Il ritorno di Pretty Little Liars con il meme del messaggio anonimo

Prima c’era “A”, oggi ci sono i profili fake: perché il drama di Pretty Little Liars è ancora così attuale

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Alessia Agosta Del Forte

Lifestyle Editor

Racconta da dentro la Gen Z, cercando di far emergere la voce, i linguaggi e le sensibilità di una generazione che non ha paura di ridefinire le regole.

Per evitare che altre persone smascherino a nostra insaputa i nostri segreti più imbarazzanti, tanto vale farlo da sole. È la logica dietro il nuovo trend di TikTok: il messaggio anonimo di “A” torna in vesti ironiche per ricordarci quanto sono affascinanti i segreti altrui, a dimostrazione che la nostalgia per gli anni 2000 non se n’è mai andata.

Da “A” a TikTok: perché Pretty Little Liars è tornato virale

Siamo nel 2014, sei appena rientrata da scuola e butti lo zaino in camera, pronta per divorare il pranzo mentre segui le vicende di Pretty Little Liars. Oppure è sera, hai finito i compiti (o li hai rimandati a domani) e il tuo unico pensiero è accendere il prima possibile il computer per seguire le vicende di Rosewood. Le teorie su Tumblr si moltiplicano a raffica, così come le discussioni con le amiche: “Raga, secondo voi chi è “A”?”

Il trend consiste nell’inserire la grafica di un finto messaggio ricevuto da “A” in cui vengono svelati segreti imbarazzanti, verità scomode o piccole manie. Oltre ai molti utenti che hanno partecipato al meme, del cast la prima a pubblicare un video è stata Shay Mitchell, la nostra vecchia Emily Fields. Nel suo video si legge: “Pints before noon? London looks good on you, S. I’m still watching. -A”. Poco dopo Lucy Hale, Aria nella serie, ha appositamente creato il suo profilo TikTok per partecipare al trend.
Vi ricorda qualcosa? La nostra “A” che seguiva ogni movimento delle liars. L’anticipatrice dei nostri moderni profili fake e messaggi anonimi.
Il personaggio di “A” indica anche la nostra paura di essere sempre osservate e giudicate. Nella serie, però, le protagoniste facevano un po’ come gli pareva lo stesso (e forse ci piacevano per questa ribellione), mentre noi ci facciamo più remore del necessario.
Era questo il bello di Pretty Little Liars: non solo una serie, ma un rituale generazionale, che ci ha tenuto compagnia con teorie assurde, ship intramontabili (nessuno dimentica Hanna e Caleb) e gif su We Heart It.

Prima dei DM anonimi c’era “A”: Pretty Little Liars e i profili fake

Pretty Little Liars può essere letta come un parallelismo con la cultura digitale che viviamo oggi.
“A” era un’entità misteriosa che sapeva tutto di tutti e che trasformava ogni segreto in una minaccia. Un suo semplice messaggio riusciva a mettere in crisi le liars e contribuiva ad alimentare le nostre teorie più assurde. Oggi non abbiamo di certo uno stalker che si firma con una lettera dell’alfabeto, però conosciamo la sensazione: quando riceviamo un DM da un profilo sconosciuto e la prima domanda è “Chi lo manda? Chi è questo profilo fake?”.
Sapere che la nostra vita è sotto gli occhi di estranei che possono invaderne la privacy non ci fa stare sempre tranquille. Perché, a volte, a inquietarci non è il messaggio in sé, ma non sapere chi ci sia dietro lo schermo.

In PLL c’erano dinamiche che ritroviamo anche sui social: una mancanza di rispetto per la privacy e il bisogno di celarsi dietro identità false per guardare o commentare gli altri utenti. A differenza della serie TV, in cui alla fine “A” era una sola persona (in totale tre, per non farci mancare trame ricche di colpi di scena), nella vita reale lo siamo potenzialmente tutte. Inoltre, avendo i profili social e pubblicando contenuti sulla nostra vita, diamo anche una mano agli impiccioni a crearsi un quadro sempre più completo di noi.

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Bello il gossip, ma ancora di più quando siamo noi stesse a raccontarci senza filtri.

Pretty Little Liars e la nostalgia Y2K: perché ci manca l’era Duemila

Eravamo felici e non lo sapevamo. A rivedere le vecchie foto, i video e le serie TV, ci scende sempre una lacrimuccia. I bei tempi in cui le fotografie erano spontanee, le puntate delle serie TV le aspettavamo in televisione e il mondo era più colorato.
Il ritorno di PLL è la prova che mentalmente siamo ancora agli Y2K. O, almeno, a quell’immaginario fatto di eyeliner nero, cellulari a conchiglia, blog su Tumblr e amicizie che sembravano uscite da un teen drama. Un’estetica che abbiamo recuperato su TikTok e Pinterest, tra vecchie foto sgranate e outfit discutibili.

Ma forse non è solo una questione di nostalgia. Pretty Little Liars ci riporta a un periodo in cui Internet era già un posto in cui costruire la propria identità e spiare le vite degli altri, ma non aveva ancora assunto le dimensioni che conosciamo oggi. I social c’erano, certo, e i drammi online pure. Solo che non tutto sembrava dover diventare un contenuto. Oggi, invece, siamo abituate a vedere ogni momento trasformarsi in qualcosa da condividere, commentare o giudicare.
Nonostante siano anni che abbiamo vissuto poco o per niente, è l’estetica Y2K a tenerci ancorate al passato: era meno patinata di ora.

“A” ci osserva ancora (e forse siamo noi)

Il successo del meme dimostra che il fascino dei segreti non è mai passato di moda. Ci piace scoprire quello che gli altri nascondono, riconoscerci nelle loro piccole figuracce e ridere delle nostre paranoie digitali. Trasformare il messaggio minaccioso di “A” in una battuta significa anche ribaltare le regole del gioco: non siamo più soltanto le vittime di un segreto che rischia di venire a galla, ma le prime a raccontarlo.
C’è qualcosa di liberatorio nel mettere in piazza le proprie stranezze prima che lo faccia qualcun altro. Una specie di autodifesa preventiva nell’era in cui tutto può essere screenshottato, condiviso e decontestualizzato. Se devo essere smascherata, tanto vale scegliere il momento e, possibilmente, la caption.

Naturalmente, il confine tra ironia e invasione della privacy resta, perché si rischia di trasformare i segreti di qualcun altro in uno spettacolo. E forse è proprio questo che Pretty Little Liars ci suggerisce: dietro il glamour, i colpi di scena e i messaggi inquietanti, ci ricorda quanto possa essere complicato sentirsi al sicuro quando qualcuno conosce una parte di noi che vorremmo tenere nascosta.
Per il resto, una domanda resta aperta: se “A” avesse avuto TikTok, un account privato e una buona conoscenza degli screenshot, quanto sarebbe durata la serie? Probabilmente dieci minuti. E noi avremmo già scoperto chi è grazie alle nostre doti da investigatrici.

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