Giulia Tramontano è stata avvelenata per mesi, e poi uccisa.
È da qui che bisogna partire.
Perché nel processo che oggi arriva in Cassazione, il punto centrale è uno solo: la premeditazione.
La condanna all’ergastolo per Alessandro Impagnatiello era già arrivata lo scorso giugno, confermando quanto stabilito in primo grado, ma la Corte d’Assise d’Appello aveva escluso proprio questa aggravante, sostenendo che non vi fossero prove per dimostrare che la decisione di uccidere fosse stata presa prima del giorno del delitto.
Secondo i giudici, le somministrazioni di topicida nei mesi precedenti non avevano come obiettivo l’omicidio di Giulia, ma l’interruzione della gravidanza. Una distinzione che ha segnato una frattura netta nel processo.
Eppure i fatti raccontano una sequenza diversa.
Giulia Tramontano viene uccisa il 27 maggio 2023, nella loro casa a Senago. È incinta di sette mesi. Viene colpita con numerose coltellate. Dopo il delitto, il corpo viene nascosto e poi dato alle fiamme nel tentativo di cancellarne le tracce.
Nei mesi precedenti, l’uomo le aveva somministrato più volte del topicida.
Oggi, davanti alla Corte di Cassazione, la Procura generale ha ribaltato la lettura dell’Appello.
Nella requisitoria, il sostituto procuratore generale Elisabetta Ceniccola ha parlato di “agguato” e di “omicidio premeditato”, sottolineando come tra il progetto e l’azione ci sia stato tutto il tempo per riflettere, pianificare, decidere.
La Procura ha inoltre chiesto di dichiarare inammissibile il ricorso della difesa, che punta a escludere l’aggravante della crudeltà e ottenere attenuanti.
La decisione è attesa e potrebbe ridefinire uno degli aspetti più delicati di questo caso: la lettura della volontà dell’assassino.
Io mi sono sempre chiesta in base a quali criteri un giudice stabilisca la premeditazione.
E negli anni ho provato a cercare risposte nelle sentenze, nei dettagli, nelle parole, ma se c’è un caso su cui non ho mai avuto dubbi, è questo.
Perché Giulia non è stata uccisa in un momento. Giulia è stata preparata alla morte, avvelenata per mesi.
Ingannata. Colpita mentre portava in grembo un bambino di sette mesi.
E poi cancellata, il suo corpo bruciato, la sua esistenza negata, qui non c’è solo un omicidio, c’è un progetto.
E quando un progetto prende forma giorno dopo giorno, tra ricerche, tentativi, somministrazioni ripetute, io non riesco a chiamarlo in altro modo. Premeditazione.
Le sentenze sono fondamentali, sono l’unica forma di giustizia possibile per chi resta.
E tutti i familiari che ho incontrato mi hanno detto sempre la stessa cosa: “Non vogliamo vendetta. Vogliamo giustizia.”
Allora quella giustizia deve essere piena, deve guardare tutto.
La crudeltà, la pianificazione, la volontà.
Per questo mi unisco alla voce dei familiari, a chi resta, a chi continua a vivere con un’assenza che non si colmerà mai, chiedendo che venga riconosciuto tutto. La crudeltà, la premeditazione, la verità.
Perché la giustizia non può restituire la vita, ma può, e deve, restituire qualcosa che le si avvicini.
Un nome alle cose, un peso alle responsabilità, una dignità alla morte. E allora sì, forse la mia è una voce piccola, ma non dovrebbe esserlo quella di Giulia, perché anche se non può più parlare, questa sentenza parlerà per lei. E quello che dirà, resterà.
Per sempre. Almeno questo, glielo dobbiamo.