- L’osteoporosi è una malattia cronica, non un inevitabile effetto dell’età, e richiede diagnosi precoce e cure personalizzate per ridurre il rischio di fratture.
- Esami del sangue e MOC aiutano a individuare la fragilità ossea, valutando anche patologie, farmaci e fratture precedenti che aumentano il rischio.
- Alimentazione ricca di calcio e vitamina D, attività fisica e terapie mirate contribuiscono a proteggere le ossa e preservare autonomia e qualità della vita.
Si fa presto a dire osteoporosi e fragilità ossea. Ma ciò che conta è altro. Occorre ricordare che siamo di fronte ad una malattia e non ad una conseguenza naturale e inevitabile dell’invecchiamento, promuovendo l’importanza della prevenzione, della diagnosi precoce e di un percorso terapeutico personalizzato in base alla severità della malattia.
A ribadirlo sono gli esperti in occasione della Giornata Mondiale dell’Osteoporosi che si è tenuta il 20 ottobre 2026. Il tema è rilevante anche per il suo impatto di salute pubblica: in Italia il costo diretto delle fratture osteoporotiche è stato stimato in 9,45 miliardi di euro, pari a circa il 6% della spesa sanitaria.
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Identificare chi è a rischio
Secondo gli esperti occorre riconoscere la fragilità scheletrica per identificare il rischio di frattura del soggetto e applicare interventi terapeutici mirati e prevenire il peggioramento del quadro clinico.
Non bisogna dimenticare che oltre alla storia clinica di chi soffre della patologia occorre svelare ulteriori fattori compromettenti la salute delle ossa: terapie farmacologiche o ulteriori patologie, possono compromettere la resistenza scheletrica peggiorando la fragilità dell’osso con inevitabile aumento del rischio di frattura.
Una corretta valutazione della fragilità ossea attraverso specifici esami del sangue e la mineralometria ossea computerizzata, (MOC) permette di identificare precocemente i soggetti ad alto rischio di sviluppare esiti negativi, consentendo l’implementazione tempestiva di contromisure preventive/terapeutiche.
Inoltre, ci sono diverse condizioni, come quelle infiammatorie o il trattamento con farmaci glucocorticoidi, che risultano essere molto importanti nella valutazione della fragilità ossea, in quanto riducono la forza ossea e aumentano il rischio di frattura. Riguardo il trattamento, esistono diverse opzioni terapeutiche efficaci che possono variare a seconda della gravità del caso, dei fattori di rischio e della presenza di altre patologie.
I fattori di rischio dell’osteoporosi, va ricordato, non sono solo l’età e il sesso, anche una precedente frattura da fragilità è, per entrambi i sessi, un importante campanello d’allarme per ulteriori fratture. Gli individui che hanno già subito una frattura da fragilità sono maggiormente a rischio di ulteriori fratture sia nello stesso sito che in un altro sito osseo; inoltre, il rischio aumenta al crescere del numero e della severità delle precedenti fratture.
In generale, le donne dai 50 agli 80 anni, a seguito di una prima frattura da fragilità, hanno un maggior rischio di sviluppare una seconda frattura cinque volte maggiore entro l’anno rispetto a coloro che non hanno avuto una precedente frattura o nei due anni successivi.
Come prevenire
L’osteoporosi è una malattia cronica e sistemica che causa la progressiva riduzione della densità e della qualità dell’osso, esponendo chi ne soffre a un elevato rischio di fratture da fragilità – in particolare a polso, femore e colonna vertebrale – portando a disabilità motoria e riducendo l’aspettativa di vita.
Solo in Italia riguarda circa 5 milioni di persone – di cui l’80 per cento sono donne in postmenopausa -, l’incidenza aumenta con l’età e le donne in postmenopausa sono la categoria più esposta a causa del calo estrogenico, tanto che arriva ad interessare quasi la metà delle donne sopra i 74 anni.
L’intervento tempestivo di specialisti è fondamentale per diagnosticare la malattia e definire un percorso farmacologico adatto per prevenire le complicanze, come le fratture da fragilità, garantendo così una migliore qualità della vita e il mantenimento dell’autonomia personale.
Sul fronte del monitoraggio e della cura il rapporto tra medico e paziente è fondamentale. “Come clinici, dobbiamo rappresentare un punto di riferimento propositivo e rassicurante, aiutando la paziente a comprendere che l’osteoporosi è una malattia e che come tale deve essere trattata. Il nostro obiettivo è garantire a coloro che ci convivono una vita di qualità e il pieno ritorno alle loro attività quotidiane: per riuscirci, oltre agli interventi sullo stile di vita, è indispensabile definire un percorso farmacologico mirato e quanto più possibile personalizzato -, spiega Andrea Giusti, Internista, Direttore della SC Medicina Interna, Plesso Ospedalieri Villa Scassi IRCCS Azienda Ospedaliera Metropolitana di Genova -.
In questa prospettiva, è fondamentale la stratificazione del rischio: la sequenza corretta dei trattamenti, in base alla severità della malattia, permette di adeguare l’intervento terapeutico al profilo di rischio del singolo, seguendo una logica “treat-to-target”, orientata al raggiungimento di specifici valori di densità minerale ossea o alla riduzione del rischio di nuove fratture entro un certo periodo”.
Capitolo prevenzione: se la protezione della salute delle ossa inizia sin dall’infanzia con una corretta alimentazione, ricca di calcio e vitamina D e uno stile di vita attivo che comprenda un’adeguata attività fisica, le stesse indicazioni valgono anche da adulti: mantenere una buona densità ossea e prevenire il rischio di fratture soprattutto nell’età considerata più a rischio, in menopausa e post menopausa per le donne e senile per gli uomini.
In tarda età un giusto movimento, uno sport aerobico leggero e un allenamento propriocettivo, insieme ad una corretta alimentazione possono intervenire a beneficio della perdita di forza muscolare, ridotta coordinazione dei movimenti e inevitabile rischio di caduta.
Per quanto riguarda i farmaci, che vanno indicati dal medico, nelle fasi di prevenzione o rischio moderato, gli antiriassorbitivi consentono di contenere la perdita di massa minerale, inibendo il riassorbimento osseo.
Per casi a rischio più alto, invece, è importante un intervento osteoanabolico tempestivo: gli agenti anabolici agiscono direttamente sul rimodellamento, stimolando la formazione di nuova matrice ossea negli spazi lasciati dal riassorbimento. Questo approccio permette di ripristinare l’architettura scheletrica e apportare miglioramenti significativi sulla sintomatologia dolorosa, con un impatto positivo sulla qualità della vita. Sebbene siano principalmente indicati per le donne in fase post-menopausale, alcuni di questi trattamenti mostrano efficacia anche nella popolazione maschile ad aumentato rischio di frattura, spesso sottodiagnosticata e non adeguatamente trattata.