Pancreas artificiali, come aiutano a diminuire lo stress della persona con diabete

"I pancreas artificiali" sono tecnologie avanzate per la gestione del diabete. Ma è importante non trascurare la salute mentale

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Tecnicamente li chiamano sistemi “ibridi”, ma nella volgata generale sono passati alla conoscenza comune come “pancreas artificiali”. Si tratta di tecnologie di ultima generazione, detti appunto “pancreas artificiali”, che collegano un sensore che misura costantemente la glicemia a un microinfusore. Per gran parte della giornata un algoritmo regola l’insulina in automatico, ma, ai pasti, è il paziente a intervenire.

Siamo davanti ad un passo avanti importante per la gestione della malattia, come hanno ribadito gli esperti presenti al Congresso Nazionale della Società Italiana Metabolismo Diabete Obesità (SIMDO) di Cagliari. Ma non ci sono dubbi che la mente influenzi anche la gestione delle malattie croniche come il diabete.

In Italia, secondo l’ultimo rapporto OsMed dell’AIFA, solo il 32,4% di chi usa farmaci per il diabete li assume con regolarità. Grazie a questi sistemi tecnologicamente avanzatissimi si può ovviamente migliorare, anche sul fronte psicologico. Ma occorre attenzione, proprio sotto questo aspetto.

Troppo (e poco) controllo

Ci sono precisi meccanismi psicologici che entrano in gioco quando la cura del diabete è affidata a tecnologie di ultima generazione. Una revisione di 62 studi su oltre 9.000 persone, pubblicata su eClinicalMedicine, ha collegato i sistemi ibridi a una riduzione dello stress legato al diabete e a una minore paura dell’ipoglicemia. Attenzione però. La tecnologia non elimina il fattore umano. E non bisogna allentare la guardia.

Secondo Andrea Piazzoli, psicologo con un dottorato in economia e consulente di economia comportamentale e trasformazione digitale, entrano in gioco diversi meccanismi. Il primo è il senso di perdita di controllo quando è il dispositivo a decidere la dose. Poi c’è l’illusione di conoscenza, cioè la tendenza a sopravvalutare quanto si padroneggia un sistema complesso. C’è anche il bias dell’automazione: “È l’eccessiva fiducia data a un sistema automatico e fa calare l’attenzione su alcune forme di monitoraggio che spettano comunque al paziente – spiega l’esperto -”.

Al contrario, può accadere che si controlli eccessivamente la situazione. Nelle persone con tratti particolarmente ansiosi il rischio è un monitoraggio eccessivo, che secondo Piazzoli “può comportare anche costi sanitari aggiuntivi –”. Insomma, c’è la possibilità che aumentino i i consulti e i tentativi di cambiare la terapia proposta. Ci si sente sufficientemente competenti da dire al proprio medico qual è il corso d’azione migliore e questo influisce molto sulla qualità finale della terapia.

Insomma, alla fine occorre un aiuto specifico, come rivelano gli esperti. “Quando si inizia a usare un sistema ibrido, il lavoro dello psicologo è aiutare il paziente a trovare il giusto equilibrio: fidarsi del dispositivo senza smettere di occuparsi della propria salute – spiega Maria Antonietta Taras, psicologa e componente del consiglio direttivo SIMDO -. La qualità di vita non è un obiettivo che viene dopo la terapia: è una delle condizioni perché la terapia funzioni”.

Il valore del rapporto medico-paziente

Il problema dell’aderenza riguarda tutte le terapie per il diabete. Secondo il rapporto OsMed, nel 2024 solo il 48,8% dei pazienti era ancora in terapia dopo un anno, con un divario tra donne (45,1%) e uomini (51,8%). Conta anche il benessere psicologico: secondo una revisione di 39 studi pubblicata nel 2025 su Frontiers in Endocrinology, circa una persona con diabete su tre presenta sintomi depressivi. L’economia comportamentale ha codificato più di 140 bias, cioè errori cognitivi studiati scientificamente.

“Pensare di non essere soggetti ai bias è a sua volta un bias – segnala Piazzoli -. Conoscere questi meccanismi aiuta a capire come proporre una terapia per aumentare la probabilità che venga seguita correttamente. È una competenza che sarebbe importante sviluppare in chi fa le prescrizioni, perché ridurrebbe gli errori delle persone”.

Insomma, sottolineiamo di non trascurare la salute mentale a fronte dello sviluppo della tecnologia, chiedendo aiuto senza vergogna. I nuovi dispositivi hanno migliorato la vita di molte persone con diabete, ma non sostituiscono la relazione di cura – come ricorda Giancarlo Tonolo, presidente nazionale SIMDO –.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.

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