Stonare, sì, ma con piena consapevolezza: è questo che ci insegna la cosiddetta The Wrong Jacket Theory la quale, a suon di capispalla piazzati lì come per caso, sopra ad assetti modaioli con cui apparentemente hanno ben poco a che vedere, celebra il sempiterno trucco stilistico della dissonanza. Ad inconfutabile dimostrazione del fatto che non sempre la soluzione più ovvia è quella giusta.
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La giacca giusta? Quella sbagliata: come non abbinare (per bene) il capospalla al resto del look
Da sempre in pedana la moda detta le regole del gioco e, allo stesso tempo, ama infrangerle: in uno scenario predominato dagli ibridi più impensabili e le contraddizioni fatto tessuto, un curioso concetto si è fatto spazio dai social alle strade delle grandi città riplasmando il modo di leggere l’abbigliamento.
Si chiama The Wrong Jacket Theory, se tradotto in italiano letteralmente “la teoria della giacca sbagliata”, e sostiene come un look diventi nettamente più interessante quando non perfettamente in armonia. O, meglio, quando il capospalla sembra provenire dritto dritto da un universo parallelo, più probabilmente sottratto da un altro guardaroba, proponendosi come quell’elemento disturbante, la classica nota stonata, che trasforma un outfit a malapena apprezzabile in uno a dir poco clamoroso.
Blouson da aviatore in pelle su maxi crinoline e gonne couture, parka e giacche in stile utility che celavano sinuosi slip dress, bomber quadrettati, dall’allure vagamente granny, a sormontare abbinamenti color block calibrati a regola d’arte, blazer maschili su abiti da sera in pizzo e finanche eco pellicce adagiate su semplicissimi pantaloni di tuta: le possibilità di styling sono pressoché infinite, e si sono viste tutte in passerella.
Cavalcando la tendenza, i designer hanno dato il meglio — o il peggio, dipende dai punti di vista — del proprio estro giocando con l’incompatibilità ed elevandola, in qualche modo, facendo del contrasto il proprio manifesto. Tutto sbagliato, forse, eppure tutto così giusto.
La The Wrong Jacket Theory si è affacciata all’inverno 2026 per svoltare persino il più anonimo dei look, a qualche anno di distanza da quando la celebre stilista Allison Bornstein ha escogitato la teoria della scarpa sbagliata, espediente di stile che consiste nell’abbinare ad una mise dall’estetica ben definita un paio di calzature inaspettate, spesso e volentieri addirittura spaiate. È il caso della tuta sopra ai tacchi a spillo, della gonna a tubino con le sneakers e delle infradito che sbucano dall’orlo dei più rigorosi pantaloni sartoriali.
Si tratta di un metodo garantito per differenziarsi, vivendo la moda in modo unico e stimolante. Ed eccoci dunque approdare al livello successivo, focalizzandoci questa volta su giacche e cappotti.
Gli esempi che si sono visti in sede di sfilata sono molteplici: Anthony Vaccarello per Saint Laurent ha proposto bomber con abiti da ballo, mischiando con magistrale disinvoltura pelle e seta. Miuccia Prada per Miu Miu ha preferito, invece, accostare tagli sportivi e utility a silhouette iper femminili, condendo capi in maglia e tube skirt con un pizzico di granpacore, impreziosito da spille sfavillanti.
Da Dsquared2 un piumino oversize militare diventava coprotagonista insieme ad un lungo abito nero interamente traforato, mentre da Maison Margiela lo stesso accadeva con una sottoveste in pizzo ed un chiodo in pelle nera XXL, imbevendo la mise di inedita grinta.
Nella visione di Louis Vuitton, ancora, si trattava di giacche tecniche dalle linee rigide, quasi futuriste, accostate a pantaloni fluidi e dettagli coquette, quali sciarpe e colletti dal non so che di romantico. In quella di Tory Burch era una giacca rossa in pelle, compatta quanto un’armatura, a spezzare la morbidezza di una lunga gonna marrone.
Ed ecco poi da Valentino una giacchina rossa bon ton, con tanto di fiocco sul petto, indossata sopra un look spudoratamente street: jeans dal taglio rilassato e sneakers stampate. La puntuale rappresentazione della signorina bene che pare capitata per caso nel guardaroba della coetanea ribelle.
L’effetto? Piuttosto teatrale, è indubbio, ma anche inverosimilmente portabile nella vita di tutti i giorni. Non vi sono più né errori né tantomeno orrori di stile, se è la moda a trasformarli in estetica consapevole. La forza della The Wrong Jacket Theory è senza dubbio il carico di personalità e carisma che trasmette: indossare un capospalla apparentemente fuori posto equivale in qualche modo a dichiarare una certa indipendenza dalle regole, a preferire la sorpresa alla solita armonia. Un sinonimo di libertà, ma anche di intelligenza: si sa, rompere la monotonia è più efficace che puntare sulla perfezione.
Le fashion inspo per applicare la “The Wrong Jacket Theory” alla vita reale
Ma come applicare questo stile volutamente incongruente, che trae il proprio fascino dal contrasto, al guardaroba di sempre? Secondo le trendsetter meglio informate sulla piazza optando per voluminosi piumini, meglio ancora se dotati di cintura in vita, adesso che ancora si può, quando si indossa un maxi dress in seta lucente.
Potrebbe rivelarsi una scelta particolarmente furba puntare, poi, tutto sulla texture: a capi in pelle più o meno lucida — anche colorata — devono corrispondere giacche in stoffa ruvida, eventualmente anche a fantasia, e via dicendo.
Il capospalla perfetto per una delicata quanto sensuale gonna sottoveste, invece, sembra essere il bomber. Possibilmente il più casual mai visto.
Ebbene, come si può chiaramente constatare, per quanto assurda sia la teoria funziona: più la giacca è sbagliata più il risultato cattura l’attenzione, ma senza sortire quel senso di disgusto che normalmente ci si aspetterebbe.
Questo perché lo sbaglio è calcolato, in favore di un’estetica che unisce comfort e stordimento, glamour e streetwear, in un mix (esplosivo) che riflette esattamente il presente in cui viviamo: contraddittorio, mai lineare. Non si tratta più del semplice vestire bene, ma di saperlo fare in ottica interessante. E si dà il caso che la “Wrong Jacket” sia la scorciatoia che attendevamo per riuscirci.