- Uno studio dell’Università di Palermo su 495 universitari rileva alterazioni metaboliche nel 9,3% del campione, spesso anche tra studenti normopeso.
- La percentuale di massa grassa distingue meglio il rischio metabolico del solo BMI, che resta utile ma può richiedere valutazioni complementari.
La bilancia non è sempre sincera. Non stiamo parlando di tecnologia, ma piuttosto dell’importanza che si dà a questo strumento di misurazione. A volte, se si parla di metabolismo e non di peso, può infatti trarre in inganno. Pensate: il 40% dei giovani che presentano alterazioni e rischi metabolici risultano perfettamente normopeso.
È quanto emerge da uno studio condotto dall’Università di Palermo su un campione di 495 studenti universitari nell’ambito del progetto ABCD University Students, presentato a Palermo durante il Congresso Nazionale della Società Italiana dell’Obesità (SIO).
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Cosa dice la ricerca
Stando a quanto riportato alterazioni del profilo metabolico interessano il 9,3% del campione esaminato. Ma c’è un dato che ancor più sorprende. Tra questi, 19 dei 46 casi identificati (pari al 41,3%) hanno interessato studenti che sulla bilancia registravano un Indice di Massa Corporea (BMI) nella norma.
“Questo dimostra come un rischio cardiovascolare o metabolico significativo possa nascondersi anche dietro un ago della bilancia rassicurante e una silhouette apparentemente magra – commenta Silvio Buscemi, Presidente SIO, autore dello studio e ordinario di nutrizione clinica all’Università di Palermo –“.
Lo studio ha inoltre messo a confronto il BMI con il rapporto vita/altezza (WHtR), parametro spesso proposto per misurare l’adiposità addominale. Nei giovani normopeso, tuttavia, il rapporto vita/altezza non si è dimostrato in grado di distinguere i soggetti con un profilo metabolico alterato da quelli metabolicamente sani.
“La vera differenza discriminante è risultata essere la percentuale di massa grassa, confermando che l’analisi della composizione corporea offre un valore diagnostico superiore rispetto alla sola misurazione sulla bilancia o ai parametri antropometrici tradizionali – dice l’esperto -”.
L’indagine ha adottato un approccio multidisciplinare integrato, valutando non solo peso e altezza, ma anche composizione corporea, abitudini alimentari, livello di attività fisica, parametri biochimici, presenza di steatosi epatica e qualità della vita.
Cosa può dire il BMI
L’Indice di Massa Corporea rimane lo strumento di screening più rapido, semplice ed economico per l’intera popolazione. Tuttavia, in specifiche fasi della vita o categorie di pazienti, fermarsi alla bilancia non basta.
“Il messaggio del nostro studio non è certo quello di mettere in discussione il ruolo del BMI e della bilancia, che rappresentano e rimangono il primo gradino fondamentale della valutazione clinica – precisa Buscemi –. Grazie alla sua semplicità e applicabilità quotidiana, il BMI è insostituibile. Tuttavia, nei giovani adulti e in particolari categorie a rischio, il primo step non può essere anche l’ultimo. La sola misurazione del peso deve essere integrata, quando indicato, con esami capaci di analizzare la reale composizione corporea e il profilo metabolico del paziente”.
Il periodo universitario coincide spesso con un radicale cambiamento dello stile di vita: modifiche nell’alimentazione, riduzione dell’attività fisica e maggiore sedentarietà o stress. Insomma, ci sono nuove abitudini.
“Individuare precocemente le alterazioni metaboliche, anche in assenza di un evidente eccesso ponderale visibile sulla bilancia, permette di intervenire in modo tempestivo – conclude l’esperto -. Questo approccio integrato consente una prevenzione personalizzata e molto più efficace nei confronti delle future complicanze cardiovascolari e metaboliche”.