I nativi canadesi e il genocidio dimenticato

In Canada sono stati ritrovati i resti di 215 bambini nativi americani nel cortile di una scuola cattolica residenziale. Ma la verità che si nasconde dietro a questa notizia è ancora più sconcertante

Una delle pagine più nere dell’intera storia dell’umanità è stata appena portata alla luce dai media di tutto il mondo. Il vaso di pandora è stato scoperchiato: al suo interno tutto l’orrore e il dolore soffocato di tante piccole anime innocenti. Perché la notizia del ritrovamento dei resti di 215 bambini non può passare in osservata.

Alcuni giorni fa è avvenuta la tragica conferma degli orrori riservati ai nativi americani in Canada. La notizia riguarda il ritrovamento dei resti dei bambini appartenenti alla comunità Tk’emlúps te Secwépemc, sepolti nella scuola residenziale indiana di Kamloops.

Fondata e gestita dalla Chiesa Cattolica, la struttura ha ospitato coattivamente migliaia di bambini indigeni, costretti a separarsi dalle loro famiglie per frequentare le scuole residenziali. Perché all’epoca a loro non era concesso di restare insieme a mamma e papa.

I bambini non potevano sottrarsi dal loro destino e da quel sistema scolastico che ha segnato profondamente diverse generazioni e l’intera comunità indigena. La scuola, una delle più grande del Canada, è stata chiusa definitivamente nel 1978, ma mai nessuno dei “sopravvissuti” ha mai dimenticato l’orrore vissuto.

Dopo anni di testimonianze, ricerche e indagini, è emerso che la maggior parte dei bambini che frequentavano quell’istituto è stata vittima di abusi fisici, sessuali ed emotivi. Molti di loro, però, oltre a essere stati vittime dell’orrore, da quell’inferno non sono tornati più. Non hanno potuto abbracciare mamma e papà, non sono più potuti tornare alla vita che qualcuno gli aveva portati via perché sono stati sepolti nel cortile della scuola. E ora sono lì, insieme, senza nome, documenti. Senza un’identità.

La Commissione per la verità e la riconciliazione, incaricata di indagare e rivelare i crimini passati di un governo, ha stimato che a morire durante gli anni scolastici, siano stati in realtà oltre 4000 bambini. A oggi, comunque, è impossibile stabilire il numero delle vittime. Molti di loro avrebbero perso la vita proprio a causa degli abusi subiti, dei maltrattamenti, ma anche per malattie e per la mancanza di cure mediche adeguate.

Gli orrori commessi all’interno delle scuole residenziali non sono nuovi per la comunità di Tk’emlúps te Secwépemc e per le altre comunità indigene. Certo è che un numero così spaventoso ha sconvolto tutti: è la prima volta che una perdita di questa portata è stata documentata.

Alcuni sopravvissuti si sono raccontati dopo la notizia del ritrovamento dei resti dei 215 bambini che ha inevitabilmente riaperto una ferita aperta mai cicatrizzata. “Ho perso il mio cuore, è stato così doloroso. E sapere finalmente che anche il resto del mondo sa cosa stava accadendo lì, mi dà sollievo”, ha raccontato Harvey McLeod, che ha frequentato la scuola per due anni alla fine degli anni ’60, in un’intervista rilasciata alla CNN.

Perché per troppo tempo quel genocidio, ai danni delle comunità più piccole e meno conosciute, è stato dimenticato. Complice l’opinione sul Canada, che persiste nell’immaginario collettivo, considerata da sempre un Paese esemplare da noi occidentali.

L’immagine stereotipata di un territorio rispettoso dei diritti umani e di quelli civili, di un Paese che si è fatto portavoce delle uguaglianze sociali e della libertà di tutti è stata smantellata perché nella realtà, ai nativi canadesi, non sono mai stati riconosciuti quei diritti umani che dovrebbero appartenere a tutti.

Ed è certo che la notizia del ritrovamento dei resti di quei bambini ha sconvolto tutti, ma è anche vero che la testimonianza di quello che accadeva alle popolazioni indigene è reale, ed è stata troppo a lungo ignorata. Perché quella dei bambini strappati alle loro famiglie, e alla loro vita, non era solo una macabra favola dell’orrore da raccontare per far spaventare i più piccoli: all’inizio del Novecento sono stati internati cinquantamila bambini e più del 40% di questi ha perso la vita.

Nel 1907, la testata quotidiana Montreal Star già parlava di genocidio. Eppure le violenze, gli stupri, gli abusi e gli omicidi sono stati messi in dubbio, anche quando chi, quell’orrore lo aveva vissuto sulla propria pelle, ha confessato. Perché dall’altra parte c’era chi minimizzava, parlando di quelle informazioni come un semplice frutto di una strumentalizzazione giornalistica o di una campagna di disinformazione. Eppure quei crimini erano stati commessi. Eppure quei bambini non c’erano più.

Ma nessuno, in tutti questi anni ha denunciato, o ha urlato fino a squarciare quell’immaginario idilliaco che il mondo aveva del Canada. Viene da chiedersi come sia stata possibile tanta omertà, ma basta dare uno sguardo al vecchio sistema legislativo canadese per trovare la risposta alla domanda che oggi si pongono tutti. E vi anticipiamo che non è confortante.

La Federal Indian Act, la principale legge canadese che tratta degli Indiani registrati, delle loro bande e del sistema delle riserve adottata nel 1876, dà al governo canadese l’autorità esclusiva di legiferare sugli Indiani e le terre riservate per gli Indiani. Si tratta di una legge che, senza troppi giri di parole, ribadisce l’inferiorità legale e morale degli indigeni. Del resto è stata la stessa a istituire il sistema delle scuole residenziali.

E se questo non bastasse, ci pensa la Gradual Civilization Act del 1857 a mettere la ciliegina sulla torta. La legge obbligava le famiglie indigene a trasferire alle scuole residenziali cristiani tutti i diritti di tutela dei loro figli, chiunque si rifiutava di farlo veniva punito con l’arresto e con sanzioni economiche.

Ecco che tutto questo si è trasformato in un biglietto verso l’inferno. Di sola andata nel peggiore dei casi. Dai fascicoli riservati del tribunale dell’Ihraam, contenenti le dichiarazioni di fonti confidenziali 12-14 giugno 1998, emerse che:

Una sorta di accordo sulla parola fu in vigore per molti anni: le chiese ci fornivano i bambini dalle scuole residenziali e noi incaricavamo l’Rcmp di consegnarli a chiunque avesse bisogno di un’infornata di soggetti da esperimento: in genere medici, a volte elementi del dipartimento della difesa. I cattolici lo fecero ad alto livello nel Quebec, quando trasferirono in larga scala ragazzi dagli orfanotrofi ai manicomi. Lo scopo era il medesimo: sperimentazione. A quei tempi i settori militari e dell’intelligence davano molte sovvenzioni: tutto quello che si doveva fare era fornire i soggetti. I funzionari ecclesiastici erano più che contenti di soddisfare quelle richieste. Non erano solo i presidi delle scuole residenziali a prendere tangenti da questo traffico: tutti ne approfittavano, e questo è il motivo per cui la cosa è andata avanti così a lungo; essa coinvolge proprio un sacco di alti papaveri.

Non solo violenze sessuali e abusi emotivi, i bambini nativi canadesi erano soggetti di esperimenti, e a confermarlo sono stati proprio i sopravvissuti. Il documentario Unrepentant: Kevin Annett and Canada’s Genocide, riporta alcune delle più dolorose vicende di quei bambini, oggi adulti, che portano nel cuore un dolore indescrivibile.

Kevin Annett, in veste di reverendo, si è scontrato con la Chiesa per la sua volontà di fare luce sui fatti accaduti nelle scuole residenziali, parlando di un genocidio commesso dai responsabili religiosi di questi istituto. Ecco alcune delle testimonianze più strazianti dei sopravvissuti tratte dal documentario:

«Quando avevo sei anni, proprio davanti ai miei occhi vidi una suora ammazzare una bambina. Era suor Pierre, ma il suo vero nome era Ethel Lynn. La bambina che uccise si chiamava Elaine Dik e aveva cinque anni. La suora la colpì con violenza dietro il collo e io udii quell’orribile schiocco. Morì proprio dinanzi a noi. Poi la suora ci disse di scavalcare il corpo e andare in classe. Era il 1966».
Steven H.

«Avevo soltanto otto anni, e ci avevano mandato dalla scuola residenziale anglicana di Alert Bay al Nanaimo Indian Hospital, quello gestito dalla Chiesa Unitaria. Lì mi hanno tenuto in isolamento in una piccola stanza per più di tre anni, come se fossi un topo da laboratorio, somministrandomi pillole e facendomi iniezioni che mi facevano star male. Due miei cugini fecero un gran chiasso, urlando e ribellandosi ogni volta. Così le infermiere fecero loro delle iniezioni, ed entrambi morirono subito. Lo fecero per farli stare zitti».
Jasper Jospeh Port Hardy

«Mia sorella Maggie fu scaraventata da una suora dalla finestra al terzo piano della scuola di Kuper Island, e morì. Tutto venne insabbiato, né venne svolta alcuna indagine. All’epoca, essendo indiani, non potevamo assumere un avvocato e così non venne mai fatto alcunché».
Bill Steward

Scuola di St. Paul, Middlechurch, Manitoba

Scuola di St. Paul, Middlechurch, Manitoba

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