Durante il programma televisivo La Volta Buona, la presentatrice Caterina Balivo, parlando con Aurora Ramazzotti, ha chiesto se il compagno Goffredo Cerza “facesse il mammo” a Milano, mentre lei era impegnata in tv. Una frase pronunciata con leggerezza, ma davanti ad un pubblico piuttosto ampio, e che sui social ha suscitato numerose critiche. Una battuta televisiva che, qualche settimana fa, ha fatto il giro del web, facendo nascere un confronto molto più ampio sul linguaggio e su quanto le parole continuino a riflettere stereotipi difficili da abbandonare.
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Papà o mammo: questo è il problema
Caterina Balivo è scivolata su una piccola manciata di lettere che non poteva passare inosservata, in una società nella quale le donne hanno difficoltà a vedersi riconosciute un peso specifico oltre la maternità, a dispetto di partner che continuano ad essere professionisti, indipendentemente dal numero di figli. Qualche giorno fa, del resto, c’è stato un altro evento che ha toccato un tasto delicato: una nota storica appellata solo come “Signora” e non con il suo titolo accademico. Insomma, per noi donne è ancora un’epoca dura. Nonostante le sempre maggior medaglie appuntate al petto, affoghiamo in stereotipi volti a sminuirci, a vantaggio degli uomini. A volte, anche dei padri.. ops.. mammi!
Va detto, però, che anni fa, la parola “mammo” veniva usata quasi come un complimento: indicava un padre molto presente, affettuoso e coinvolto nella cura quotidiana dei figli, diversamente dal padre normativo che non aveva un rapporto che non fosse meramente funzionale. Un padre che non si rimpiange, in quella veste, ma che oggi è in crisi non sapendo che abito indossare.
Il termine “mammo”, oggi, è superato in quanto il presupposto è che un padre coinvolto nella vita familiare non rivesta un ruolo materno. Cambiare un pannolino, preparare la cena, accompagnare un bambino a scuola o restare a casa quando serve, non sono comportamenti appartenenti alla madre, biologicamente, e non sono svolti dal padre in via del tutto eccezionale. In realtà la genitorialità contemporanea va in una direzione diversa: non esistono compiti “da mamma” o “da papà”, ma responsabilità condivise.
Anche molti padri famosi, i vip, si spendono nel raccontarci la bellezza di avere un ruolo nella vita dei propri figli. Una realtà sbloccata da una cattiva tradizione esiste ma i suoi ingranaggi vanno continuamente unti per evitare che l’evoluzione si blocchi.
Un padre presente non è una madre bis
La partecipazione dei padri alla vita familiare è cresciuta enormemente negli ultimi decenni. Sempre più uomini usufruiscono del congedo di paternità, partecipano alle visite pediatriche, accompagnano i figli nelle attività sportive, cucinano, organizzano la quotidianità.
Eppure il linguaggio sembra fare ancora fatica a raccontare questa evoluzione. La differenza non è soltanto linguistica. Parlare di “aiuto” o di “mammo” lascia intendere che la responsabilità primaria rimanga della madre e che il padre intervenga quasi come un collaboratore o un esecutore. La cogenitorialità, invece, si fonda su un principio diverso: entrambi i genitori sono protagonisti dell’educazione dei figli, pur mantenendo caratteristiche e modalità relazionali proprie.
Il linguaggio non è mai neutro. Le parole che scegliamo contribuiscono a costruire l’immagine che abbiamo dei ruoli familiari. Per questo la parola “mammo” fa scattare tutti in piedi: il rischio è consolidare uno stereotipo che la società sta cercando di superare. Sentire nonne e nonni, vecchi zii che diano del “mammo” al papà presente è comprensibile, ma ascoltare una giovane donna o un uomo dei nostri tempi che usi quel termine, fa venire l’orticaria.
Più padri, meno mammi, più figli: una questione demografica
Tra battute infelici e scivoloni involontari i papà che vogliono fare i padri si vedono sminuiti nel proprio ruolo e le madri sollecitate nel dover complimentarsi per quell’esemplare eccezionale di uomo che hanno accanto! Dall’altro canto, i papà più assenti (per volontà) si sentono giustificati da una società che nulla chiede loro. Ma il problema di come la società vede gli uomini, cosa chiede a loro, può avere un impatto importante.
Il risultato di equazioni che vedono più mammi che padri è poco generoso per tutti, pensiamoci. I figli e le figlie ereditano l’idea che il ruolo di cura spetta alle madri, portando non poche ragazze a capire che la maternità non è un grande affare per il loro futuro; le donne già mamme si sentono frustrate all’idea di dover fare tutto da sole, come facevano le proprie nonne, nonostante oggi a loro venga chiesta anche una produttività alla quale molte anelano dopo anni di studio e impegno lavorativo; gli uomini che hanno compreso l’importanza del proprio ruolo si scontrano con meno richieste e si sentono smarriti.
Chi vince, se l’equazione mamme + mammi non funziona? Nessuno. A perdere è la stessa società che chiede di fare più figli, ma a svantaggio delle donne. Non si tratta di opioni ma di fatti, come ci racconta l’Istat, nel suo Rapporto Annuale pubblicato nel maggio del 2026. Nel paragrafo sui carichi familiari e i divari di genere si evince che le disuguaglianze tra le quali quelle di genere, limitano lo sviluppo dell’individuo e alimentano forme di esclusione che “indeboliscono la coesione e la vitalità del tessuto sociale”.
È evidente un’asimmetria nella distribuzione dei carichi di lavoro familiare e di cura. “Il tempo dedicato a queste attività continua, infatti, a rappresentare un fattore strutturale di differenziazione nei percorsi, nelle opportunità professionali e nella disponibilità di tempo libero di uomini e donne (Gershuny e Sullivan 2019; Istat 2019)”. Sempre secondo questo rapporto, la percezione di affanno è più frequente tra le donne e in particolare fra le madri che lavorano.
Può dunque funzionare un sistema sociale nel quale alle ragazze si chiede di fare figli, sapendo che la vita che spetterà loro sarà un sacrificio quasi assoluto? La risposta è no!
“Nei Paesi dove il welfare non assorbe i costi di cura (mancanza di asili nido pubblici, congedi di paternità brevi), si registra il doppio primato negativo: bassa occupazione femminile e natalità ai minimi storici. L’Italia si posiziona in questa fascia con un tasso di fecondità crollato a 1,14 figli per donna”
A conciliare lavoro e vita privata è sempre troppo spesso la donna, che a volte si trova a rinunciare in parte, se non totalmente, alla propria carriera. I retaggi culturali ne son una causa.
Denatalità e scarsa occupazione femminile sono problemi strutturali legati fra di loro. La presenza di un figlio influenza molto l’organizzazione familiare e può comportare l’abbandono del lavoro, se la cura è a totale carico di noi donne. Politiche a sostegno della genitorialità sono sempre più urgenti anche nell’ottica demografica (Randstat).
Mammi & mamme infelici
E poi c’è un aspetto emotivo che, in molto casi, colpisce sempre noi mamme. Come ci sentiamo quando, dopo aver cambiato pannolini, preparato pappe, accompagnato a scuola, somministrato antibiotici, trascorso pomeriggi al parco, partecipato a colloqui scolastici, magari anche lavorato, qualcuno/qualcuna ci dica, vendendo il papà giocare con il figlio: “Che bravo questo papà, sei proprio fortunata!”?
La maggior parte di noi si sente arrabbiata, avvilita, delusa. Se ci raccontassimo come stanno le cose nelle nostre case, scopriremmo com’è ancora dura la vita per noi. Quante mamme hanno visto morire quella ragazza piena di sogni, progetti, tenacia, che vantava ottimi risultati accademici, non appena varcata la soglia della maternità. Tante, sempre troppe. E la responsabilità non è dei figli, che, anzi, a volte faticano a capire perché siamo noi quelle maggiormente stressate, tristi, nervose, ma di una società che ci suggerisce che ruolo totalizzante, assoluto, avere da madri, e quale ruolo di superficie spetti al padre. Questa infelicità, che certamente non coinvolge tutte le mamme, ha un costo anche nella nostra serenità familiare. E non è trascurabile un’insoddisfazione collettiva perché, a pagarne il prezzo, non è un singolo nucleo familiare ma la società stessa. Come non sono trascurabili quattro lettere, quando formano una parola piuttosto stonata.