Mondiali 2026, l’allenatore del Giappone è già un meme: le lacrime e le lavagne in campo

Hajime Moriyasu è diventato un meme sui social e a ragion veduta: non sono solo i suoi comportamenti "insoliti" a colpire, ma anche la sua profonda umanità

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Nicoletta Fersini

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Si parla tanto dei Mondiali 2026 e per i più disparati motivi, com’è ovvio. Eppure c’è un uomo che, tra tutti, si è ritagliato del tutto inconsapevolmente uno spazio particolare, attirando l’attenzione dei tifosi ma anche di chi, come molti, non è esattamente un appassionato di calcio. Parliamo di Hajime Moriyasu, carismatico CT del Giappone, balzato agli onori delle cronache sportive per la profonda empatia dimostrata in campo e per delle scelte decisamente insolite.

Quando il calcio è anche empatia

Spesso si pensa allo sport come un mondo dominato da atteggiamenti rigidi e distaccati, un mondo iper competitivo e ben lontano da concetti come l’empatia. L’autenticità di Hajime Moriyasu dimostra che non è sempre così. L’allenatore del Giappone incarna un modello di grazia e trasparenza rari in questo mondo (e non solo), lui che è il primo uomo a guidare la Nazionale giapponese in due Mondiali consecutivi.

Moriyasu allena la sua squadra a suon di sensibilità e rispetto. Soprannominato affettuosamente Crying Coach per la sua abitudine di commuoversi visibilmente sulle note dell’inno nazionale, l’allenatore ha sciolto il cuore di migliaia di tifosi, facendosi conoscere e apprezzare anche da chi di calcio non ne mastica poi così tanto.

Durante la conferenza stampa ufficiale del 13 giugno a Dallas, ad esempio, dovendo spiegare la dolorosa esclusione del capitano Wataru Endo dai Mondiali 2026 a causa del riacutizzarsi di un infortunio durante il ritiro di Nashville, l’allenatore non ha trattenuto l’emozione e, con gli occhi lucidi e la voce rotta dal pianto, ha chiesto pubblicamente scusa al calciatore del Liverpool, alla sua famiglia e ai tifosi giapponesi per aver dovuto prendere una decisione tanto difficile.

La lavagna in campo

Hajime Moriyasu, però, non è solo cuore. Dietro questa umanità c’è una mente strategica brillante che si serve di un supporto tutt’altro che tecnologico.

Ebbene sì, per aggirare l’occhio indiscreto delle telecamere, pronte a decifrare ogni labiale o schema di gioco, l’allenatore ha sorpreso tutti sfoderando a bordo campo una lavagna su cui tracciava dei grandi numeri neri. Una sorta di misterioso codice, incomprensibile agli avversari ma chiarissimo per i suoi ragazzi, che affonda le sue radici nella cultura educativa giapponese.

Nel Paese del Sol Levante, infatti, i bambini imparano a padroneggiare la logica matematica attraverso il soroban, l’antico abaco piatto, e tutti – anche i giocatori in campo – hanno grande familiarità con i numeri.

L’ironia dei social (con affetto)

La singolare abitudine del tecnico di appuntare ogni dettaglio sul proprio taccuino e le cifre misteriose della sua lavagna hanno scatenato l’ironia dei social. Moriyasu è riuscito laddove molti non riescono: ha messo d’accordo proprio tutti e, ironie a parte, si è fatto voler bene anche da chi non aveva ancora avuto modo di conoscerlo.

Sui social c’è chi ha paragonato il suo quaderno al mitico Death Note dell’omonimo manga giapponese, scherzando sul fatto che ogni parola scritta dall’allenatore segnasse il destino tattico degli avversari, spiegando così la straordinaria capacità del Giappone di rimontare lo svantaggio contro i colossi del calcio mondiale.

Il CT del Giappone è l’emblema perfetto di una cultura, come quella giapponese, che unisce delicatezza e rigore. Basti pensare che la convocazione del difensore trentanovenne Yuto Nagatomo, storica colonna della nazionale ed ex giocatore dell’Inter, era stata accolta dal calciatore stesso con un pianto liberatorio di pura gratitudine. E la medesima eleganza si è vista sugli spalti di Dallas al fischio finale: i tifosi giapponesi si sono trattenuti sulle tribune per raccogliere meticolosamente ogni rifiuto, utilizzando le stesse borse di plastica blu sventolate per festeggiare il gol di Kamada. È il rito dell’O-soji, la grande pulizia intesa come profondo rispetto verso l’altro e verso lo spazio condiviso.

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