Spondiloartrite assiale, cos’è, perché è difficile da riconoscere e come affrontarla

Se il mal di schiena persiste per almeno tre mesi potrebbe trattarsi di spondiloartrite assiale: che cos'è, i sintomi principali e le cure disponibili

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Apparentemente sembra solo un mal di schiena. Ma attenzione. Se il problema dura da almeno tre mesi, peggiora di notte e soprattutto migliora con il movimento, mettetevi in guardia. E non sottovalutate la situazione. Potrebbe trattarsi di spondiloartrite assiale, malattia infiammatoria cronica che colpisce soprattutto giovani adulti, e che ancora oggi può essere riconosciuta con un ritardo medio di 8-10 anni.

Il 2 maggio si celebra la Giornata Mondiale dedicata alla condizione, con un motto inglese che dice tutto: “Not only back pain”. Non è solo un mal di schiena, insomma. E colpisce i giovani. Ecco, per capire di cosa si tratta, i consigli degli esperti della Società Italiana di Reumatologia (SIR) .

Non solo mal di schiena

“La spondiloartrite assiale è molto più di un semplice mal di schiena – segnala Andrea Doria, Presidente SIR e Professore di Reumatologia presso l’Università di Padova -. Rappresenta una famiglia di malattie che riguardano principalmente la colonna vertebrale e le articolazioni sacroiliache ma possono interessare anche altre articolazioni e diversi organi”.

In Italia si stimano circa 15 nuovi casi ogni 100.000 abitanti all’anno, pari a oltre 8.000-9.000 diagnosi. A differenza del passato, quando la spondiloartrite era considerata quasi esclusivamente maschile, oggi il rapporto tra uomini e donne è più equilibrato (circa 3 a 2).

“L’esordio avviene tipicamente prima dei 40-45 anni, spesso già intorno ai 30 – fa sapere l’esperto -. Di recente, abbiamo fatto importanti passi avanti nella comprensione e nella gestione della malattia, ma resta da sciogliere il nodo della diagnosi perché riconoscerla prima può cambiare la vita dei pazienti”.

La spondiloartrite assiale quindi va considerata una patologia sistemica: oltre alla colonna vertebrale può coinvolgere anche altri distretti. Lo conferma Roberta Ramonda, Direttrice dell’Unità Operativa Complessa di Reumatologia dell’Azienda Ospedale-Università di Padova e Vicepresidente Fondazione italiana per la ricerca in reumatologia (Fira): “le manifestazioni più frequenti includono uveiti, quindi infiammazioni dell’occhio, malattie infiammatorie intestinali come il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa, e la psoriasi.

Per questo è fondamentale un approccio multidisciplinare che coinvolga reumatologi, gastroenterologi, oculisti e dermatologi. A volte la diagnosi può nascere proprio dal sospetto di altri specialisti: può essere l’oculista, di fronte a uveiti recidivanti, o il gastroenterologo in pazienti con malattie croniche intestinali e con dolore alla colonna o in altre sedi articolari, a indirizzare verso una valutazione reumatologica.

Un modello sempre più diffuso è quello degli ambulatori multidisciplinari, nei quali specialisti diversi collaborano per valutare lo stesso paziente e condividere il percorso diagnostico e terapeutico, secondo l’approccio del tailored treatment: ovvero una terapia ‘su misura’, personalizzata, adattata alle caratteristiche cliniche della malattia e individuali”.

Cure personalizzate e stili di vita

La stessa esperta segnala i trattamenti siano profondamente mutati negli ultimi anni. favorendo una terapia personalizzata della spondiloartrite assiale. Si parte sempre con i farmaci antinfiammatori non steroidei, i cosiddetti FANS, a cui il dolore infiammatorio tipicamente risponde bene.

“Per la persistenza dei sintomi della malattia, oggi abbiamo a disposizione i farmaci biologici che ne hanno profondamente cambiato la storia naturale: gli inibitori del TNF e dell’interleuchina 17 rappresentano uno standard di cura nelle forme più attive, così pure l’inibitore dell’interleuchina 23 – indica Ramonda -. Mentre nuove classi come gli inibitori delle JAK (Janus Kinasi) stanno ampliando ulteriormente le possibilità terapeutiche. Non possiamo ancora parlare di guarigione definitiva, ma possiamo ottenere una remissione stabile: il paziente può vivere senza sintomi e condurre una vita normale, a condizione di seguire la terapia nel tempo”.

Accanto ai farmaci, anche lo stile di vita gioca un ruolo fondamentale. L’esercizio fisico è parte integrante della terapia: migliora la mobilità, riduce la rigidità e contribuisce al controllo del dolore. Sono particolarmente utili attività a basso impatto come nuoto e ciclismo, insieme a esercizi di stretching e rafforzamento muscolare. “Anche la dieta ha un impatto importante: un’alimentazione di tipo mediterraneo, ricca di fibre e polifenoli, può favorire un effetto antinfiammatorio e contribuire al benessere generale del paziente – fa sapere Ramonda -”.

Arrivare presto

Nonostante i progressi nella gestione della patologia, resta lo scoglio del ritardo diagnostico. Il dolore lombare infiammatorio è spesso subdolo e può essere confuso con un comune mal di schiena. Ha però caratteristiche precise: dura da più di tre mesi, compare di notte, è associato a rigidità mattutina prolungata e migliora con il movimento.

“A tal proposito, è fondamentale sensibilizzare i medici di medicina generale: di fronte a un giovane con mal di schiena persistente, è importante riconoscere i segnali di infiammazione e inviare tempestivamente il paziente al reumatologo – conclude Ramonda. Una diagnosi precoce consente di intervenire prima che si instaurino danni irreversibili”.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.

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