Non capita tutti i giorni di vedere Re Carlo che si scusa per il ritardo. E non parliamo di quei cinque minuti canonici prima di un tè, ma di un’attesa durata la bellezza di quattrocento anni. “Mi dispiace moltissimo che ci sia voluto così tanto tempo”, ha confessato il Sovrano britannico con quel suo tipico aplomb inglese un pizzico di ironia e tanta, sincera umiltà. Le Bermuda lo aspettavano dal 1600 e, a giudicare dall’accoglienza, ne è valsa la pena.
Ma ogni viaggio, anche quello più magico tra acque turchesi e barriere coralline, deve giungere al termine. Prima di salire sulla scaletta del volo di ritorno all’aeroporto LF Wade, il Re ha voluto lasciare un ultimo segno, anzi, una scia che punta dritta verso il cielo.
Re Carlo alle Bermuda, uno sguardo alle stelle (e ai rifiuti spaziali)
Nell’ultimo scampolo di permanenza, Re Carlo si è tolto per un attimo i panni del diplomatico per indossare quelli dell’esploratore scientifico. È volato (metaforicamente, per ora) a Cooper’s Island per visitare il nuovo osservatorio dell’Agenzia spaziale britannica. Lì ha dato il via al Progetto Nova, una rete di telescopi che avrà il compito, quasi poetico ma comunque concreto, di fare le pulizie nello spazio.
Mentre gli spiegavano come tracciare vecchi satelliti e stadi di razzi abbandonati che orbitano sopra le nostre teste, lo si vedeva annuire con l’interesse genuino di chi ha sempre avuto a cuore l’ambiente, che sia una foresta pluviale o il vuoto cosmico. Un gesto che sa di futuro, quello di lasciare le isole con la promessa di proteggere le loro coste, ma anche il cielo che le sovrasta.
Tra droni, medaglie e Bob Marley
La giornata conclusiva è stata una vera maratona. Prima di puntare alle stelle, il Re aveva passato la mattinata con i piedi ben piantati nel sale marino di St David’s. Ha inaugurato la nuova stazione della Guardia Costiera, distribuendo medaglie ai membri del Royal Bermuda Regiment e curiosando tra veicoli subalterni e droni hi-tech.
Ma il bello delle Bermuda è che il protocollo Reale finisce sempre diventare l’anima vibrante del posto. Dopo i 21 colpi di cannone regolamentari, la banda militare ha deciso di rompere gli schemi intonando le note di Jamming di Bob Marley. E chissà se sotto quella giacca impeccabile, il Re non abbia accennato un timido passo di danza, cullato dal ritmo reggae che tanto stride eppure tanto si sposa con la corona.
Il gran finale con gli occhiali da sole
Poi, il momento dei saluti. Dopo aver ripercorso la storia profonda e dolorosa dell’isola visitando il Museo Nazionale e i reperti sulla tratta degli schiavi – un momento di riflessione necessario e toccante – è arrivato il tempo di chiudere le valigie.
Sul tappeto rosso dell’aeroporto, tra una stretta di mano al Premier David Burt e una battuta con il capo della polizia, Carlo ha fatto quello che ogni turista che si rispetti fa prima di lasciare il paradiso: si è messo gli occhiali da sole, ha sorriso per un’ultima foto di gruppo con gli agenti e il personale di sicurezza e si è avviato verso l’aereo.
È stata una visita lampo ma intensa, arrivata dopo le fatiche diplomatiche di Washington e le emozioni di New York. Carlo lascia le Bermuda consapevole di essere stato il primo Re in carica a calpestare quel suolo, ma soprattutto con la certezza che, nonostante la distanza e i secoli, queste isole restano un pezzo di famiglia. Un ultimo sguardo dal finestrino, un pensiero ai telescopi che inizieranno a scrutare l’infinito, e via, verso la prossima tappa. Ma con un po’ di Jamming ancora nel cuore.