Cosa hanno in comune Napoleone Bonaparte e Michael Jackson? Insospettabilmente, a quanto pare, un notevole senso dello stile, tornato a fare rumore a distanza di giusto qualche secolo di silenzio. Dopo aver conquistato — questa volta solo il nostro cuore, insieme alla scena moda — la scorsa primavera, a dare il ritmo a questo imminente autunno sarà ancora il passo marziale della Napoleon jacket.
Sembra infatti che il capospalla-ossessione del 2026, lo stesso che abbiamo visto marciare in passerella e per le strade senza distinzione alcuna, continuerà a mietere vittime a non finire a suon di alamari, colletti rigidi e bottoni dorati. Classificarlo come l’ennesimo revival nostalgico in mezzo alle tendenze del momento, però, sarebbe un grosso errore: oggi l’iconica giacca d’ispirazione militare si è spogliata del suo tipico rigore storico, per sostituirsi a dichiarazione di assoluta “anarchia urbana”. Quel pezzo dal piglio couture, in poche parole, da accomodare sopra ai jeans all’ultimo secondo per trasformare qualsivoglia marciapiede in una sfilata. Conosciamolo meglio insieme.
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La giacca napoleonica è tornata per conquistare il nostro cuore (e ci è riuscita)
C’è chi la chiama hussar jacket e chi, erroneamente quanto comunemente, giacca napoleonica: sì, perché prima di noi, oggi, fu proprio Napoleone ad innamorarsi di tale capospalla dall’inconfondibile silhouette strutturata, finemente ricamata e resa riconoscibile da dettagli vistosi, e a riproporla.
La sua effettiva prima comparsa risale ai XVII secolo, e cioè a quando tra le fila della cavalleria ungherese degli ussari i soldati d’élite si distinguevano per uniformi tanto pratiche quanto scenografiche: si parla di quelle iconiche giacchette corte e aderenti, a doppiopetto, con passamanerie elaborate e spalline decorative. Le stesse che attualmente ritroviamo, rilette attraverso la lente della modernità, nelle collezioni Fall-Winter 2026/27.
Del resto parliamo di un must-have ciclicamente rispolverato, non per nostalgia bellica ma per pura attrazione verso la sua formula estetica d’impatto, in bilico tra ordine e sfarzo, rigore e teatralità: poteva mai sottrarsi al massimalismo sconfinato imperante quest’anno? La risposta è ovviamente negativa, e lo stiamo vedendo chiaramente.
Il primo vero ingresso di questo iconico capospalla nell’universo fashion avvenne negli anni Sessanta, a gran sorpresa grazie alla musica: furono i Beatles ad introdurla definitivamente nella scena moda del periodo attraverso le uniformi psichedeliche di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band: ancora militari, sì, ma anche colorate e con una forte carica ironica. Anche Jimi Hendrix e Mick Jagger erano soliti indossarla, alla stregua di una sorta di armatura rock il primo, mentre come simbolo di ambiguità e carisma il secondo.
Verso gli anni Ottanta, poi, questa particolare tipologia di giacca si fece puro spettacolo: all’epoca fu Michael Jackson, con il suo stile unico e intramontabile, a renderla parte integrante della mitologia pop, in combo a immancabili guanto scintillante e mocassini con calzino bianco a vista. E, diciamocelo, il recente biopic ha sicuramente contribuito alla resurrezione della tendenza di cui si parla.
Parallelamente era anche Freddie Mercury ad usarla spesso e volentieri sul palco, concorrendo ad amplificarne a dismisura il piglio regale e scenografico. Più che di un semplice complemento di stile, insomma, parliamo di un pezzo di storia e identità.
La hussar jacket 2.0 dell’autunno 2026: parola alle passerelle di stagione
Tornando ai giorni nostri, se sino a qualche anno fa la Napoleon jacket avrebbe rischiato di apparire agli occhi delle fashioniste come un guizzo eccentrico da relegare solo a palcoscenici o, al massimo, alle nicchie dello streetwear più concettuale, le sfilate di questa mezza stagione ne hanno sancito la definitiva consacrazione a pilastro sartoriale.
Sono state le menti più creative dietro alle grandi maison, stavolta, ad orchestrare una vera e propria parata militare sulle passerelle delle maggiori capitali della moda, spogliando la giacca da ussaro della sua rigidità intimorente e rivestendola attraverso i codici del tailoring moderno, tra fluidità di genere e romanticismo oscuro.
Si tratta di una totale riscrittura formale, in cui gli alamari, i colletti alla coreana e le doppie file di bottoni scintillanti divengono elementi strutturali di una nuova armatura urbana, pensata per sostituire con decisione il classico blazer e, fino a quando possibile, anche il cappotto.
A guidare questa rivoluzione casual con una maestria geometrica senza precedenti è stata Dior: sotto la direzione creativa di Jonathan Anderson, questa giacca statement ha abbandonato l’oro squillante per abbracciare una palette cromatica austera, dominata dal blu notte profondo, dal marrone cioccolato e dal nero assoluto.
I tagli, ancora scultorei, sono adesso perlopiù estremamente puliti, le file di bottoni ridotte all’essenziale e i dettagli di passamaneria sembrano fluttuare sul tessuto anziché appesantirlo, ma non mancano nemmeno le riletture inedite.
Sul versante diametralmente opposto — ma altrettanto magnetico — si colloca la visione sovversiva e profondamente street di Alexander McQueen: al preludio della scorsa primavera la pedana ha tremato sotto i colpi di un’estetica sorprendente, dove il capo è stato decostruito e riassemblato attraverso insoliti e audaci tessuti floreali jacquard, a restituire un amabile contrasto tra la gloriosità della silhouette e la delicatezza del motivo ornamentale. Altrettanto originali, poi, abbiamo le versioni variopinte di Kenzo.
Il filone del cosiddetto “dark romanticism” ha invece trovato la sua massima espressione nella collezione Fall-Winter 2026/27 di Ann Demeulemeester: qui la giacca preferita di Napoleone Bonaparte è tornata a respirare un’aria poetica, decadente e intrisa di mistero.
I modelli proposti in passerella qualche mese addietro si sono distinti per una ricchezza artigianale senza eguali, fatta di cordoncini intrecciati a mano, passamanerie tono su tono e alamari imponenti, abbinati a gonne fluide, lunghissime e asimmetriche, ad evocare un’estetica piratesca e bohémien.
Balmain, fedele al suo DNA fiero e scultoreo, ne ha esasperato le spalline rendendole imponenti e geometriche, incastonandovi bottoni dorati al pari di veri e propri gioielli, per rendere questo indumento perfetto persino per i red carpet più esclusivi.
Louis Vuitton, dalla sua, ha preferito inserirlo all’interno di una narrazione squisitamente urbana, proponendola come una lussuosa alternativa al classico capospalla da ufficio. E si sa, è esattamente questa la scusa migliore per concedersi una lecita seduta di shopping. È dovere, dopotutto.