Ginevra Elkann: “Nella mia famiglia si è sempre respirata passione per il Cinema”

A poche ore dall'uscita di "Magari", la sua opera prima in cui dirige Riccardo Scamarcio e Alba Rohrwacher, abbiamo intervistato Ginevra Elkann, la prima regista di "casa Agnelli"

“In questo momento particolare, anche il film racconta di un lockdown interiore. La vivo perciò come una naturale prosecuzione della sua vita”. A parlare è Ginevra Elkann, nipote di Gianni Agnelli e figlia di Margherita Agnelli e di Alain Elkann, la prima regista di “casa Agnelli”, dopo una lunga e rinomata carriera sempre nel mondo del cinema come produttrice.

Magari” – questo il titolo del film – sarebbe dovuto uscire in sala a marzo, ma si è optato per ovvie ragioni di farlo uscire in digitale su RaiPlay. Racconta la storia di Alma, Jean e Sebastiano, tre fratelli che da Parigi, città dove vivono con la mamma in un ambiente bigotto e alto-borghese, si ritrovano improvvisamente a trascorrere un periodo della loro vita con il padre italiano, interpretato da Riccardo Scamarcio e Benedetta (interpretata da Alba Rohrwacher) una sua collaboratrice con cui vive un rapporto professionale e non solo.

I tre giovani fratelli che calpestano goffamente la sabbia della spiaggia di Sabaudia dentro i loro “Moon Boot”, potrebbero essere proprio la trasposizione cinematografica dei tre nipoti dell’Avvocato Agnelli. L’abbiamo chiesto prorpio a Ginevra, con la quale ci siamo lasciati andare ad una piacevolissima chiacchierata sul cinema e sul ruolo della famiglia in questo particolare momento storico.

Hai avuto comunque l’opportunità di presentarlo a Locarno e quindi di vederlo prima sul grande e ora sul piccolo schermo. Che effetto ti ha fatto?
Quello di Locarno è il più grande schermo in Europa, quindi sono stata assolutamente appagata in questo senso. Poi l’ho rivisto – quando l’abbiamo presentato in giro per il mondo – in diversi cinema e con diversi tipi di pubblico. Per cui la bellezza di percepire la reazione della sala, le risate e le emozioni, ce l’ho avuta. In questi giorni poi, l’ho riguardato sull’iPad assieme ai miei figli e devo dire che regge, anche sul piccolo schermo.

Questo film parla di un lockdown interiore, quello di una famiglia e soprattutto di tre fratelli. Come è nata la necessità di raccontare questa storia?
E’ nata parlando con Chiara Balzini (scrittrice e co-sceneggiatrice del film, nda.), abbiamo messo assieme i ricordi delle rispettive infanzie e in maniera molto naturale abbiamo cominciato a scrivere questo film. Ci piaceva raccontare una sorta di vacanza che questi tre fratelli vivono assieme al loro papà, un uomo solitario e non abituato a gestire i figli. Dopodiché ci siamo concentrati sulla figura della bambina – Alma – e su questo dono che lei ha di vedere le cose a modo suo e di rimodulare la realtà attraverso l’immaginazione.

 

Scamarcio e Alba Rohrwaker


Quanto ti rivedi in lei?

Diciamo che mi ritrovo molto nella capacità che Alma ha di voler fuggire al dolore attraverso le storie, costruendosi in testa una realtà parallela grazie alla quale evadere.

Quindi possiamo dire che questo film è fortemente autobiografico?
E’ stata la stessa esperienza che ho vissuto io da bambina, con genitori separati, che sognavo si rimettessero insieme. E questa mia esperienza, ho capito con il tempo fosse condivisa con tante altre persone che hanno vissuto la mia stessa situazione.

Il bisogno di evadere di cui parlavi è tale che hai già iniziato a scrivere la tua opera seconda. Come hai fatto a trovare ispirazione durante questo periodo?
In realtà avevo già iniziato a scriverla prima del lockdown, per cui ho semplicemente dato continuità alla sua genesi, con delle dovute pause di riflessione. E’ vero che questo periodo, non tanto adesso ma all’inizio, è stato nemico della concentrazione: io non riuscivo a leggere o a guardare film, perché oltre ad essere mamma e come tale molto impegnata, non riuscivo a concentrarmi. Il mondo di fuori ci ha dato tanti pensieri in questo periodo.

Che rapporto hai oggi con i tuoi fratelli?
Un rapporto molto forte e devo dire che mi sono molto mancati durante questo periodo, sia loro che mio padre. Ad ogni modo, siamo rimasti comunque in contatto – come del resto tutte le famiglie – attraverso i mezzi che ci la tecnologia oggi offre. E’ stato emotivamente molto importante riuscire a capire come ognuno di noi abbia vissuto questo periodo e soprattutto riuscire a farlo quotidianamente. Del resto, ciascuno di noi ha vissuto varie fasi, quella iniziale in cui tutti cantavano e nella quale c’era una strana euforia, fino poi alla depressione determinata dai numeri che si succedevano quotidianamente.

Tutti questi mezzi tecnologici mancano alla famiglia di “Magari”.
L’abbiamo ambientato apposta negli anni ’90 proprio per questa ragione. Se avessimo fatto lo stesso film con degli adolescenti di oggi, avrebbero passato tutto il loro tempo chini su un iPad o su un cellulare. Invece questi ragazzi lasciano casa della mamma a Parigi e basta, non hanno WhatsApp o Skype per comunicare. Ogni tanto fanno una telefonata, ma per il resto la comunicazione finisce lì. Non hai le chat, Instagram, Tik Tok, devi arrangiarti con quello che ti offre il luogo in cui ti trovi. E quindi anche imparare a vincere la noia, che è uno degli aspetti che più ho voluto sottolineare.

Tu che rapporto hai con i social?
Non sono ancora su Tik Tok, per ora. Però sono iscritta ad Instagram e devo dire che mi trovo bene e lo trovo utile. Per me che amo le immagini è sicuramente un luogo più adatto rispetto a Facebook o a Twitter.

Questa passione per le immagini e per il cinema è nel DNA della tua famiglia?
Sì, devo ringraziare molto sia mio nonno, che mio papà: andavamo sempre assieme le domeniche al cinema. Nella mia famiglia si è respirata una grande passione per il cinema, che io poi ho spinto oltre facendola diventare un lavoro.

Lavorando nel mondo del cinema, il tuo cognome ti è in qualche modo pesato?
No, non più. Sono caratteri che possono coesistere felicemente: poter fare quello che ami senza rinnegare l’uno o l’altro aspetto.

Come mai hai ritenuto Sabaudia un luogo così cinematografico da doverci ambientare un film, hai un particolare legame?
Non sono così legata a Sabaudia, diciamo che ci ho passato una parte del mio tempo, ma non è il mio luogo di vacanza. Però l’ho sempre trovato un posto molto cinematografico, adatto per ambientare una situazione quasi metafisica come quella di “Magari”: inserire dei bambini dentro un luogo così imponente, caratterizzato da un’architettura sovrastante e totalizzante. Quindi c’era sicuramente una ragione estetica, ma anche una storica in quanto Sabaudia era il posto dove gli intellettuali si ritiravano in quegli anni.

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