Sparisce il Covid, cala l’influenza, ma non nei bambini piccoli. Dove si corrono più rischi

Mentre la curva delle infezioni respiratorie cala ovunque, ci sono due Regioni con un'incidenza ancora molto alta. A rischio anche i bambini piccoli

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

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Come ogni anno, si attendeva il periodo di fine gennaio e inizio febbraio per verificare se l’asso picco dell’influenza fosse stato raggiunto. Così è stato anche quest’anno: la curva dei casi di infezioni respiratorie acute scende, mentre scompaio i contagi di Covid. A preoccupare, però, resta la situazione in alcune zone d’Italia e, in particolare, in due Regioni.

La curva dell’influenza scende

Secondo i dati della sorveglianza RespiVirNet dell’Istituto Superiore di Sanità, da inizio anno si contano complessivamente poco meno di 10 milioni di casi di influenza: per l’esattezza sono 9,8 milioni gli italiani interessati dal virus influenzale di stagione. La scorsa settimana si sono registrati circa 620 mila nuovi casi di infezioni respiratorie acute, ma in calo di oltre 100 mila rispetto alla settimana precedente. L’andamento, dunque, conforta gli esperti perché il tasso di incidenza delle infezioni respiratorie acute, monitorato dall’ISS, è tornato ai livelli di fine novembre, confermando una decrescita. Al momento è pari a 11,3 casi ogni 1.000 abitanti.

Bambini piccoli ancora molto colpiti

La diminuzione dell’incidenza, come spiegano gli esperti, interessa tutte le fasce di età, tranne i bambini al di sotto dei 4 anni, che sono ad oggi la categoria più interessata dai contagi dei virus respiratori e di quello influenzale nello specifico. Nei giovanissimi, infatti, si è verificato persino un aumento – per la seconda settimana consecutiva – con 40,2 casi per 1.000 rispetto ai 33,3 della scorsa settimana.

Dove rimane elevata la circolazione

Un altro dato al quale viene prestata particolare attenzione è distribuzione a livello territoriale. Se in tutte le regioni si è verificata una diminuzione dei casi di influenza, ciò non vale per Basilicata e Campania, che rimangono in controtendenza con oltre 20 contagi ogni 1.000 abitanti. Il dato dimostra che questi territori registrano ancora una fase molto intensa della stagione. “L’intensità dell’epidemia è molto alta in Basilicata e Campania, media in Molise, Puglia e Sardegna e bassa in tutte le altre Regioni e Province autonome, ad eccezione della Liguria, dove è tornata a livello basale” spiega una nota dell’ISS, collegata all’ultimo rapporto RespiVirNet. Altrove, invece, calano anche gli accessi al pronto soccorso: sono stati 17 mila rispetto ai 20 mila della settimana precedente, con una riduzione dei casi gravi di infezioni respiratorie che hanno reso necessario il ricovero ospedaliero.

Il ceppo K continua a dominare

Per quanto riguarda i virus responsabili delle infezioni, come spiega la rete di sorveglianza dopo la raccolta e analisi dei dati, stanno diminuendo i virus influenzali, che nell’ultima settimana hanno rappresentato circa il 25% dei campioni analizzati e che dunque circolano meno. All’interno dei virus influenzali continua a prevalere nettamente il tipo A, che rappresenta la quasi totalità dei ceppi identificati. In questo sottogruppo, poi, è il sottotipo A(H3N2) a risultare più diffuso. Quanto ai ceppi attualmente in circolazione, il subclade K (variante K) si conferma dominante in modo ampio in Italia, in linea con quanto si è verificato anche nel resto del continente europeo.

Quali virus stanno circolando

Sotto osservazione, però, rimangono anche altri agenti patogeni. In particolare, gli esperti stanno controllando l’andamento del virus respiratorio sinciziale che rappresenta il 16,3% del campione analizzato; il Rhinovirus (9,6%) che è responsabile del raffreddore; infine i virus che appartengono alla famiglia dei coronavirus, diversi da SarsCoV2 (6,1%). Proprio quest’ultimo, che è causa del Covid-19, risulta responsabile solo dell’1,4% delle infezioni respiratorie rilevate nei campioni. Per questo gli esperti lo considerato “scomparso” per questa stagione.

Il metodo di valutazione

La curva epidemiologica, dunque, lascia prevedere che nei prossimi giorni possa proseguire il calo indicato dal sistema RespiVirNet. Quest’ultimo utilizza il Moving Epidemic Method (MEM), un modello sviluppato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), che si basa sul confronto con le serie storiche delle sindromi simil-influenzali. L’analisi, dunque, consente di classificare l’incidenza in base a cinque livelli: basale (fino a 7,22 casi per 1.000 assistiti), bassa (fino a 13,35), media (fino a 17,43), alta (fino a 19,61) e molto alta (oltre 19,61 casi per 1.000 assistiti).

Attenzione agli asintomatici

In questo quadro arrivano anche alcune indicazioni sulla contagiosità da parte degli asintomatici. Esistono, infatti, persone che pur essendo contagiose, non mostrano sintomi della malattia, sia che si tratti di un virus (respiratorio o responsabile di altre malattie come morbillo, varicella, ecc.), sia che si tratti di batteri. Secondo il virologo Andrea Crisanti, intervistato dal Corriere della Sera, “questo è possibile perché il virus non ha ancora ancora stimolato il sistema immunitario. È dentro di noi, ma non si è duplicato. Il malessere che noi sentiamo, ossia febbre, mal di testa o spossatezza, è la dimostrazione che il patogeno è riuscito a sollecitare le nostre difese naturali. In pratica la malattia non coincide con l’infezione”.

Il precedente del Covid

Secondo una ricerca condotta dall’Università di San Francisco ai tempi del Covid, che rappresenta un precedente molto studiato, il virus SARS-CoV-2 – come altri patogeni – può contagiare senza dare segnali (come la febbre, ad esempio) in soggetti con una variante genetica che permette al loro sistema immunitario di riconoscere e rispondere al virus in modo tempestivo. “Se si ha un esercito in grado di riconoscere il nemico in anticipo, questo è un enorme vantaggio. È come avere soldati preparati per la battaglia e che sanno già cosa cercare”, spiegavano i ricercatori statunitensi.