La storia dell’isola di Santa Cristina a Venezia: in vendita per 24 milioni

Un luogo unico al mondo, una rarità in vendita a Venezia: è l'isola di Santa Cristina, dalla storia millenaria

Foto di Serena De Filippi

Serena De Filippi

Lifestyle Editor

Lifestyle e Content Editor che scrive da tutta la vita: storie, racconti, libri, articoli, con una passione per i trend del momento.

Pubblicato:

C’è un angolo della laguna veneziana che ha attraversato più di mille anni di storia. Si chiama Santa Cristina, è un’isola privata di circa trenta ettari incastonata tra Burano e Lio Piccolo, e dal 2026 è disponibile sul mercato immobiliare per ventiquattro milioni di euro. A vendere sono gli eredi della famiglia Swarovski, che dell’isola si erano innamorati nel 1986.

La storia dell’isola di Santa Cristina a Venezia

Come per ogni luogo millenario, dobbiamo fare un tuffo indietro nel tempo di parecchi secoli per scoprire la sua storia. Santa Cristina è legata a ciò che rimane dell’antica Ammiana, un’area lagunare che nel Medioevo aveva avuto una certa importanza e che poi, con il progressivo impaludamento, perse abitanti e centralità. Quello che sopravvisse di tutto quel mondo fu proprio Santa Cristina, che da allora ha conservato una sua identità solitaria e appartata.

Sull’isola, fin dai primissimi tempi, c’era un monastero benedettino. Sulle origini del monastero le fonti non sono univoche: una tradizione lo collega ai Falier e lo fa risalire al VII secolo, ma esiste un riferimento documentario risalente al 1185. All’origine era intitolato a san Marco e dipendeva dal vicino monastero di San Lorenzo. Il nome attuale si lega a un episodio del 1325: sull’isola giunsero le reliquie attribuite a Santa Cristina di Tiro, portate via da Costantinopoli. Da quel momento il monastero prende il suo nome, e l’isola da Ammiana diventa per sempre Santa Cristina.

Nel Trecento la vita sull’isola diventa sempre più difficile: gli edifici hanno bisogno di cure, l’ambiente peggiora e anche la comunità religiosa tenta di spostarsi altrove, senza però ottenere subito il via libera da Venezia. Resistono ancora per qualche decennio, poi la fase monastica si chiuse nel 1432, quando Filippa Condulmer, rimasta sola, lasciò Santa Cristina per Torcello. Anche le reliquie seguirono un altro destino e furono poi trasferite a Venezia, a San Francesco della Vigna.

Da quel momento Santa Cristina entra in una nuova fase. Con il passare dei secoli smette di essere soprattutto luogo religioso e diventa un’isola produttiva, legata alla terra e alla pesca di laguna. Le carte antiche mostrano come l’isola fosse già organizzata come una piccola proprietà produttiva, con edifici di servizio, acqua interna e strutture legate alla vita quotidiana.

Poi arriva il Novecento, e con esso un lungo silenzio, un periodo ai margini, per così dire: per decenni l’isola rimase quasi vuota, frequentata solo in modo sporadico. La ripresa cominciò negli anni Settanta, quando partì un primo intervento di recupero.

Nel 1986 arriva la svolta che ha portato l’isola fino ai giorni nostri. Gernot Langes-Swarovski, rampollo dell’omonima famiglia austriaca del cristallo, la acquista e ne fa un progetto a lungo termine. Ed è qui che tutto cambia definitivamente: si ritorna nuovamente all’antica vocazione produttiva, con un interesse verso l’agricoltura biologica presente ancora oggi. Nel tempo sono arrivati vigneti di Cabernet Sauvignon e Merlot, alberi da frutto, api. Non solo: questo lavoro lento e paziente, durato decenni, porta alla collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, per preservare la tradizione ittica locale.

Langes-Swarovski muore nel 2021. Prima di scomparire Gernot cercò di blindare la continuità del progetto con un fondo fiduciario familiare apposito. Negli ultimi anni sono arrivati anche nuovi investimenti, tra cui una struttura tecnologica dal valore milionario. Oggi l’isola è gestita dai coniugi Sandra e Rene Deutsch – quest’ultimo figliastro dello stesso Gernot – che negli ultimi anni hanno proseguito i lavori. Poi la decisione, dopo più di quarant’anni, di cedere il testimone.

Gli interni e gli esterni della proprietà

La proprietà che oggi viene messa in vendita comprende molto più di quello che si potrebbe immaginare. Trenta ettari di terra circondati dall’acqua, con la villa principale che fa da fulcro e tutta una serie di edifici minori sparsi sull’isola. La villa è una costruzione di circa 860 metri quadrati distribuiti su quattro livelli, con spazi di rappresentanza, zona pranzo, cucina, nove camere e dettagli che richiamano la storia dei proprietari, cristalli compresi.

Oltre la villa principale, poco distante, si trova una dependance rurale dedicata a un uso completamente diverso: è stata trasformata in uno spazio dedicato al benessere, con ambienti per lo yoga e una piscina salata riscaldata. Tra gli elementi che rendono unica la proprietà ci sono poi una cappella privata e gli attracchi riservati per le imbarcazioni, che spiegano la cifra richiesta, non propriamente bruscolini. La vista è uno dei punti forti: la laguna si apre verso Burano, Mazzorbo e Torcello, e quando l’aria è tersa lo sguardo arriva fino alle Dolomiti. Una vista che a Venezia non si compra facilmente (e vale anche per Ca’ Dario).

Intorno agli edifici, l’isola produce ancora. I vigneti piantati negli anni Ottanta sono ormai maturi, gli alberi da frutto continuano a dare i loro raccolti, l’apiario lavora sulle particolari fioriture della laguna. Una piccola economia che ha il suo equilibrio interno, sviluppatasi nei decenni in linea con la vocazione storica del luogo.

In vendita per 24 milioni

Ventiquattro milioni di euro. Sembra molto, ed effettivamente lo è, ma le isole private vendibili nella laguna veneziana sono pochissime, praticamente una rarità assoluta nel mercato immobiliare italiano. Santa Cristina ha trenta ettari di terra coltivata, una villa di oltre ottocento metri quadrati, attracchi, una cappella, una piscina, e una storia che attraversa più di mille anni, e che di certo non si può “svendere”.

Negli annunci e nelle interviste rilasciate finora, gli eredi Swarovski hanno detto chiaramente di voler trovare qualcuno che continui il progetto avviato da Gernot: la tutela ambientale, l’agricoltura biologica, il rapporto con la laguna. Alla fine, più che un nuovo proprietario, si cerca una visione che proceda nel solco di quella precedente.