Se fino a qualche anno fa Sanremo sembrava un club esclusivo e a tratti molto tradizionale, l’arrivo di Amadeus ha spalancato le porte dell’Ariston come finestre dopo una lunga notte invernale.
Con i suoi Festival ha fatto entrare aria nuova, facce diverse e suoni che hanno affiancato (senza sostituirli) i nomi più consolidati, avvicinando il palco più famoso d’Italia a un pubblico che prima faticava a seguirlo.
Una linea inclusiva che sembra aver fatto scuola: anche Carlo Conti, al timone dell’edizione 2026, ha scelto un cast che parla a più generazioni, mescolando big amatissimi e nomi che riempiono playlist, schermi e classifiche. Il risultato? Un Sanremo che resta rito collettivo, ma che strizza l’occhio anche agli under 30.
LDA, Aka 7even, Tredici Pietro: tre facce del panorama musicale di oggi
LDA e Aka 7even arrivano all’Ariston in coppia con l’eredità scintillante di Amici: facce fresche, ritornelli che restano in testa e quell’energia un po’ da nuove leve cresciute tra daytime, fan e playlist condivise. Sono la versione più immediata e televisiva della nuova musica italiana, quella che vive bene tra streaming, clip e trend, e che Sanremo ha imparato ad accogliere senza storcere il naso.
Una sensazione che riguarda anche Tredici Pietro, anche se in modo diverso: meno “talent”, più vicino a un cantautorato contemporaneo che passa per il rap, il parlato e una scrittura personale.
Proprio come nel caso di LDA, poi, il cognome pesa (arrivano rispettivamente dall’eredità artistica di Gigi D’Alessio e Gianni Morandi) ma questo non ha impedito a entrambi di costruirsi una cifra stilistica precisa che piace moltissimo agli under 30.
Fedez e Masini: il duetto che unisce generazioni
Il palco di Sanremo 2026 mette in scena una delle coppie più chiacchierate e riuscite degli ultimi anni: Fedez e Marco Masini con Male necessario. Un’accoppiata che, in realtà nasce già lo scorso Sanremo. Durante la serata dei duetti avevano fatto intravedere tutta la loro potenza scenica e la strana, magnetica alchimia tra due mondi lontani solo in apparenza.
Fedez porta con sé l’universo dei social, delle polemiche, i meme, le confessioni pubbliche: quel modo di stare al centro del dibattito pop che lo rende inevitabile, nel bene e nel male. Masini, invece, rappresenta la grande tradizione della canzone italiana, quella delle ballate potenti, delle emozioni a voce piena e delle serate all’Ariston che restano nella memoria collettiva.
Eppure, sotto le differenze di generazione, c’è un punto d’incontro tutt’altro che scontato: il loro modo di scrivere, con fragilità, relazioni, ferite emotive e verità scomode dette senza troppi filtri. Il bello, e il paradosso, è che insieme si completano: da una parte il caos contemporaneo, dall’altra il cuore sanremese per eccellenza.
Reggaeton, urban e rap: il lato più ritmato di Sanremo
Se il nuovo pop parla al cuore, la parte più fisica e ritmata del Festival 2026 passa per Elettra Lamborghini e per la pattuglia urban guidata da Luchè, Nayt e Samurai Jay.
Elettra incarna l’estate, la voglia di saltare in pista e quell’amore per il reggaeton che ormai riempie le discoteche e le cuffie dei più. Quel tipo di energia che ti fa dimenticare per un attimo il divano e ti fa venire voglia di ballare: anche con i tacchi alti, anche in platea, anche davanti alla tv.
Dall’altra parte, ma con la stessa carica contemporanea, c’è il fronte rap e urban, tra i generi più amati (e ascoltati). Luchè con Labirinto arriva forte di una carriera già solidissima e porta sul palco la sua narrazione urbana, adulta e consapevole, mentre Nayt, alla prima volta all’Ariston, rappresenta una scrittura più introspettiva e urgente come quella di Chiello.
E poi c’è Samurai Jay, che arriva a Sanremo con Ossessione forte anche dell’onda social di È tutto sbagliato, diventato tormentone tra meme e trend.
La quota indie: quella che punta (non solo) alla malinconia
Se c’è una parte di Sanremo 2026 che parla direttamente alle playlist dei treni regionali, ai festival estivi e alle storie Instagram con il cielo grigio, è quella indie. Oltre a Tommaso Paradiso e Levante, ormai nell’olimpo di un genere che si presenta da solo, Fulminacci arriva per la sua seconda volta all’Ariston con Stupida sfortuna, un titolo che sembra già il riassunto emotivo di un’intera generazione: ironico, dolceamaro, un po’ fragile e tremendamente sincero. La sua è una scrittura che non urla, ma resta ed è per questo colpisce nel segno tra gli under 30.
Accanto a lui, Ditonellapiaga porta Che fastidio, che più che una canzone sembra uno stato d’animo collettivo: intelligente, caotica al punto giusto e capace di raccontare il disagio contemporaneo senza prendersi troppo sul serio, oltre a portare sul palco delle cover Tony Pitony, ormai vero idolo del momento. Chiude il cerchio il duo formato da Maria Antonietta e Colombre: da tenere d’occhio insieme al gruppo Bambole di Pezza.