Consumare cannabis nell’età dell’adolescenza aumenta del doppio il rischio di andare incontro a disturbi psicotici entro i 26 anni. Sono le conclusioni di uno studio, pubblicato di recente, che confermano alcune indicazioni già emerse in passato. Ad aumentare le preoccupazioni degli esperti è anche il fatto che oggi il principio attivo (Thc) è maggiore del 30%, rispetto a una concentrazione del 4-5% dei primi anni 2000, secondo quanto indicato dall’ultima Relazione al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze.
La cannabis raddoppia i rischi per gli adolescenti
Nonostante sia ancora classificata come “droga leggera”, la cannabis produce dei danni di tipo psichiatrico anche potenzialmente molto gravi, specie se consumata nella fascia di età compresa tra i 13 ei 17 anni. A indicarlo è uno studio, condotto su oltre 460mila adolescenti seguiti nel tempo da una team di ricercatori della University of California. Il lavoro, i cui risultati sono stati pubblicati su JAMA Health Forum, la prestigiosa rivista internazionale edita dall’American Medical Association, indicano come il consumo di “erba” in adolescenza comporti un rischio doppio di sviluppare disturbi psichiatrici gravi. Il pericolo è anche maggiore nei soggetti che fanno uso anche di altre sostanze, pur non avendo fragilità già evidenti.
Cosa indica lo studio americano
Secondo lo studio, l’uso di cannabis nell’ultimo anno tra gli adolescenti è associato a un aumento del rischio in particolare connesso allo sviluppo di disturbi psicotici (AHR 2.19) e disturbi bipolari (AHR 2.01) entro i 26 anni. A crescere sono anche i pericoli di andare incontro a disturbi depressivi e d’ansia, nonostante l’associazione tenda a diminuire con l’avanzare dell’età. Secondo gli esperti di IEuD, l’Istituto Europeo delle Dipendenze (IEuD), centro di eccellenza nel trattamento delle dipendenze patologiche, la cannabis gioca un ruolo critico nello “slatentizzare” nuclei psicotici silenti, cioè nel far emergere patologie psichiatriche in soggetti vulnerabili che altrimenti avrebbero potuto non manifestarsi. Come sottolineano ancora dall’IEuD, nonostante “la relazione possa essere bidirezionale, in quanto alcuni giovani potrebbero usare la cannabis per automedicare sintomi psichiatrici prodromici, la sequenza temporale osservata nello studio suggerisce un ruolo causale o contributivo della sostanza, che precede la diagnosi clinica mediamente di circa 2 anni”.
Perché la cannabis è pericolosa per i giovani
“È fondamentale considerare la vulnerabilità del cervello adolescente,” ha spiegato il Professor Emanuele Bignamini, referente scientifico dell’IEuD. Durante lo sviluppo, infatti, il Thc può interferire con il sistema endocannabinoide, alterando aree cerebrali cruciali per l’elaborazione emotiva e motivazionale. Quanto ai fattori che incidono, secondo Antonella Costantino, direttrice della Uonpia del Policlinico di Milano, che ha commentato i risultati sul Corriere della Sera, “i sommano diversi fattori di rischio. La cannabis è più potente, a volte sintetica, e non sempre sai cosa stai assumendo”. “C’è uno scarto temporale. Il passaggio dall’abitudine che sembra reggere, alla dipendenza, per conforto, per automedicazione, fino allo scompenso psichiatrico che emerge e a volte deflagra. La cannabis che gira, per diffusione e potenza, è droga “pesante”, non leggera. I ragazzi non sanno cosa comprano”, osserva sul quotidiano anche Pietro Farneti, responsabile dello Smi.
Cannabis, droga “leggera” o “pesante”?
C’è un altro aspetto che gli esperti tengono a sottolineare: “Oggi il termine cannabis include una serie numerosa di prodotti offerti al consumo: dalle piante tradizionali e “naturali”, alle piante ibridate e selezionate per aumentarne la concentrazione di Thc, alle sostanze semisintetiche o sintetiche che arrivano a concentrazioni altissime di Thc. In genere ogni consumatore individua, sperimentando, il tipo di cannabis che preferisce anche in rapporto all’offerta che trova sul mercato – sottolinea Bignamini – Naturalmente gli effetti della cannabis (del Thc, in particolare) sono in relazione anche alla dose assunta: maggiore è la concentrazione di Thc nel prodotto, maggiore è di conseguenza la quantità assunta e maggiori sono gli effetti, inclusi quelli indesiderati e negativi. Di fatto, l’assunzione di prodotti ad alta o altissima concentrazione di Thc è da considerare pericolosa e va assolutamente sconsigliata a chiunque, dato che una dose alta può superare le difese anche di soggetti senza particolari vulnerabilità individuali e determinare scompensi psichici. I produttori e i venditori di cannabis seguono ordinarie strategie di marketing e quindi cercano di distinguere il loro prodotto vantandone la potenza. La rincorsa a prodotti sempre più potenti fa sì che la cannabis non possa più essere considerata una droga “leggera” (ammesso che abbia senso parlare di leggerezza riferendosi a una droga), ma a tutti gli effetti va considerata una potente sostanza psicotropa; la “leggerezza” (o la “pesantezza”) non sta nel tipo di droga, ma nella quantità e nella modalità di assunzione del principio attivo”.
Cosa occorre per arginare il fenomeno
La risposta all’allarme che arriva dalla società scientifica, dunque, non può essere una sola: “Fondamentale dal punto di vista preventivo è l’educazione. Non solo e non tanto una educazione specifica riguardo l’uso di droghe, ma un’educazione che sviluppi fattori protettivi come il senso critico e autocritico (per non farsi trasportare dalle famose “cattive compagnie”: l’uso di cannabis è diffusissimo al punto da sembrare “normale” e chi non ne vuol fare uso deve saper andare controcorrente) e la capacità di autocontrollo e di gestione delle spinte emotive (per riuscire a discernere ciò che è pericoloso e sapersi fermare anche di fronte a situazioni allettanti). Questo richiederebbe una ri-educazione di tutto il contesto sociale che possa sostenere la coerenza tra i messaggi educativi e i comportamenti praticati e approvati dalla collettività, che invece attualmente ci mostra molto spesso modalità discontrollate e scarsa capacità di logica e di autocritica anche in personaggi e in situazioni pubbliche”, spiega il responsabile scientifico di IEuD. “Purtroppo, l’educazione non può essere trasmessa e imposta per Legge, ma Leggi che favoriscano gli investimenti in ambito educativo e sostengano in modo strutturale gli interventi preventivi sarebbero estremamente utili. Le leggi repressive, che peraltro sono già attive, potrebbero avere una maggiore utilità se collocate in un contesto sociale virtuoso dal punto di vista educativo. Diversamente, se contraddette da una sostanziale diseducazione collettiva, si riducono a meccanismi poco efficaci che magari perseguono singoli autori di reati ma non incidono sulla situazione generale”, conclude Bignamini.