Alzheimer, diagnosi precoce grazie a uno studio tutto italiano. Cos’è il progetto Interceptor

Risultati importanti dopo un lavoro di quasi 10 anni: si punta a individuare i segnali della malattia fino a tre anni di anticipo

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

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Intercettare i primi segnali di una malattia è fondamentale per ottenere una migliore prognosi e questo principio è ancora più valido se si tratta di individuare i campanelli di allarme delle demenze e dell’Alzheimer in particolare. Va in questa direzione il Progetto Interceptor, tutto italiano, di cui si sono occupate anche importanti riviste scientifiche internazionali come Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association, tra le voci più importanti nel campo della ricerca clinica e di base sulle demenze.

Come si possono intercettare le demenze

Se una cura specifica per le demenze non c’è ancora, la possibilità di individuarne alcuni “segnali premonitori” prima della comparsa conclamata diventa ancora più importante. Il Progetto Interceptor si colloca proprio in questo contesto. È frutto del lavoro di centinaia di ricercatori italiani, distribuiti sul territorio nazionale, che si è svolto in un arco temporale molto ampio: quasi 10 anni e, per l’esattezza, dal 2016 al 2025. Ora i risultati hanno ottenuto attenzione a livello internazionale grazie a uno studio pubblicato proprio su Alzheimer’s & Dementia e intitolato “Mild Cognitive Impairment–to–Alzheimer Dementia Progression Risk: the contribution of the Interceptor project”. Viene spiegato come sia possibile stimare il rischio di progressione da MCI, cioè Mild Cognitive Impairment (il decadimento cognitivo lieve) a demenza. Il focus è stato la malattia di Alzheimer.

Dal decadimento lieve alla demenza

La premessa, infatti, sta nei meccanismi attraverso i quali avviene il passaggio da MCI a demenze, specialmente Alzheimer. La comparsa di quest’ultima patologia, come spiegano gli esperti, non avviene in modo improvviso, ma dopo una fase descritta come “zona grigia” e “definita dagli anglosassoni MCI”, come spiega una nota del San Raffaele. “Gli MCI nel nostro Paese –secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità- sono oggi quasi 1 milione da cui ogni anno originano circa 100.000 nuovi casi di demenza. Ricevere una diagnosi di MCI comporta, dunque, un aumento del rischio di sviluppare demenza. Infatti, gli studi epidemiologici mostrano che, se seguiti nel tempo, fino al 50% delle persone con MCI progredisce verso la demenza (circa il 30% nei primi 3–5 anni, mentre la restante quota converte negli anni successivi). L’altra metà – per quanto noto dalla letteratura scientifica – può sviluppare una forma tardiva di lieve demenza o rimane stabile mantenendo una piena autonomia anche sul piano professionale e sociale.  Si pone quindi una questione di fondamentale importanza (non solo per le persone con MCI, ma anche per il SSN ed i programmatori sanitari): come identificare, all’interno dell’ampia popolazione degli MCI stimata in oltre 950.000, il rischio individuale di sviluppare demenza, in particolare nel breve termine (2–3 anni), al fine di attuare contromisure mirate -sia terapeutiche sia legate allo stile di vita- volte a ridurre i fattori di rischio modificabili?”.

L’esigenza di uno strumento innovativo

Proprio partendo da questa base i ricercatori italiani hanno puntato a sviluppare uno strumento validato, finora inesistente. A coordinare il progetto, che ha messo a punto uno strumento innovativo, è stato il Professor Paolo Maria Rossini, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele Roma (già  Direttore della Neurologia presso il Policlinico Gemelli al lancio del progetto nel 2018), in stretta collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, nella figura del Prof. Vanacore, il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS con il Prof. Marra, l’IRCCS Istituto Neurologico Besta insieme al Prof. Tagliavini, l’IRCCS San Raffaele di Milano dove lavora la Professoressa Perani, l’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia con il Prof. Cappa, Direttore Scientifico al momento dell’avvio dello studio nel 2018, la Dottorressa Cotelli e il Dottor Redolfi, e il San Raffaele di Roma, che ha avuto il Prof. Vecchio come riferimento. Oltre agli esperti sanitari, il progetto si è avvalso della prospettiva di pazienti e caregiver, con il coinvolgimento dell’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer (AIMA), rappresentata dalla Presidente Patrizia Spadin.

Cos’è il Progetto Interceptor

Per capire i meccanismi di sviluppo delle demenze, infatti, è stato esaminato un campione di oltre 350 soggetti con diagnosi clinica di MCI, seguito per circa 36 mesi presso 19 Centri distribuiti in tutta Italia, seguendo procedure armonizzate da un punto di vista clinico, neuropsicologico e strumentale. Durante il monitoraggio, circa un terzo (29,6%) ha sviluppato una qualche forma di demenza, mentre il 22,4% ha presentato segnali compatibili con la diagnosi di demenza di Alzheimer, con un picco di progressione osservato nel secondo anno di follow-up. Sulla base delle analisi è stato messo a punto dai ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità un modello che consente una “previsione” attendibile di sviluppo delle patologie della demenza. In una prima fase le variabili da tenere in considerazione sono state sociodemografiche e cliniche (età, sesso, familiarità per demenza e livello di autonomia funzionale), mentre successivamente il modello è stato potenziato integrando test neuropsicologici insieme a biomarcatori biologici e strumentali, come “le misure del liquido cerebrospinale relative alla patologia Alzheimer-correlata — in particolare il rapporto tra beta-amiloide e proteina tau — la volumetria dell’ippocampo mediante risonanza magnetica, le caratteristiche di flusso di sangue e di consumo energetico tramite PET-FDG, gli indici di connettività cerebrale derivati dall’elettroencefalografia e fattori genetici quali il genotipo ApoE”, spiega ancora il San Raffaele sul proprio sito.

Un modello di “previsione” attendibile

“Il modello basato esclusivamente sui dati clinici ha raggiunto un’accuratezza predittiva di circa il 72%, che è salita a oltre l’82% con l’inclusione di biomarcatori selezionati”, chiarisce il San Raffaele. L’obiettivo finale dello studio, comunque, sarà quello di arrivare una “stima personalizzata della probabilità di progressione a demenza entro tre anni e la classificazione delle persone con MCI in categorie di rischio basso, intermedio o alto”. Lo strumento messo a punto dai ricercatori è stato pensato per essere utilizzato non solo in ambito di ricerca, ma soprattutto nella clinica, cioè nella pratica di routine. “Con l’impiego di questo strumento, quindi, la stratificazione personalizzata del rischio di progressione verso la demenza nelle persone con MCI è oggi una realtà, rappresentando un passo cruciale verso una gestione più mirata, efficiente ed equa delle malattie neurodegenerative”, sottolinea il San Raffaele, concludendo: “L’enorme mole di dati raccolti da Interceptor è e rimane una miniera di inestimabile valore a disposizione di ricercatori nazionali ed internazionali nella lotta senza quartiere che la ricerca scientifica porta avanti contro questa devastante malattia”.