Allarme nuovi virus: influenza D e coronavirus canino in crescita. Cosa sono, che malattie causano, come prevenire

Sono entrambi responsabili di sindromi respiratorie negli animali. Ma il rischio è che possano mutare e diventare causa di pandemie umane

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

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Proprio mentre l’influenza K non ha ancora lasciato l’Italia né i principali occidentali, sorgono nuove preoccupazioni. Riguardano altri virus che potrebbero diventare responsabili di epidemie nuove: in particolare l’allarme cresce nei confronti dell’influenza D e del coronavirus canino, entrambi di origine animale.

Il nuovo allarme per influenza D e coronavirus canino

A far innalzare l’allerta nei confronti di potenziali epidemie di origine animale è un articolo, pubblicato sulla rivista scientifica Emerging Infectious Diseases, che indica in due patogeni un possibile rischio per la salute umana. Si tratta, nello specifico, dell’influenza D e del coronavirus canino, ad oggi poco monitorati e dunque sottovalutati nelle possibili conseguenze. Secondo gli esperti che hanno condotto uno studio sul rischio di focolai, il pericolo deriva dal fatto che esiste una scarsa conoscenza sulle due malattie e i virus che ne sono causa, soprattutto per quanto riguarda le eventuali mutazioni che potrebbero renderli più trasmissibili, in diverse aree geografiche del Pianeta, richiamando alla memoria l’esperienza drammatica del Covid-19 che non ha risparmiato alcuna zona.

Cos’è l’influenza D

Si tratta di una forma influenzale, quindi causata da un virus, identificato per la prima volta nel 2011. È di origine animale ed è stato scoperto soprattutto in esemplari bovini e suini, nonostante sia stato riscontrato anche in numerose altre specie animali, sia selvatiche che domestiche. Secondo gli studiosi in materia, sarebbe il responsabile di sindromi respiratorie nei bovini, che nel tempo hanno portato ad un aumento considerevole dei costi per le cure e la gestione delle epidemie, da parte degli allevatori.

Il rischio per l’uomo

Il dubbio è che il virus possa risultare pericoloso anche per l’uomo. Per questo sono state condotte diverse indagini sierologiche sui lavoratori a contatto con le mandrie di bovini infetti: è emerso un quantitativo di anticorpi molto elevato, effetto di una esposizione frequente al virus. Finora, però, non si sono segnalati casi umani preoccupanti, perché nella maggior parte dei soggetti risultati positivi al virus non c’erano sintomi. Ciò che preoccupa gli esperti, però, è la possibilità di mutazioni nel virus, come avvenuto in altri casi analoghi – coronavirus compresi – che potrebbero renderlo causa di sindrome respiratoria anche nell’uomo che ne viene in contatto.

Primi segnali di trasmissione interumana

In realtà il timore è più che fondato, perché in Cina si sono già verificati episodi di trasmissione interumana, cioè tra persona e persona, con un ceppo isolato di virus. La notizia ha spinto le autorità alla massima prudenza, aumentando la sorveglianza con lo scopo di evitare che i possibili contagi possano trasformarsi in una pandemia in tempi rapidi. Al momento, dunque, non c’è un allarme esplicito e imminente, ma si è esortato ad effettuare controlli costanti e regolari, a portare avanti studi approfonditi e comparativi, e a cooperare in ambito veterinario. I sistemi di allerta presenti permettono di rilevare possibili “biologici significativi prima che il virus acquisisca maggiore adattamento all’uomo e provochi possibili focolai in comunità umane vulnerabili con diffusione locale limitata”, sottolinea Sanità Informazione.

Cos’è il coronavirus canino

Anche il coronavirus canino – come indica il nome – appartiene alla famiglia dei virus. È noto come CCoV ed è presente tra i cani, nei quali causa soprattutto disturbi gastrointestinali. Nonostante quanto possa lasciare intendere il nome e nonostante appartenga alla stessa famiglia del Sars-Cov2, però, non è responsabile del Covid-19. Fino ad ora sono stati registrati casi di polmoniti e ricoveri ospedalieri attribuiti al coronavirus canino anche in esseri umani. In particolare, alcuni episodi osno riconducibili a ceppi identificati da ricercatori statunitensi e asiatici in pazienti che presentavano sintomi respiratori.

Il pericolo di circolazione mondiale

Proprio il fatto che i ceppi siano stati trovati sia negli Stati Uniti che in alcuni Paesi asiatici, lascia intendere che ci sia stata (e ci sia) una circolazione del coronavirus canino tra diverse zone del mondo, avvalorando la tesi di una possibile, futura pandemia globale, qualora il virus si rafforzi. Da qui l’importanza dell’appello lanciato dagli esperti a implementare i sistemi di sorveglianza: per intercettare il virus e i suoi possibili cambiamenti genetici, infatti, occorrono i test specifici, che però non sono effettuati con regolarità, dunque eventuali infezioni potrebbero non essere riconosciute come tali e attribuite ad altre cause. Questi fattori, inoltre, rendono difficile stimare la reale diffusione del coronavirus canino, per poterne valutare la concreta pericolosità.

Rafforzare la prevenzione

L’unica strada percorribile per scongiurare uno scenario di nuove pandemie da virus di origine animale, dunque, rimane la prevenzione. Una maggiore sorveglianza negli allevamenti, specie se intensivi, una integrazione e condivisione dei database veterinari e umani, e una comunicazione tempestiva e trasparente tra scienziati sono ritenute le uniche armi contro future pandemie, insieme allo sviluppo di test affidabili e precoci. Pur scongiurando forme di allarmismo, l’auspicio è di “prepararsi”, come sottolinea Sanità Informazione, che “non significa prevedere una catastrofe, ma ridurre l’incertezza. Con monitoraggio, ricerca e cooperazione internazionale, il rischio che questi virus sorprendano i sistemi sanitari può essere contenuto con adeguata pianificazione preventiva continua”.