzioni suggerite dagli esperti
Per questo gli esperti della Simg suggeriscono di adottare comportamenti responsabili, fornendo alcune indicazioni su come riconoscere correttamente i sintomi e utilizzare in modo appropriato i farmaci, evitando un ricorso improprio ai medicinali non adatti o che possono avere effetti collaterali negativi.
La vaccinazione può ancora servire
Come spiega Alessandro Rossi, presidente della Simg, nonostante le campagne vaccinali inizino tradizionalmente in autunno, “la vaccinazione antinfluenzale, che risulta ancora disponibile presso gli ambulatori dei medici di medicina generale, trova ancora utilità per una copertura efficace della coda lunga dell’epidemia stagionale. Resta inoltre fondamentale mantenere il distanziamento sociale e utilizzare le mascherine, in particolare nei luoghi affollati ed in presenza di soggetti fragili anche a casa, oltre a seguire le buone e comuni norme igieniche“.
Come riconoscere i sintomi dell’influenza
L’idea che l’influenza possa prolungarsi con una coda primaverile rende più urgente saperne riconoscere i sintomi, per contenerne i contagi e per ricorrere alle terapie corrette. “I sintomi principali includono riniti (raffreddore), mal di testa, dolori articolari, tosse, mal di gola e febbre. Possono durare pochi giorni, ma sovente persistono anche più a lungo (con una mediana di 2-3 settimane per tosse e rinorrea). La persistenza di temperature elevate per numerosi giorni oppure una mancata risposta ai comuni antipiretici richiede sempre una valutazione clinica”, chiarisce Tecla Mastronuzzi coordinatrice macroarea prevenzione della Simg.
Come curarsi nelle prossime settimane
“In presenza di sintomi influenzali, la raccomandazione è di assumere terapie che intervengano sui sintomi”, ricorda Ignazio Grattagliano, vice presidente della Simg. Si tratta di una indicazione che vale sempre, a prescindere dalle stagioni, compresa quella primaverile, nella quale l’influenza potrebbe essere scambiata per un’altra patologia, come le allergie in caso di rinite. In caso di contagio da virus influenzale, comunque, “il paracetamolo è molto efficace sia come analgesico che come antipiretico, anche perché praticamente esente da importanti effetti collaterali se usato alle dosi consigliate. Gli antibiotici, infine, non hanno indicazione trattandosi di infezioni virali; la necessità di una loro assunzione deve seguire sempre una valutazione riservata ai soli casi necessari”, aggiunge il medico.
Il nuovo studio: come ci si contagia
Un altro aspetto fondamentale è cercare di adottare comportamenti che limitino la diffusione dell’influenza, anche nelle settimane seguenti il classico picco stagionale invernale. A questo proposito sono appena stati resi noti i risultati di uno studio sulle modalità di trasmissione del virus influenzale. Secondo i ricercatori dell’Università del Maryland a College Park e della Facoltà di Medicina di Baltimora, che hanno pubblicato uno studio su PLOS Pathogens, non sarebbe tanto la vicinanza fisica alla persona malata ad agevolare la circolazione, quanto i colpi di tosse, il ristagno dell’aria in un ambiente chiuso e il contatto realmente ravvicinato (il cosiddetto “faccia a faccia”).
Quanto conta la tosse
I ricercatori hanno analizzato cosa accade tra persone naturalmente infette, anziché intenzionalmente infettate in laboratorio, e persone non infette. L’esperimento clinico, coordinato da Donald Milton e Jianyu Lai, ha avuto come campione alcuni soggetti adulti di mezza età sani, collocati in una stessa stanza d’albergo. Un primo risultato è stato constatare che, nonostante i contatti ravvicinati, nessuna delle persone sane aveva contratto l’infezione. “I nostri dati suggeriscono fattori chiave che aumentano la probabilità di trasmissione dell’influenza: la tosse è una delle principali”, ha chiarito Lai. Durante il test, infatti, i presenti avevano tossico poco e dunque, nonostante un’elevata carica virale nelle narici, questa non si era diffusa in modo massiccio nell’ambiente.
L’importanza del ricambio d’aria
Un altro elemento cruciale, poi, sarebbe il ricambio dell’aria: “L’aria nella nostra sala studio veniva continuamente mescolata rapidamente da un riscaldatore e un deumidificatore, diluendo così le piccole quantità di virus presenti”, ha confermato il coordinatore dello studio. Da qui un consiglio prezioso: nonostante qualche sintomo influenzale, non bisognerebbe mai rinunciare ad aprire le finestre per far circolare aria pulita che rimpiazzi quella nella quale sia presente una maggiore carica virale. Va comunque tenuto presente che, nello studio in questione, è emersa anche una maggiore vulnerabilità delle persone di mezza età rispetto ai più giovani, il che conferma una maggior efficacia del sistema immunitario di questi ultimi e giustifica anche una minor circolazione del virus tra il campione di volontari con età anagrafica inferiore.