La morte di Arianna Vico, la sorella: “Non si supera, si sopravvive”

A quasi trent’anni dall’omicidio, Laura Vico racconta Arianna oltre la cronaca: la memoria, il dolore e ciò che ancora non cambia.

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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Aveva diciassette anni, i libri pieni di cuoricini e sogni ancora da costruire.
Arianna Vico era una ragazza che stava iniziando a fiorire, una figlia, una sorella, un’amica.
Fu stuprata e uccisa a Motta di Livenza alla fine degli anni Novanta. Da allora il suo nome è rimasto legato a una delle pagine più dolorose della violenza contro le donne in Italia. Ma dietro quella tragedia esiste una vita che merita di essere raccontata e una famiglia che continua a convivere con un’assenza che non smette mai di esistere.
A quasi trent’anni dall’omicidio, abbiamo raccolto la testimonianza di Laura Vico, sorella di Arianna, insieme ai ricordi della migliore amica Maria Grazia Fiammengo. È un racconto che attraversa il tempo, il lutto e la memoria, e che parla anche alle ragazze di oggi.

Chi era Arianna prima di diventare un nome legato a una tragedia? Che sorella era, cosa amava, cosa sognava davvero a diciassette anni?
(Questa prima testimonianza Laura Vico ha voluto che la rendesse Maria Grazia Fiammengo, migliore amica di Arianna):
Arianna era una normalissima ragazza di diciassette anni. Le sue priorità coincidevano con la famiglia, gli amici e la scuola. I suoi libri erano pieni di cuoricini, scritte e disegni.
La sua bellezza stava piano fiorendo e se ne accorgevano più gli altri che lei stessa, perché era ancora molto insicura e il suo animo era quello di una bambina sognatrice.
Parlava spesso di come un giorno avrebbe voluto una famiglia unita e numerosa.
Un agente di moda si era accorto di lei e aveva iniziato a posare per alcune fotografie che forse le avrebbero aperto una nuova strada e dato indipendenza. Ci sperava davvero. Era un sogno.

Quando pensi ad Arianna oggi, qual è il ricordo più vivo che ti torna alla mente, quello che nessuna cronaca potrà mai raccontare?
Il ricordo più forte risale all’infanzia. All’asilo io ero al terzo anno e lei nel primo. La vedevo piccola, lontana, fragile, e provai una tenerezza così forte che mi mise a piangere.
Da quel momento ho sempre sentito di doverla proteggere.
Quando penso a mia sorella, la immagino quasi sempre bambina, nei suoi primi anni, quando era più fragile e bisognosa di cura. È l’immagine che è rimasta più viva dentro di me.

In questi quasi trent’anni, hai mai avuto paura che Arianna venisse ricordata solo per come è morta e non per come ha vissuto?
No. Non ho mai avuto questa paura.
Le persone che hanno conosciuto Arianna e le hanno voluto bene conservano ricordi molto nitidi di lei. Anzi, la sua morte ha rafforzato ancora di più il legame tra chi l’ha amata.
Chi la ricorda solo per come è morta sono soprattutto persone che non l’hanno conosciuta davvero. Per loro Arianna è stata solo una notizia.

Arianna Vico con sua sorella e un'amica
La famiglia
Arianna Vico con sua sorella e un’amica

Come si sopravvive a un dolore così? Esiste davvero un “dopo”?
Il trauma non è qualcosa che passa. È una condizione permanente.
È come avere il corpo coperto di ferite che, anche quando sembrano cicatrizzate, tornano a fare male quando cambia il tempo.
All’inizio il dolore era quotidiano, costante. Con gli anni gli intervalli si allungano e si pensa quasi di essere salvi. Poi succede qualcosa e tutto torna. Non si dimentica.
Si impara a convivere con il peso.
La vita va avanti, ho avuto figli, una famiglia, ma non è un superamento. È un’accettazione forzata. Rimane una rabbia profonda e la fiducia negli altri non è più la stessa.

Cosa succede a una famiglia quando i riflettori si spengono e resta solo il silenzio?
Ricordo una frase che disse mio padre a tutta la famiglia:
“Quando la gente smetterà di parlare di Arianna, rimarremo soli.”
Ed è andata esattamente così.
All’inizio c’erano amici, parenti, i frati Cappuccini di Portogruaro, gli insegnanti della sua scuola, anche estranei. Ma poi tutto svanisce.
Non abbiamo ricevuto alcun supporto istituzionale: nessun sostegno psicologico, nessun servizio gratuito.
Mentre all’assassino sono stati concessi aiuti e percorsi di reinserimento, noi siamo rimasti completamente soli.
È stato un fallimento del sistema.

C’è qualcosa che avresti voluto sentirti dire allora?
Ci aspettavamo che la giustizia riportasse ordine nel caos. Pensavamo che almeno quello avrebbe dato un senso a ciò che era successo.
Invece abbiamo vissuto un fallimento totale.
La sofferenza non è stata solo la perdita di Arianna, ma vedere i nostri genitori costretti a sopravvivere a qualcosa che non dovrebbe mai accadere: un padre e una madre non dovrebbero mai assistere alla morte di un figlio.

Arianna Vico
La famiglia
Arianna Vico

Cosa non è cambiato davvero nella nostra società?
Non è cambiato il rispetto per la vita e per le persone.
Esiste ancora una mentalità ottusa che vede la donna come una proprietà privata. Alcuni uomini non accettano un rifiuto perché vivono una fragilità profonda che li porta a pensare di poter decidere anche sulla vita di una donna.

Quando senti parlare di un’altra ragazza uccisa dopo un rifiuto, cosa provi?
Per molti anni era come riaprire una ferita: tornavano le notti insonni e i tormenti.
Oggi provo soprattutto impotenza e una dolorosa accettazione.
È un sentimento rivolto a un sistema che ancora non riesce a proteggere le donne e a una società dove i valori si stanno smarrendo.

Cosa vorresti che fosse diverso nella giustizia?
L’assassino di Arianna fu condannato a 12 anni e sei mesi per averla strangolata, violentata e occultato il corpo. Ne scontò circa cinque o sei.
Per reati come il traffico di droga spesso si ricevono pene più severe. Qualcosa non funziona.
I processi dovrebbero essere più veloci, senza attenuanti e sconti di pena. Servirebbero giudici specializzati, centri antiviolenza più visibili e supporto psicologico e legale gratuito per le famiglie.
Si sta facendo qualcosa, ma siamo ancora molto lontani da una vera tutela.

Le ragazze oggi sono davvero più protette?
Purtroppo no.
Quando morì Arianna era uno dei pochi casi in Veneto e in Italia. Oggi una donna muore un giorno sì e uno no e ci stiamo abituando, ed è gravissimo.
Le leggi sono aumentate, ma nella vita reale spesso non producono una protezione concreta.

Se potessi parlare alle ragazze della stessa età di Arianna, cosa diresti loro?
Direi di avere rispetto per se stesse, di essere esigenti nelle relazioni e di imparare a riconoscere quando una relazione non è sana.
La prima persona da amare siamo noi stesse.
Le donne hanno sempre dovuto fare più fatica per ottenere tutto. L’indipendenza, soprattutto economica, rende libere.

Ho conosciuto Laura su Facebook, dopo aver scritto un post in memoria di Arianna.
Da quel messaggio è nata qualcosa di raro: la fiducia.
Laura ha capito che poteva affidarmi il ricordo di sua sorella, non come una notizia da raccontare, ma come una vita da custodire. Per me è stato un onore poterla ricordare attraverso le sue parole e attraverso quelle di chi Arianna l’ha amata davvero.
Forse è proprio questo il compito dei giornalisti quando fanno bene il loro lavoro: non limitarsi a raccontare ciò che accade, ma conservare la memoria, aiutare con le parole a mantenere rispetto per chi non c’è più e per chi resta.

Perché finché qualcuno raccoglie quella storia con cura, non sarà mai soltanto una tragedia, ma anche tutta la vita che c’era prima e tutto l’amore che è stato. E che rimarrà per sempre.