C’è un momento, nella vita di quasi ogni bambino, in cui una persona diventa “speciale” più delle altre. Non è soltanto un compagno di giochi: è il primo amico del cuore. Quello con cui si condivide tutto: dai segreti alle merende, dalle risate alle prime delusioni. Un legame che spesso sorprende gli adulti per intensità, esclusività e profondità emotiva.
Un amichetto/amichetta del cuore l’abbiamo avuto tutti e, molti di noi, anche in tenera età: qualcuno che ci ha accompagnato per tutte le fasi della nostra vista, o che, in alcuni casi, rimane un bel dolce ricordo che riaffiora quando abbiamo in mano un vecchio album. Del resto, ci sono amicizie in grado di lasciare il segno, che avranno sempre un angolo speciale nel nostro cuore.
Per i genitori può essere una scoperta tenera, ma anche fonte di interrogativi: è normale che mio figlio voglia stare sempre con la stessa persona? È un bene o un limite? Dovrei preoccuparmi se esclude gli altri?
La risposta, nella maggior parte dei casi, è rassicurante: il primo amico del cuore rappresenta una tappa evolutiva di fondamentale importanza. Non si tratta di una deviazione dal percorso “corretto” della socializzazione, ma di uno snodo naturale nello sviluppo emotivo e relazionale.
Quando ci troviamo dal lato del genitore, può capitare che non ci piaccia un amico/amica di nostro figlio, come può anche succedere di essere preoccupati quando il loro rapporto diventa assoluto ed esclusivo a tal punto da non permettere ad altri coetanei di interagire nel gioco. Ed è per questo che ne abbiamo parlato con un’esperta, in modo da cercare di offrire più risposte possibili ai nostri dubbi più comuni.

Indice
L’ amico del cuore: tappa fondamentale nella crescita
Come spiega la pedagogista Elena Galbusera, “il primo amico del cuore rappresenta per moltissimi bambini una tappa evolutiva di fondamentale importanza”. Una tappa che spesso noi adulti osserviamo con apprensione, temendo che possa limitare la socialità dei nostri figli, mentre in realtà risponde a bisogni profondi e fisiologici.
Secondo la psicologia dello sviluppo, tra i 3 e i 10 anni il bambino passa progressivamente da relazioni basate sulla prossimità fisica (“giochiamo insieme”) a legami fondati sull’affinità emotiva (“mi capisce”, “mi piace come pensa”). È proprio in questa fase che nasce l’amicizia speciale, che contribuisce in modo decisivo alla costruzione dell’identità e dell’autostima.

Perché alcuni bambini si legano a una sola persona
Una delle domande più frequenti riguarda proprio l’esclusività del legame: perché alcuni bambini si affezionano quasi solo a una persona, mentre altri sembrano muoversi con disinvoltura tra tanti amici?
Elena Galbusera chiarisce che “questa dinamica nasce da bisogni profondi e naturali” e che non si tratta affatto di una mancanza, bensì di una modalità personale di costruire relazioni. In particolare, la dottoressa sottolinea che “si tratta della ricerca di una sicurezza maggiore, di un riconoscimento profondo e, soprattutto, di un rispecchiamento emotivo: il bambino trova nell’altro un riflesso di se stesso, dei propri gusti e delle proprie emozioni, imparando così a conoscersi meglio attraverso l’altro”.
In altre parole, attraverso l’amico speciale il bambino non solo sperimenta l’affetto, ma costruisce una parte della propria identità. L’altro diventa uno specchio emotivo in cui riconoscersi e definirsi. Per questo motivo, l’amicizia esclusiva non va letta come una povertà relazionale, bensì come una forma di intensità affettiva. Come osserva Galbusera, “non dobbiamo quindi considerare l’amicizia esclusiva come un problema. Saper stringere un legame così intenso è anzi un segno positivo”.
La pedagogia contemporanea invita infatti a superare l’idea che un bambino “debba” avere tanti amici per essere equilibrato. Ogni bambino è diverso: c’è chi ama stare in gruppo e chi preferisce legami più selettivi. Ed entrambe le modalità sono sane, se vissute con serenità.
“Non esiste una regola che imponga di avere molti amici; ogni individuo è costruito a suo modo”, ricorda Galbusera, invitando i genitori a non proiettare sui figli le proprie aspettative sociali o paure legate all’inclusione.

Quando il legame può diventare rischioso
Fin qui pare che non vi siano motivi per guardare con sospetto le amicizie dei bambini, quando siano poche e particolarmente strette. Ma c’è un ma, in quanto il vero nodo della questione, come chiarisce l’esperta, non riguarda il numero di amici, ma la qualità della relazione.
Elena Galbusera afferma: “il vero nodo della questione non risiede nel numero di amici, ma nella qualità della relazione”. È qui che entra in gioco un criterio educativo molto utile: distinguere tra un legame caldo e uno chiuso.
Seguendo l’approccio delle Scuole Felici, possiamo definire sano un legame che sia caldo ma mai chiuso.
Cosa sono le Scuole Felici
Le Scuole Felici non sono un singolo metodo didattico, ma un orientamento pedagogico diffuso in molte realtà educative italiane ed europee, che mette al centro il benessere emotivo dei bambini come condizione per l’apprendimento e la crescita.
Alla base delle Scuole Felici c’è l’idea che la scuola – e più in generale ogni contesto educativo – debba essere uno spazio in cui il bambino si sente riconosciuto, accolto e libero di esprimersi, senza essere schiacciato da modelli competitivi o puramente prestazionali. In questo quadro, le relazioni tra pari assumono un valore centrale: non solo come occasione di socializzazione, ma come terreno privilegiato per imparare empatia, rispetto, cooperazione e autonomia emotiva. Applicando questo sguardo alle amicizie, una relazione è sana quando permette al bambino di sentirsi al sicuro e valorizzato, senza però trasformarsi in un recinto che esclude il mondo esterno.
Secondo la dottoressa Galbusera, una coppia di amici vive una dinamica positiva quando, pur preferendosi, non esclude sistematicamente gli altri. I bambini possono cercarsi, volersi bene, riconoscersi come speciali, ma restare capaci di stare anche nel gruppo, di partecipare ad attività collettive, di aprirsi a nuove esperienze.
La relazione diventa invece rischiosa quando, come spiega l’esperta, si sbilancia e si trasforma in una fonte di ansia o in uno strumento di controllo, dove uno dei due diventa dipendente dall’altro o ne impedisce l’esplorazione del mondo esterno.
5 segnali di un’ amicizia poco sana:
- gelosia intensa se l’amico gioca con altri;
- paura sproporzionata di perdere l’altro;
- rifiuto sistematico di attività senza l’amico;
- tristezza o rabbia eccessive alla separazione;
- frasi o comportamenti possessivi.
Esperienze relazionali diversificate sono importanti sin in tenera età, perché permettono di mettersi alla prova, di sperimentare, di comprendere i propri limiti, di superarli senza essere necessariamente dipendente.

Quando e come intervenire senza forzature
Di fronte a un legame che sembra troppo chiuso, il compito dell’adulto non è spezzare, ma accompagnare. Far capire che un legame non può escludere gli altri a priori.
Elena Galbusera è molto chiara su questo punto: “il compito dell’educatore o del genitore non è mai quello di intervenire separando bruscamente la coppia, azione che risulterebbe traumatica, ma piuttosto quello di allargarla gradualmente”.
Gli strumenti che possiamo mettere in campo, in questo caso, sono molteplici.
1. Possiamo allargare gradualmente la relazione
Si possono proporre attività in piccoli gruppi, introducendo uno o due altri compagni nel nucleo già esistente. Non si tratta di forzare l’apertura, ma di creare occasioni naturali di socialità condivisa.
2. Possiamo valorizzare l’identità individuale
È importante aiutare il bambino a riconoscere le proprie competenze al di fuori della relazione di coppia: uno sport, un laboratorio creativo, una passione personale. Questo rafforza l’autonomia emotiva e riduce il rischio di dipendenza affettiva.
3. Usare libri e narrazioni come strumenti educativi
Le storie sono alleate preziose. Attraverso fiabe, romanzi e film si può trasmettere l’idea che l’amicizia sia un dono, non un possesso.
4. Dare l’esempio nelle relazioni adulte
I bambini osservano più di quanto ascoltino. Se vedono adulti capaci di mantenere legami affettivi rispettosi, non possessivi, aperti al dialogo e al cambiamento, interiorizzeranno naturalmente questi modelli.
Come sottolinea Galbusera, “l’uso di narrazioni, libri e metafore può aiutare a trasmettere l’idea di un’appartenenza fluida”, dove l’amicizia speciale non esclude l’apertura agli altri. Coltivare questa consapevolezza permette ai bambini di vivere l’amicizia come uno spazio di crescita, e non come un recinto. Un allenamento prezioso per relazioni adulte sane, equilibrate e consapevoli.
Un dono da accompagnare, non da temere
Il primo amico del cuore non è un problema da risolvere, ma un’esperienza da accompagnare con intelligenza emotiva. È uno spazio privilegiato in cui il bambino impara a fidarsi, a condividere, a gestire conflitti e separazioni, a riconoscere i propri bisogni e quelli dell’altro.
Come adulti, il nostro ruolo non è normalizzare tutto secondo modelli astratti, ma osservare, comprendere e sostenere, favorendo l’apertura senza sminuire l’intensità, promuovendo la libertà affettiva senza negare il bisogno di sicurezza. No, non è facile. Non lo è quando si tratta delle nostre relazioni, figuriamoci quando in ballo ci sono quelle dei nostri figli e delle nostre figlie. Certamente, però, la consapevolezza, l’informazione e la lucidità ci possono aiutare.
Come ricorda Elena Galbusera, coltivare questa consapevolezza attraverso il dialogo e l’esempio permette ai bambini di vivere l’amicizia come uno spazio di libertà e non come un recinto, preparandoli a relazioni adulte sane e consapevoli.
Ed è forse proprio questo il valore più grande del primo amico del cuore: insegnare, fin da piccoli, che volersi bene non significa trattenere, ma crescere insieme. Difficile ma bello!