“Si vive male portando dentro rabbia e cattiveria verso gli altri“. Belen Rodriguez lo ha scritto raccontando pubblicamente un periodo molto difficile della sua vita, segnato anche dalla fine della relazione con Gaetano Fidanzati. La showgirl ha parlato di depressione, attacchi di panico, cure e della necessità di fermarsi quando ci si accorge di aver “toccato il fondo”.
Come è facile riconoscersi in queste parole. Dopo una separazione possiamo restare arrabbiati molto più a lungo di quanto vorremmo. E a un certo punto quella rabbia, nata magari per proteggerci, rischia di diventare il luogo in cui continuiamo ad abitare.
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La rabbia dopo una separazione non è il problema
Essere arrabbiati con un ex non significa aver elaborato male la fine di una storia. La rabbia fa parte delle reazioni comuni alla perdita di una relazione, insieme a tristezza, nostalgia, rimorso e desiderio dell’altra persona.
Una ricerca pubblicata su Emotion, rivista dell’American Psychological Association, ha mostrato come queste emozioni possano convivere e seguire traiettorie diverse nel periodo successivo a una rottura.
A volte la rabbia è persino utile. Arriva quando iniziamo a vedere con maggiore chiarezza ciò che abbiamo tollerato, quando finalmente riusciamo a pensare: “Questo mi ha fatto male”. Ci separa da chi non fa più parte della nostra vita e ci restituisce un confine. Il problema comincia quando smette di attraversarci e diventa una presenza fissa.
Quando continuiamo la relazione dentro la nostra testa
Possiamo aver cancellato il numero, restituito le chiavi ma continuare comunque a trascorrere ore dentro quella relazione, a ricostruire tutto quello che c’è stato, il bello e il brutto.
È la ruminazione, quel pensiero ripetitivo che sembra cercare una soluzione e invece spesso ci riconsegna sempre allo stesso punto. Uno studio longitudinale sulla fine delle relazioni ha associato il “rimuginio” persistente a un maggiore disagio nel tempo, quando invece una riflessione più intenzionale e meno ossessiva può aprire la strada alla rielaborazione di ciò che è accaduto.
La differenza sta nel chiedersi “cosa posso capire da questa esperienza?”, il che non è affatto la stessa cosa che domandarsi per la centesima volta “come ha potuto farmi questo?”.
Occhio: Accettare non significa perdonare
Chi soffre dopo una separazione si sente spesso ripetere una parola (odiatissima): accettazione. Sembra quasi un invito a giustificare l’altro, ma non lo è. Accettare la fine significa smettere di negoziare mentalmente con qualcosa che è già successo. Posso, in pratica, riconoscere che una persona mi ha ferito e non volerla più nella mia vita, senza continuare a dedicarle ogni giorno una quantità enorme della mia energia emotiva.
In uno studio sulla ripresa dopo una rottura, lo psicologo David Sbarra dell’University of Arizona ha osservato che l’accettazione della fine della relazione era collegata al recupero dalla tristezza; livelli elevati di rabbia e preoccupazione costante per l’ex, invece, erano associati a una ripresa più difficile. Forse è questo il vero passaggio. Non svegliarsi improvvisamente senza rabbia, ma accorgersi che l’altra persona occupa meno spazio.
Una ricerca pubblicata su Family Process, basata su oltre 3.700 separazioni, ha rilevato che il tempo trascorso dalla rottura e la soddisfazione per la propria rete sociale sono tra i fattori associati a un migliore adattamento emotivo.
Lasciare andare la rabbia è indispensabile per andate avanti, perché in questo modo non permettiamo a quella persona di continuare a determinare il nostro umore anche dopo essere uscita dalla nostra vita. La fine di una relazione obbliga a riorganizzare anche l’identità e il modo in cui ci sentiamo legati agli altri. E forse rialzarsi comincia proprio qui, da quel (benedetto) giorno in cui ciò che è successo smette finalmente di decidere chi siamo.