La camminata lenta è “colpa” anche del cervello. La scoperta giapponese e perché è utile in chiave anti-age

I ricercatori hanno scoperto che il rallentamento è associato a un declino cognitivo. Perché può aiutare nella diagnosi precoce delle demenze

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

Camminare più lentamente col passare del tempo non è dovuto solo a una minore forza muscolare e resistenza, che vengono meno con l’avanza dell’età. A indicarlo sono i risultati di uno studio giapponese, che mostra come il cervello abbia un ruolo centrale nel cambio di ritmo nella camminata, negli over 60. Le indicazioni sono particolarmente utili nell’ambito di una eventuale diagnosi di declino cognitivo o demenza nell’anziano, nelle fasi iniziali.

Perché si rallenta il passo della camminata

Man mano che l’età avanza è ritenuto fisiologico rallentare tutti i ritmi con i quali si svolgono le azioni quotidiane, a maggior ragione il passo della camminata. Ma se fino a qualche tempo fa ci si limitava ad attribuirne la causa a un fisiologico calo di forza nei muscoli, una ridotta capacità respiratoria e una resistenza che inevitabilmente era destinata a diminuire, oggi si scopre che il cervello gioca una funzione fondamentale. Una camminata più lenta, infatti, potrebbe nascondere un declino cognitivo in atto. A sottolinearlo sono le conclusioni di una ricerca condotta tra Tokyo e Nagoya.

Cosa hanno scoperto i ricercatori giapponesi

Un team di ricercatori giapponesi, infatti, ha analizzato un gruppo di 421 persone over 60, con un’età media di 73,14 anni, 213 delle quali erano donne, reclutate tra giugno e novembre 2024 presso i Silver Human Resources Centers di Tokyo e Nagoya. L’obiettivo era osservare il nesso tra il rallentamento nel passo della camminata, le condizioni cognitive e quelle fisiche, in termini di fragilità. Per questo i partecipanti sono stati sottoposti al Montreal Cognitive Assessment (MoCA-J) per verificare se ci fossero segnali di declino cognitivo, mentre la misurazione delle condizioni fisiche è stata effettuata utilizzando il Kihon Checklist, che ha come parametri diversi indicatori di salute e autonomia nei movimenti. Al termine di questo primo screening, gli studiosi hanno classificato 215 dei volontari come persone con possibile MCI, cioè declino cognitivo lieve, pur non rientrando in un quadro di demenza.

I test su salute del cervello e condizioni fisiche

In una seconda fase i ricercatori hanno sottoposto i volontari a un doppio test di camminata, chiedendo loro di camminare per 10 metri, prima a un ritmo normale, poi alla velocità massima alla quale riuscivano a coprire la breve distanza. È stata quindi misurata la velocità nella parte centrale del percorso, escludendo l’inizio e la fine perché più lente, che è risultata di circa 1,40 metri al secondo. Confrontando, però, i tempi di tutti è stato osservato come le persone con possibile MCI camminavano più lentamente, sia alla velocità abituale sia durante la prova alla massima velocità, senza che i dati relativi alle condizioni fisiche influissero. La conclusione è che un possibile rallentamento nella camminata non è dovuto – solo – a eventuali limiti fisici.

Quanto conta il cervello nel ritmo con cui si cammina

Come spiegato dai ricercatori nelle loro analisi, pubblicate ora sulla rivista BMC Geriatrics del gruppo Nature, se è vero che nella camminata contano la forza muscolare, l’equilibrio ed eventuali dolori articolari che possono subentrare con l’età, la “salute del cervello” è altrettanto importante: l’azione in sé, infatti, comporta una pianificazione, un livello di attenzione costante per evitare, per esempio, possibili ostacoli, buche o altre persone, la capacità di elaborazione degli stimoli esterni in tempi brevi e l’esecuzione dei movimenti stessi in base alle informazioni elaborate proprio dal cervello. Lo studio, quindi, ha confermato una associazione tra MCI e minore velocità del cammino.

Dal cervello alle emozioni

La ricerca, secondo gli esperti che si occupano di geriatria, rappresenta una conferma rispetto alle conoscenze attuali, tra le quali non va dimenticato neppure il ruolo della componente affettiva. “A causare un rallentamento possono essere, infatti, anche altre possibili cause, comprese quelle della sfera affettiva. Per esempio, un passo lento può essere indice di depressione, così come l’aumento della cifosi, cioè l’incurvatura della schiena, può riflettere un tratto depressivo umore: potremmo dire che chi è curvo dentro lo è anche fuori”, conferma Raffaele Antonelli Incalzi, past president della Società italiana di Gerontologia e Geriatria.

Perché è importante individuare un rallentamento cognitivo ideomotorio

Riguardo al nesso tra camminata più lenta e condizione cognitiva, “si parla di proprio di rallentamento cognitivo ideomotorio, perché coinvolge le funzioni cognitive e quelle motorie, specie in alcune demenze (le cosiddette sottocorticali) o in alcune patologie neurodegenerative come il Parkinson: spesso al momento della diagnosi si scopre che il paziente aveva iniziato a camminare più piano o ci metteva più tempo a svolgere mansioni normali, segno che la malattia c’era già nella sua fase iniziale – aggiunge l’esperto – Insieme alla valutazione anche degli aspetti nutrizionali, per escludere eventuali carenze di nutrienti o sottonutrienti come l’acido folico e la vitamina B12, in presenza di una variazione sensibile nei ritmi occorre un’analisi multidimensionale geriatrica, che possa escludere alcune cause o individuarne altre: alla luce di un quadro complessivo è possibile procedere poi con una valutazione fisica, cognitiva o affettiva, per una diagnosi e un intervento mirata”, conclude Antonelli Incalzi.

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