Un cuore “bruciato”, due vite spezzate e una speranza sospesa

Il trapianto finito sotto inchiesta, il bambino in coma e il gesto d’amore della famiglia che ha donato il cuore del proprio figlio

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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La storia comincia il 22 dicembre 2025, quando la famiglia di un bambino di due anni e tre mesi, affetto da cardiomiopatia dilatativa, riceve la telefonata che aspettava da mesi: c’è un cuore compatibile. Il giorno successivo l’organo viene prelevato all’ospedale San Maurizio di Bolzano e destinato al piccolo ricoverato al Monaldi di Napoli, dove una seconda équipe medica è pronta per il trapianto. Secondo quanto emerso dalle indagini della Procura di Napoli, qualcosa potrebbe non aver funzionato nella fase di conservazione e trasporto dell’organo. Tra le ipotesi investigative c’è l’utilizzo improprio di ghiaccio secco, non previsto dai protocolli di conservazione, che avrebbe provocato un danneggiamento del tessuto cardiaco. All’arrivo in sala operatoria il cuore sarebbe stato definito in gergo medico “bruciato”.

Il trapianto viene comunque eseguito: il bambino non può attendere oltre, ma il nuovo cuore non riesce a svolgere la sua funzione. Il piccolo viene quindi posto in coma farmacologico e collegato all’Ecmo, il macchinario che sostituisce temporaneamente le funzioni cardiache e polmonari. Da oltre cinquanta giorni si trova in terapia intensiva, mentre è stata attivata un’allerta europea per la ricerca urgente di un nuovo organo compatibile.

La Procura ha aperto un’inchiesta per lesioni colpose gravissime e sei sanitari risultano indagati tra chi ha partecipato all’espianto, al trasporto e al trapianto. Gli accertamenti dovranno chiarire se e dove si sia interrotta la catena di sicurezza prevista per procedure così delicate, mentre la famiglia continua ad attendere aggiornamenti sulle condizioni del bambino e sulla possibilità di un nuovo intervento.

In queste ore si parla molto di errori, responsabilità, protocolli, ed è giusto che sia così. La verità va cercata fino in fondo, perché ogni trapianto è una promessa di vita e quella promessa deve essere protetta, ma dentro questa storia ci sono due dolori che raramente vengono raccontati insieme.
C’è una madre che da più di cinquanta giorni vive accanto a un letto di terapia intensiva, guardando suo figlio immobile, attaccato a una macchina che respira e pompa al posto suo. Un tempo sospeso, fatto di bollettini medici, di speranze che cambiano ogni ora, di una normalità che sembra sempre a un passo e invece non arriva mai.

E poi c’è un’altra madre, una madre che il suo bambino lo ha già perso. Che nel momento più devastante della sua vita ha scelto di dire sì alla donazione, immaginando che quel cuore potesse continuare a battere nel corpo di un altro bambino. Una scelta che non cancella il dolore, ma che spesso lo trasforma in un gesto di amore enorme: permettere alla vita di continuare altrove.
Oggi anche quella speranza si è spezzata. E il dolore diventa doppio. Perché a una perdita si aggiunge la sensazione che quella possibilità di vita, tanto desiderata, sia andata perduta.
È importante ricordarlo, soprattutto in queste ore: nessun bambino muore per salvarne un altro.

La donazione arriva dopo, quando la morte è già avvenuta, ed è una scelta libera delle famiglie, un atto di generosità che tiene in piedi il sistema dei trapianti e salva ogni anno centinaia di vite.
Ma davanti a questa storia è impossibile non fermarsi un momento e pensare a entrambe quelle madri. Una che aspetta un miracolo. L’altra che aveva sperato che da una fine potesse nascere un nuovo inizio. Due storie diverse, unite dallo stesso battito mancato.
E forse è proprio qui che questa vicenda fa più male: perché ci ricorda quanto la vita sia fragile e quanto, anche quando tutto sembra perduto, l’amore di chi sceglie di donare resti comunque un gesto immenso. Un gesto che non dovrebbe mai andare dimenticato, nemmeno quando il finale non è quello che tutti avevano sperato.