Skeye, Polaroid è il singolo che anticipa l’estate: “L’attimo preciso che vivi e resta lì”

Skeye, vincitrice del Premio Lunezia 2025, ci racconta "Polaroid", il suo nuovo singolo che anticipa l'estate e ci invita a vivere intensamente l'attimo

Foto di Federica Cislaghi

Federica Cislaghi

Royal e Lifestyle Specialist

Dopo il dottorato in filosofia, decide di fare della scrittura una professione. Si specializza così nel raccontare la cronaca rosa, i vizi e le virtù dei Reali, i segreti del mondo dello spettacolo e della televisione.

Pubblicato:

Chiedi a DiLei

Polaroid è il nuovo singolo di Skeye, talentuosa cantautrice, vincitrice del Premio Lunezia 2025 (sezione “Nuove Proposte”). Il brano, scritto con Danila Satragno, anticipa l’estate non solo nelle sonorità, fresche e leggere, ma anche nel racconto di un immaginario fatto di attimi intensi e fugaci.

Partiamo dal tuo nuovo singolo Polaroid: com’è nato?
È nato in modo molto spontaneo, quasi casuale. Scrivevo immagini sparse, senza un’idea precisa. Poi, rileggendo tutto, ho capito che stavo raccontando qualcosa che avevo davvero vissuto. È stato come mettere insieme pezzi di memoria.

E il titolo, Polaroid, cosa rappresenta per te?
Rappresenta lo scatto, l’attimo, quel momento preciso che vivi e che resta fermo lì. Mi piace l’idea della Polaroid perché non racconta qualcosa che continua o che si evolve nel tempo: immortala un istante e basta. Rimane il ricordo, un’immagine fissa, un frammento di vita che non può essere ripetuto. È proprio questo che mi affascina: il fatto che certe emozioni esistano intensamente in un momento preciso e poi restino nella memoria come un’istantanea.

In effetti il titolo suggerisce immediatamente qualcosa di visivo ma anche di nostalgico. È presente questa sfumatura?
Sì, sicuramente c’è una componente nostalgica, ma non tanto in senso vintage. Non ho scelto Polaroid per richiamare un’estetica anni Ottanta o un immaginario retrò. Mi interessava soprattutto il significato profondo dell’oggetto: la Polaroid è qualcosa che accade una volta sola. Nel momento in cui fai quello scatto, non puoi tornare indietro e rifarlo nello stesso modo. Per me il brano parla proprio di questo: di momenti unici, irripetibili, che hanno valore proprio perché non si possono trattenere.

Skeye
Federico Cappuccino
Skeye

Qual è il messaggio che vuoi lasciare a chi ascolta il singolo?
Credo sia un invito a lasciarsi andare di più. A vivere le cose senza caricarsi sempre di troppi pensieri, senza farsi prendere da ansie e paranoie sul futuro o su quello che succederà dopo. Oggi siamo molto abituati a controllare tutto, a voler prevedere tutto, mentre invece alcune emozioni vanno semplicemente vissute. Polaroid vuole ricordare proprio questo: l’importanza di stare dentro al momento, di godersi quello che si ha mentre lo si sta vivendo, senza rovinarlo pensando già alla fine.

Se dovessi scegliere un verso del testo che, più di tutti, racchiude l’anima del brano, quale sceglieresti?
Direi: “Mi tieni nel portafoglio in una Polaroid”. È una frase che sento tantissimo. Mi trasmette subito un senso di nostalgia, ma anche di vicinanza, di qualcosa che continua a esistere attraverso il ricordo. Mi colpisce perché racchiude quell’idea di essere custoditi in una memoria piccola ma preziosa, come una fotografia che rimane con te anche quando il momento è finito.

Il singolo è uscito a fine marzo. Che accoglienza stai ricevendo dal pubblico?
Molto bella, e ne sono davvero contenta. Sto portando il brano anche dal vivo e vedere il coinvolgimento delle persone è una soddisfazione enorme. Quando scrivi una canzone così personale non sai mai davvero come verrà accolta, invece sentire che arriva, che crea connessione, è la parte più bella.

A proposito di live, quali saranno i tuoi prossimi impegni per l’estate?
Sicuramente ci saranno le date del Premio Lunezia, dove sarò ospite. Questa è una certezza e per me è molto importante. Per il resto stiamo ancora lavorando al calendario, quindi ci sono ancora cose da definire, ma l’estate sarà sicuramente un periodo in cui ci sarà musica dal vivo.

Hai citato il Premio Lunezia, un riconoscimento significativo. Quanto ha inciso sul tuo percorso?
Tantissimo, soprattutto a livello personale. Più che cambiare tutto concretamente da un giorno all’altro, mi ha dato una sicurezza che prima non avevo. Non avevo mai vinto niente, quindi dentro di me c’era sempre quella vocina che mi faceva pensare di non essere abbastanza, di non andare bene. Ricevere quel riconoscimento mi ha dato un boost di fiducia enorme. Mi ha fatto capire che forse quello che sto facendo ha davvero un valore, e che posso continuare a crederci con più forza.

Skeye
Federico Cappuccino
Skeye

Quando hai capito che la musica non sarebbe stata solo una passione, ma la tua strada?
L’ho capito da sempre, davvero. Da bambina, quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, non rispondevo mai altro che “la cantante”. È sempre stata una certezza molto chiara dentro di me, non ho mai avuto un piano alternativo che sentissi davvero mio. La musica è stata fin da subito il modo in cui immaginavo il mio futuro.

E concretamente che percorso hai fatto per arrivare fin qui?
Ho iniziato a prendere lezioni di canto quando avevo dieci anni, quindi molto presto. Poi a dodici anni ho affrontato un intervento alle corde vocali, perché avevo dei noduli. È stato un momento delicato, ovviamente, e per un periodo mi sono dovuta fermare. Dopo ho ripreso le lezioni e ho continuato a studiare. Finito il liceo, nel 2019, mi sono trasferita a Milano per frequentare il Conservatorio. Però poi è arrivato il Covid, con tutta la didattica a distanza, e mi sono resa conto che quella non era la strada giusta per me. Non mi ci ritrovavo fino in fondo. Così ho scelto di lasciare il Conservatorio e di concentrarmi di più sulla scrittura, sui singoli, sulla mia identità artistica. In seguito sono tornata nel mio paese per un periodo, e poi nel 2022 mi sono ritrasferita a Milano con un obiettivo molto chiaro: vivere davvero di musica, respirare quella realtà ogni giorno, fare esperienza, suonare, crescere. Oggi studio al CPM e continuo a costruire il mio percorso.

Quindi Milano è stata una scelta importante anche per metterti alla prova sul campo?
Sì, assolutamente. Io sono originaria di Castelforte, in provincia di Latina. Milano è una città che ti obbliga a confrontarti con la musica in modo concreto. Vivere lì mi ha permesso di iniziare a fare live, di conoscere persone, di stare dentro un ambiente che mi stimola tanto. Per chi vuole fare questo mestiere, per me è stato un passaggio fondamentale.

La tua famiglia ti ha sostenuto in questa tua scelta?
Sì, sempre. Non c’è mai stato un momento in cui mi abbiano fatto sentire sola nella mia scelta. Anzi, a volte ci hanno creduto più loro di me.

Qual è stato il consiglio professionale più importante che hai ricevuto?
Di non avere fretta.

Che musica ascolti?
Principalmente indie folk: Bon Iver, Novo Amor… cose intime, introspettive.

E tra le tue influenze più “mainstream”?
I Queen per i testi e l’intensità, Harry Styles per l’immagine e la performance. Mi ispirano molto anche per il modo di comunicare.

Mentre tra gli italiani?
Madame, Elisa… e mi piace molto anche Nayt. Tutti artisti molto intimi.

Stai già lavorando a nuova musica?
Sì… e forse anche a qualcosa di più grande di un singolo. Ma lascio un po’ di mistero!