Sui social ci imbattiamo sempre in post che elencano le “red flag” del partner, di un amico o di un collega. Come riconoscerle e, ovviamente, distaccarsene.
Ci sono talmente tanti contenuti in merito che è diventato impossibile ignorarli. Le “red flag” sono entrate nel vocabolario delle persone, che si dimenticano che sono una scorciatoia che le categorizza senza troppi fronzoli.
Indice
(Non) siamo “red flag”
Le “red flag”, letteralmente “bandiera rossa”, sono dei comportamenti considerati nocivi che indicano un possibile problema nella persona. Diventano un immediato allarme che segnala qualcosa che non va e che può danneggiare il contesto in cui ci si trova.
Ci hanno insegnato a scappare appena sentiamo un allarme. Ecco, con le “red flag” funziona allo stesso modo: se le notiamo, ci mettiamo subito in stato di allerta. Restiamo vigili per non farci fregare e iniziamo immediatamente ad analizzare ogni sfaccettatura dell’altra persona.
Molti vengono etichettati come comportamenti malsani e ciò porta a categorizzare le persone che sembrano averli.
Ci siamo dimenticati, però, che siamo tutti umani. Si sbaglia, si matura, si cade e si migliora. Non siamo macchine, nessuno è perfetto e le categorizzazioni possono risultare comode per il nostro cervello, ma a lungo andare possono precludere anche bellissime relazioni perché frenate da un finto allarme.
I social come un’etichettatrice istantanea
Scrollare è il nostro passatempo preferito. I contenuti che vanno virali sono veloci e il loro scopo principale è quello di essere immediati: il messaggio che vogliono comunicare deve arrivare subito agli utenti.
Perché un video o post raggiunga tante persone deve essere catchy, quindi attirare subito l’attenzione del pubblico.
Se non è così, ci ritroviamo a passare immediatamente al prossimo contenuto. E tutto ciò avviene in frazioni di secondi.
I social vanno di pari passo con la velocità ed è lo stesso modo in cui, ad oggi, viviamo la nostra quotidianità.
È per questo che è diventato estremamente facile categorizzare le persone, appiccicargli addosso un’etichetta che poi è difficile da scollare.
Basta perdere tre secondi per leggere un post riguardante le “red flag” di un collega di lavoro per individuarlo come persona tossica e iniziare a evitarlo.
L’informazione è forte e chiara: diventa quasi impossibile ignorarla poiché oltre alla lettura, a rendere le parole cristalline c’è il fattore visivo del post. I colori, la posizione delle scritte e delle foto sono elementi che vengono pensati appositamente per imprimere un messaggio.
C’è un confine tra fragilità umana e “red flag”
Pensate vedere ogni giorno centinaia di contenuti che parlano di comportamenti tossici, stranezze, “Se fa queste 10 cose quando uscite non è una vera amica”.
Un post così giudica una persona come “non amica” senza sapere nulla dei retroscena o della relazione interpersonale che c’è.
Ognuno di noi ha la propria vita con i suoi modi di ragionare, di vivere la quotidianità, i suoi tratti caratteriali.
Può tutto ciò essere categorizzato in due parole? Raggruppiamo centinaia di esperienze, vissuti, sentimenti ed emozioni in “red flag” o “green flag”?
Per quanto la categorizzazione sia una scorciatoia mentale, preclude davvero molte possibilità di vivere relazioni che potrebbero cambiarci la vita.
Le “red flag” sono un allarme da ascoltare, ma non tutto deve essere per forza tossico o positivo. Bianco o nero. La categorizzazione non lascia spazio alle sfumature, e l’umano è per definizione un essere complesso, dotato di mille sfaccettature.
Come diventare psicologi: tutorial sui social
È sempre più frequente sentire termini clinici come “gaslighting”, “love bombing”, “narcisista”.
Una volta l’uso era riservato agli psicologi per spiegare una certa situazione al proprio paziente.
Oggi sono parole che, invece, utilizziamo tutti e in contesti sbagliati. C’è un abuso dei termini che può portare a fraintendimenti o, peggio, a raggruppare ulteriormente le persone.
È vero che tornano utili per trovare una spiegazione a fenomeni che viviamo, però un loro uso spropositato e senza cognizione di causa non fa altro che eliminare le sfumature della vita.
Benché si tratti ovviamente di due situazioni diverse, il “love bombing” viene usato per indicare eccessive attenzioni al potenziale partner all’inizio di una relazione amorosa, dando per scontata la manipolazione e senza più tenere in considerazione il fattore interesse.
Può succedere, infatti, perché l’altra persona è intenzionata a costruire basi solide per un futuro, impegnandosi a non far mancare nulla fin da subito.
È l’esempio di un abuso del termine che etichetta un certo comportamento come tossico e preclude la continuazione del rapporto.
Chissà di quante relazioni ed esperienze ci siamo privati ascoltando gli allarmi delle “red flag”.

Smettere di categorizzare non ci fa accettare automaticamente tutto
Etichettare le persone può essere controproducente. Le fragilità umane vengono spesso indicate come “red flag” e le persone immediatamente scartate.
In questo modo, non riusciamo a provare empatia cercando di capire cosa provino, cosa le porti a comportarsi così. E così facendo perdiamo molte occasioni in cui avremmo aperto gli occhi o compreso una nuova prospettiva di vita.
Smettendo di classificare le persone, possiamo ripristinare un po’ di umanità.
Attenzione, però, se qualche comportamento non ci va a genio o influenza negativamente il rapporto interpersonale, dobbiamo mettere dei confini.
Mettere dei paletti non significa automaticamente eliminare, ma proteggersi lasciando l’altra persona libera di essere senza influenzarci da vicino.
Non è una punizione, ma un volersi bene senza snaturare l’altro. L’etichetta delle “red flag” è sfuggita di mano, però possiamo allontanarci se un insieme di comportamenti non ci fa stare bene.
Ci siamo voluti bene e non abbiamo etichettato nessuno. Facile, no?
Non siamo “red flag”, we’re just human
Siamo tutti venuti al mondo per vivere la vita, imprimere dentro di noi emozioni, nutrirci di esperienze.
I background da cui veniamo sono tutti differenti, come le nostre menti e le capacità cognitive.
Un post su Instagram o un video su TikTok non può condensare tutto ciò in quattro slide o tre minuti di contenuto. La conoscenza è pane per i nostri denti, ma visionare centinaia di post così, no.
Farsi influenzare, specialmente se si sta vivendo una relazione interpersonale difficile, è facile, e lo è altrettanto creando contenuti ad hoc.
Quando conosciamo una persona e ci scontriamo con i primi problemi, chiediamoci se ci troviamo di fronte a un semplice difetto (che possiamo accettare o rifiutare allontanandoci) o a una situazione più complessa.
Le “red flag” esistono, possiamo riconoscerle da soli, ma come abbiamo visto, non sempre il nostro giudizio è corretto e si finisce per categorizzare le persone, togliendogli le sfumature.
Se pensiamo di avere davanti un comportamento tossico, è bene parlarne con chi se ne intende per capire come affrontarlo, senza indicare ogni piccolo difetto come “red flag”.